x Come molti siti, utiliziamo i cookie per offrirti un'esperienza d'uso migliore. Scopri i dettagli

GUERRA E PACE

Frammenti antologici

Sento che io non devo farmi assente in quest’ora tragica, là dove più acuta maturerà la crisi spirituale della guerra, per la fecondità a venire del mio ministero e per l’uso sempre più generoso della mia vita al servizio del Signore. E mi pare di aver ricevuto dalla Provvidenza anche i doni necessari a questa missione particolare, se devo giudicare dal favore, dai frutti spirituali e, posso dire, dall’affetto che, in questi dieci anni di lavoro come Cappellano nella Milizia e nella Gil, hanno sempre circondato la mia persona e il mio ministero.
Don Carlo Gnocchi, lettera al cardinale Schuster, 12 gennaio 1941

Abbiamo avuto azioni durissime per sfondare il fronte. Il nostro settore è semplicemente infernale e il nemico si era da troppo tempo attestato con fortificazioni in caverne e apprestamenti difensivi… Quando siamo arrivati all’attacco dell’obiettivo, rimanendo abbarbicati alla roccia per due giorni e due notti, nevicava, tirava vento e tormenta, poi acqua ancora. Ho dormito (si può dire così?) due notti all’addiaccio appoggiato ad una roccia o ad un albero, madido di dentro e di fuori. Non si sapeva più a quale specie animale appartenere. Pesci, anfibi, rane? Chi lo sa?! E tutto questo con la musica a grande orchestra delle granate, dei mortai e delle armi automatiche. Eppure il Signore fu con noi in modo miracoloso, come le dissi. Non solo; ma il buon umore non ci è mai mancato.
Don Carlo Gnocchi, lettera al direttore del Gonzaga, 18 aprile 1941

Mio caro Mario, raccorciando le tappe e forzando le marce, sotto un sole africano, sono potuto rientrare oggi al battaglione Non ti dico quanto sono stanco. Ma assai più spiritualmente che fisicamente. Se potessi a voce raccontarti tutto quello che ho visto… Ah la guerra! Ma parliamo d'altro.
Don Carlo Gnocchi, lettera a Mario Biassoni, 21 luglio 1941

La ragione profonda di questa voce mi pare soprattutto questa: sotto le armi, al fronte come in patria, vi sono tante anime di giovani e di uomini che soffrono; soffrono la lontananza della casa, l'incertezza dell'avvenire, il crollo degli ideali umani, l'incomprensione dei superiori, la crisi della fede, la tentazione dell'immoralità, i disagi materiali, le ferite e la morte. E l'unico conforto valido è la parola di Dio e la grazia dei sacramenti.
Don Carlo Gnocchi, lettera al cardinale Schuster, 2 febbraio 1942

Il solco di questi sei mesi di guerra è enorme e divide la mia vita in due parti.
Don Carlo Gnocchi, lettera al direttore del Gonzaga, 16 agosto 1942

Quante volte vi immagino con Rosetta e Giuliana raccolti al vostro desco, ora un po’ misero per la guerra, ma benedetto da Dio e lontano da questi orrori ai quali spesso io devo assistere. Davanti a queste città desolate, a queste famiglie disperse e affamate, si può apprezzare il dono di una casa in pace e munita almeno del necessario.
Don Carlo Gnocchi, lettera a Mario Biassoni, 14 ottobre 1942

Mi aiuti, eminenza, anche con la vostra benedizione e la vostra preghiera. Quante anime, e specialmente le più profonde e pensose, vanno maturando il loro ritorno alla verità, dinnanzi alle lezioni troppo chiaramente ammonitrici di questa guerra! Potessi essere per loro una guida sicura e trasparente per condurli dritti e rapidi a Lui! Contro questo spettacolo consolante fino alle lacrime, sta l'altro, e purtroppo il più vasto, di coloro che nulla vedono e nulla sentono di quanto sta avvenendo intorno a loro e che dovrebbe essere il richiamo più efficace per un ritorno alla vita e al pensiero cristiano.
Don Carlo Gnocchi, lettera al cardinale Schuster, 6 novembre 1942

L'umanità non ha bisogno d'altro che di concordia e di pace. Con queste anche le rovine materiali si riparano rapidamente. Quando gli uomini vanno d'accordo, come in una famiglia, il lavoro rende e la ricchezza, col benessere, vengono sicuramente e rapidamente. Ma per intendersi ci vuole una base comune e sicura, una dottrina di verità e di bontà: la quale non può essere che il Vangelo: Amatevi gli uni gli altri, sopportandovi a vicenda. Non fate agli altri quello che non volete sia fatto a voi. Io spero che questo tempo più cristiano sia per venire. Gli uomini hanno visto che solo la dottrina di Gesù può dare l'ordine e la prosperità. Per questo mi sacrifico e lavoro volentieri anch'io. E dobbiamo lavorare tutti in questo senso.
Don Carlo Gnocchi, lettera a Mario Biassoni, 11 dicembre 1942

