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CARITÀ

Frammenti antologici

La giustizia da sola non può sanare tutte le sperequazioni sociali: essa manca di spirito: quello spirito di larghezza, di comprensione e di solidarietà che va oltre il recitato della legge arida e meccanica e sana le ferite occulte, spiana rughe del volto e dell’anima, riconcilia con la vita. Chi soffre ha bisogno di giustizia prima, ma anche di carità; del pane quotidiano, ma anche di una parola buona sollevatrice, “perché non di solo pane vive l’uomo”: la più perfetta legislazione sociale lascerà sempre un largo campo all’esercizio della carità, mentre anche la più stretta giustizia può allontanare i cuori e mantenerli nell’invidia e nel sospetto.
Don Carlo Gnocchi, Agli uomini di buona volontà, 1937

La carità è una cambiale in bianco che Dio rilascia all’uomo in tempi così difficili per l’educazione cristiana; abbiamo più che mai bisogno d’aver credito, tanto credito presso il Signore.
Don Carlo Gnocchi, dalla rivista Incontri dell’Istituto Gonzaga di Milano, 1940 

Molti si preoccupano di stare bene, assai più che di vivere bene, per questo finiscono anche per stare molto male. Cerca di fare tanto bene nella vita e finirai anche tu per stare tanto bene.
Don Carlo Gnocchi, dedica scritta sul diario di Luisa Gnocchi Martini, 20 marzo 1940

Le altre cose tutte cui tanto teniamo, l’ingegno e la cultura, le ricchezze e la posizione sociale, la casta e il sangue, finiscono per dividere gli uomini e metterli qualche volta gli uni contro gli altri, ferocemente. La carità non mai. La carità unifica e salva. È un valore assoluto, universale e costante, per tutti i tempi e per tutti gli uomini. L’unico valore spirituale nel quale tutti si trovano concordi… Perché, dopo tutto, una cosa sola vale ed è urgente per tutti: fare del bene. 
Don Carlo Gnocchi, da un articolo pubblicato su La Piccola Opera della Divina Provvidenza, 1941

Sapeste come in questi giorni il Signore mi ha fatto capire - per me, ma certamente anche per voi - che non basta operare, fare della carità: bisogna sopra tutto e prima di tutto pregare per la carità. È da lui, dallo Spirito Santo che viene nei nostri cuori la carità, quell’amore di cui ha tanto bisogno il mondo e le anime nostre per salvarsi.
Don Carlo Gnocchi, lettera alle Dame del Gonzaga, 19 luglio 1941

Quante cose avrei a dirvi se potessi presiedere questa vostra prima adunanza, quante cose sulla carità! Come non sentirne la struggente passione, dinnanzi alle atrocità e agli orrori che formano il triste corteggio della guerra: distruzioni, fame, miseria, mutilazioni e dolori? Care Dame, di una cosa sola ha bisogno il mondo, e per questo bisogna lottare, di carità, di amore evangelico. Ciascuno di noi ha il dovere di anticipare ed attuare, per quanto compete a lui, l’avvento della carità. È ben poca cosa quello che un uomo può fare, si sa. È una goccia di dolcezza in un oceano amarissimo. Ma pure il mare è formato da molte gocce. Basta che ciascuno porti la sua. E se anche gli altri non lo fanno, egli ha adempiuto con questo ad un dovere personale che lo impegna davanti a Dio e del quale gli verrà domandato conto. Non scoraggiatevi dunque se, di fronte al molto che resta da fare, la vostra opera appare piccola e insufficiente. Dio sa le nostre possibilità. E poi possiamo sempre supplire con la vastità e intensità dei nostri desideri e delle nostre preghiere.
Don Carlo Gnocchi, lettera alle Dame del Gonzaga, 15 settembre 1942