Combattere bisognava e camminare, senza tregua e spesso senza speranza. Chi dopo aver lottato per lunghi giorni contro lo sfinimento era costretto a perdere terreno, andava insensibilmente ai margini della colonna in marcia e finiva per accasciarsi poi lungo le prode delle piste, rimanendo per terra a seguire con lo sguardo spento il fiume lento dei compagni dilungantesi, guardato esso stesso senza pietà e senza interesse, votato alla morte per assideramento. I muli, uno dopo l'altro si abbattevano estenuati dalla fatica, dalla fame, dal gelo, e così le slitte cariche di feriti e di congelati restavano arenate nell'immensità disperata della steppa. “Non abbandonateci, siamo italiani anche noi!” gemevano quegli infelici, aggrappandosi ai compagni che a mala pena reggevano essi stessi il peso della propria marcia. “Signor Cappellano ‑ implorava un ferito - sparatemi, per amor di Dio, ma non lasciatemi qui”. In quei giorni fatali posso dire di aver “visto” finalmente l'uomo. L'uomo nudo; completamente spogliato, per la violenza degli eventi troppo più grandi di lui, da ogni ritegno e convenzione, in totale balia degli istinti più elementari paurosamente emersi dalle profondità dell'essere.
Ho visto contendersi il pezzo di pane o di carne a colpi di baionetta;ho visto battere col calcio del fucile sulle mani adunche dei feriti e degli estenuati che si aggrappavano alle slitte, come il naufrago alla tavola di salvezza; ho visto quegli che era venuto in possesso di un pezzo di pane andare a divorarselo negli angoli più remoti, sogguardando come un cane, per timore di doverlo dividere con gli altri; ho visto ufficiali portare a salvamento, sulla slitta, le cassette personali e perfino il cane da caccia o la donna russa, camuffati sotto abbondanti coperte, lasciando per terra abbandonati i feriti e i congelati; ho visto un uomo sparare nella testa di un compagno, che non gli cedeva una spanna di terra, nell'isba, per sdraiarsi freddamente al suo posto a dormire… Eppure, in tanta desertica nudità umana, ho raccolto anche qualche raro fiore di bontà, di gentilezza e d'amore ‑ soprattutto dagli umili ‑ ed è il loro ricordo dolce e miracoloso che ha il potere di rendere meno ribelle e paurosa la memoria di quella vicenda disumana.
Don Carlo Gnocchi, Cristo con gli alpini, 1946

La guerra è passata proprio di qui. Violenta, spietata,eversiva di tutto. La terra, le piante e gli animali non hanno potuto ancora riprendersi dal loro muto terrore ( e dinanzi a questa comune tragedia dell’uomo e delle cose nella guerra, viene fatto di pensare alla coralità unanime del tutto e alla ferrea corresponsabilità che lega la realtà creata in un solo identico destino).
Don Carlo Gnocchi, Cristo con gli alpini, 1946

La guerra nasce da un disordine morale, molto prima che da uno squilibrio economico, o da una perturbazione dall’ordine politico. La guerra nasce dalla colpa. Quello che conduce inesorabilmente al conflitto è la superbia e l’egoismo delle nazioni potenti, la cupidigia e l’ottusità dei popoli ricchi, l’odio artificialmente acceso tra le nazioni e le razze, la sfiducia e l’instabilità dei rapporti internazionali, l’arbitrio di quelli che governano, l’edonismo che mina le basi della vita individuale e fa decadere quella delle nazioni, la prepotenza, l’ingiustizia, la menzogna, l’invidia, la calunnia, in una parola, tutto il triste corteggio delle passioni e delle colpe umane.
Queste e non altro è il valore vero e sotterraneo che determina le guerre, anche se alla superficie appaiono ed operano le ragioni della politica, dell’economia e della diplomazia.
Don Carlo Gnocchi, Cristo con gli alpini, 1946

La guerra è un momento di distacco dell’uomo da Dio, come legge morale, e un temporaneo abbandono degli eventi storici alla logica inflessibile dell’errore. Così che la guerra diventa condanna, castigo e redenzione dagli errori dai quali è originata. Condanna in quanto ne rivela tragicamente l’occulta assurdità, purificazione in forza dei sacrifici degli uomini e delle cose, redenzione in quanto può meritare agli uomini di buona volontà un ordine di vita migliore. In tutti questo arcani rapporti, tra l’uomo e la legge morale, tra Dio e l’umanità, tra il contingente e l’eterno, chi soffre per la guerra è la vittima che paga per tutti, rappacifica l’uomo con Dio e riconquista la pace e l’ordine ai propri fratelli.
Don Carlo Gnocchi, Cristo con gli alpini, 1946

Se il tempo riusciva a confondere e a sfocare i contorni di quella inenarrabile tragedia - così come, in certi giorni della ritirata, la tormenta annientava il cielo e la terra, gli uomini e le cose in una nube gelida e spettrale - lo sguardo disperato dei miei morti rimaneva sempre sbarrato sull’anima mia. Come fari spauriti nella nebbia invernale… Ma quei loro occhi d’angoscia impotente come potrò dimenticarli? Lo sguardo dei miei compagni perduti ho sempre portato desto e conturbante nell’anima fino a pochi giorni or sono, soffrendone come di un debito insoluto verso la morte, sentendone il peso come di un’oscura colpa personale.
Don Carlo Gnocchi, Cristo con gli alpini, 1946

Il sangue versato per la Patria, è una delle attuazioni più chiare e più alte della sentenza evangelica: “Non c’è più grande amore di quello che dà la vita per i propri fratelli”.   
Don Carlo Gnocchi, Cristo con gli alpini, 1946

Sono miracolosamente salvo con la mia divisione. Con giornate di epica lotta di cui ha parlato il bollettino germanico siamo usciti dall’accerchiamento. Quindici giorni di marce, tredici combattimenti. Poi ancora marce che durano e dureranno ancora. Appena a termine scriverò a lungo. Sono rimasto con quello solo che ho indosso - nemmeno un fazzoletto di ricambio - e son pieno di pidocchi. Abbiamo adempito il comando del Duce "arrivare nudi alla mèta". La salute è prodigiosamente buona, ottima anzi. Scusatemi se vi ho fatto pensar male… la colpa non è proprio tutta mia. Non attendete nuove notizie per un po' ancora. Avvisate tutti coloro che mi conoscono.
Don Carlo Gnocchi, lettera a Mario Biassoni, 20 febbraio 1943  

Perché la guerra è assai più penosa per le situazioni spirituali e morali cui dà origine che non per i suoi danni materiali o fisici.
Don Carlo Gnocchi, lettera a Mario Biassoni, 30 giugno 1944

Passata la bufera immane, gli uomini tornano a baloccarsi con le stesse illusioni e le idee esplosive del loro recente passato, contenti di aver individuato alcuni responsabili ai quali addossare tutta la colpa delle sciagure collettive da mettere contro un muro per la punizione suprema; dal momento che è molto facile e comodo battere il “mea culpa” sul petto degli altri.
Don Carlo Gnocchi, Restaurazione della persona umana, 1946  

Ma è mai possibile che si debba ciecamente continuare all’infinito su questa strada di assurdi, nella stupida fatica di Sisifo, di mettere al mondo dei figli per mandarli al macello sui campi di battaglia, di continuare a costruire per demolire altrettanto periodicamente, di accumulare ricchezze per mandarle in fondo al mare, di strappare alla natura sempre nuovi misteri per farne poi armi di distruzione e di morte? Basta perbacco! Una storia come questa, prima che delittuosa, è immensamente stupida e monotona e vale la pena di spezzarne il cerchio ricorrente.
Don Carlo Gnocchi, Restaurazione della persona umana, 1946

Che la guerra, attraverso il sacrificio e il sangue, possa essere per tutta l’umanità l’espiazione fatale delle colpe individuali e sociali, il lavacro cruento degli errori di un periodo storico e l’inespresso conato del mondo verso un assetto migliore è ormai una verità universalmente riconosciuta. Ma non altrettanto chiara e cosciente è la verità che, ai fini di questa espiazione e di questa purificazione della società, premessa indispensabile al suo miglioramento, non tutti i sacrifici offerti e il sangue versato hanno lo stesso valore. Vi è infatti il sacrificio di quelli che, nella guerra, scontano innanzitutto le proprie colpe personali - eco individuale di quelle della propria generazione alle quali essi hanno consentito e collaborato almeno passivamente - e c’è il sacrificio di coloro i quali, non solo non hanno mai dato la propria adesione personale, neppure indiretta agli “idoli della tribù”, ma di essi non hanno neppure potuto avere conoscenza. E nonostante questo anch’essi sono stati ugualmente coinvolti nel fosco turbine della guerra e ad essa hanno pagato il contributo forse più alto di sofferenza ignara e spesso quello della giovane vita innocente. Sono i questi i fanciulli. Ed è questo il conturbante corollario di quella misteriosa solidarietà che lega e stringe tutti gli uomini in un solo identico destino di vita e di morte, di gioia e di dolore, di guerra e di pace.     
Don Carlo Gnocchi, dal discorso inaugurale del Campo dei mutilatini d’Europa, 1953

Come le particelle di un grande corpo sociale , dove tutto il bene e tutto il male “entrano in circolo” anche il bambino espia la propria quota parte degli errori e delle colpe personali commesse da tutti gli uomini… Con quanta drammatica evidenza s’imponeva al mio spirito questa verità durante la guerra, di fronte al corpo straziato ed esangue dei miei alpini! Quante volte mi sono domandato in qual modo e in che misura entrassero questi poveretti nelle feroci diatribe che avevano diviso il mondo ed avevano messo gli uomini accanitamente gli uni contro gli altri. Poveri montanari, tirati su nelle baite a forza di pan duro e di rosari, strappati alle loro montagne ed ai loro pascoli, intruppati,condotti di fronte ad altri uomini, semplici e ignari come loro, con l’ordine di uccidere per non essere uccisi; che cosa sapevano essi della guerra e delle sue ragioni?  
Don Carlo Gnocchi, Pedagogia del dolore innocente, 1956