Io sono certo che tu verrai ad una comprensione religiosa sempre più profonda e sempre più vicina alla Verità, perché vedo che hai un cuore generoso e che fai della carità, nelle sue varie forme materiali e spirituali. Naturalmente il primo campo per esercitarla è quella dei tuoi parenti, che ti sono più vicini. Io posso e devo allargare questo campo anche agli estranei e a chiunque abbia un bisogno, perché ho fatto del prossimo la mia famiglia. Solo per questo vale la pena di rinunciare, con sacrificio innegabile, a fare famiglia. Non per chiudersi egoisticamente, ma per aprirsi a tutte le necessità. Certo questo è l’ideale ed io sono ben lontano dall’averlo raggiunto. Ma pure mi sta davanti come una meta da perseguire ad ogni costo. Caro e buon Mario, a te lo posso dire come ad un grande amico (e sei la prima persona a cui lo confesso così esplicitamente). Sogno dopo la guerra di potermi dedicare per sempre ad un’opera di Carità, quale che sia, o meglio quale Dio me la vorrà indicare. Desidero e prego dal Signore una sola cosa: servire per tutta la vita i Suoi poveri. Ecco la mia “carriera”. Purtroppo non so se di questa grande grazia sono degno; perché si tratta di un privilegio. Cerco di rendermene sempre meno indegno e prego ogni giorno Dio che mi scelga a questo ufficio. Allora avrei trovato la mia via definitiva.
Don Carlo Gnocchi, lettera a Mario Biassoni, 17 settembre 1942

Nel trambusto dell’ora, non dimenticate i nostri poveri. Sarebbe come lasciare il Signore nel momento della prova e della passione. Come purtroppo hanno fatto i discepoli paurosi. Le difficoltà del momento, non che raffreddarvi, devono spingervi a maggiore carità. Lo sapete che non c’è mezzo più efficace ad abbreviare la prova e ad allontanare le disgrazie di quello della carità! Lo afferma chiaramente la Sacra Scrittura; lo prova ripetutamente la storia della Chiesa. A tempi di calamità, tempo di viva carità.
Don Caro Gnocchi, lettera alle Dame del Gonzaga, 11 dicembre 1942

Il Signore mi ha tratto prodigiosamente incolume da una tragica se pur gloriosa vicenda. Sono in Italia sano e salvo. Ringrazi anche lei don Orione per me. A lui mi sono raccomandato sempre. Da lui spero la grazia di spendere completamente questa vita “prorogata” solo per la carità. Come non si può sentirne la passione, dopo tutto quello che io ho veduto e sofferto?
Don Carlo Gnocchi, lettera a don Sterpi, 26 marzo 1943

Si è salvata una cosa sola in tutto questo sfacelo: la carità; anzi la nostalgia della carità è diventata più profonda, perché soltanto la carità può salvarci e può darci anche la prosperità umana; abbiamo raccolto tanti beni terreni ma non sono rimasti, sono andati infranti tutti, le nostre superbe costruzioni sono andate distrutte… Noi non abbiamo voluto cercare il Regno di Dio, abbiamo cercato il sovrappiù; ebbene, anche il sovrappiù ci è stato tolto.
Don Carlo Gnocchi, da una conferenza al Piccolo Cottolengo di Milano, 4 marzo 1944

Io ho consacrato per voto, in un’ora di estremo pericolo in Russia, la mia vita al servizio dei poveri; ma mi vado accorgendo che l’esercizio della carità è assai difficile compierlo isolatamente, soprattutto quando non si è santi… Mi aiuti lei con le sue preghiere. Sono decisamente ad un bivio decisivo della mia vita: forse mi manca il coraggio delle decisioni supreme: eppure comprendo che oggi solo la carità può salvare il mondo e che ad essa bisogna assolutamente consacrarsi.
Don Carlo Gnocchi, lettera a don Sterpi, 21 agosto 1945

Come la mia volontaria partenza per la guerra, io sento che è stata altamente educativa, anche se materialmente mi ha tolto dai ragazzi e dal Collegio, così io sono certo, che, quando le famiglie e i ragazzi sapranno che la mia diminuita attività all’Istituto è dovuta al fatto che io mi dedico alla cura dei ruderi umani e degli orfani che ci ha lasciato la guerra, questo sarà anche maggiormente apprezzato ed eloquente. Tutti sanno quali grane oggi si carica sulle spalle un poveretto in questo caso, e se non ci fosse di mezzo la carità di Nostro Signore, chi me lo farebbe fare? La cosiddetta carriera , lei sa che io la lascio volentieri agli altri.
Don Carlo Gnocchi, lettera al direttore del Gonzaga, 8 gennaio 1946

La carità che voglio fare è grande come la mia speranza e la mia fede; ho solo il grave compito di essere coerente. C’è o non c’è la Provvidenza? Se il Signore mi ispira di fare, e io mi assicuro che è proprio Lui a ispirarmi e non è la fantasia, che devo temere? Devo temere, solo, di venire meno alla fedeltà: e così estraniarmi alla logica della grazia.
Don Carlo Gnocchi, dalla testimonianza di mons. Aldo Del Monte, 10 gennaio 1946

Sì, la carità è sempre carità. Ma, a mio parere, non si estende ancora e non risana con il ritmo col quale si scatena il disordine. E ogni disordine morale è un atto di guerra.
Don Carlo Gnocchi, dalla testimonianza di mons. Aldo Del Monte, 10 gennaio 1946

Mi sono dato e mi do tuttora alla carità verso i reduci di guerra, i mutilati, gli orfani ed ora i bambini mutilati della guerra sempre per un superiore ed obbligante vincolo contratto con quelli che hanno fatto la guerra e ne portano duramente le conseguenze. Perché, eminenza, era molto facile e qualche volta brillante dire ai soldati "fate il vostro dovere, in nome di Dio e la divina Provvidenza non vi abbandonerà". Ma ora quelle promesse mi impegnano, come una cambiale firmata dinanzi a Dio. Ed io cerco di pagarla come posso ad Arosio: con i miei invalidi, con gli orfani dei miei soldati e con i mutilatini di guerra. Sono, per ora, 146 persone che, abbandonate dalla società, trovano comprensione ed aiuto dalla carità di Nostro Signore.
Don Carlo Gnocchi, lettera al cardinale Schuster, 7 novembre 1946

Ho accettato, oltre al Gonzaga, anche la direzione dell’Istituto Grandi Invalidi di Guerra ed ho aperto un nido per bambini orfani dei miei caduti. Ho avuto ed ho molto da lavorare, ma sento assai la continua assistenza del Signore. Per l’avvenire non so cosa farò. Certo la via della carità è per me definitivamente imbroccata. Dove mi potrà condurre lo sa soltanto il Signore.
Don Carlo Gnocchi, lettera a don Zambarbieri, 28 dicembre 1946

La ragione vera ed intima della mia tristezza, quella forse che da tempo influisce sul mio carattere e sul mio lavoro, è questa, anche se non facile a dirsi: Quella di non sentirmi più circondato dalla poesia della carità e dall’ideale di fare il bene per il bene, in quelli che ora sono diventati i miei collaboratori. Ho degli “impiegati” intorno a me; distaccati dal lavoro cui attendono; che non hanno l’angoscia dell’economizzare il tempo, il gusto del sacrificio, che “calcolano” la loro prestazione, che fanno sentire quanto danno in più del dovuto, che non si interessano, per goderne o soffrirne, delle sorti buone o tristi dell’istituzione, che non hanno progetti, disegni, critiche da fare ma si accontentano di eseguire; che insomma non lavorano con me e come me, ma accanto a me.  Quando nacque la nostra Opera era una cosa ben diversa, tu ricordi. Era una cosa di tutti e di ciascuno… Ed abbiamo fatto, per questo spirito, un lavoro veramente prodigioso per mole e per rapidità… È una cosa che solo si spiega con la divina Provvidenza, per quanto riguarda la parte di Dio e con la nostra passione, per quanto riguarda la parte degli uomini. Nessuno badava al tempo, al sacrificio, faceva distinzione di compiti o di doveri, e ciascuno faceva, a turno ed opportunità, il dattilografo, l’archivista, il fattorino, il facchino, l’autista, la personalità, il meccanico, il portalettere, il correttore di bozze, l’autore eccetera… Questa era la poesia che ora, come tu sai, è morta, per dar luogo alla burocrazia. In minuscolo, se vuoi, ma sempre burocrazia. Che non vuol dire carte e pratiche (ce n’era tanta anche allora di carta), ma disinteresse e distacco da quello che si tratta.
Don Carlo Gnocchi, lettera a Mariuccia Meda, 6 giugno 1951