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SACERDOZIO

Frammenti antologici

Il sacerdote è il prolungamento, la proiezione di Cristo attraverso i secoli, è la “longa manus” di cui egli si serve per continuare la missione salutifica, iniziata due millenni or sono in Palestina, è l’ambasciatore plenipotenziario del Re dei Re, il depositario ed il curatore legale degli interessi soprannaturali dell’umanità presso il tribunale di Dio. Per farla breve egli è di Cristo “una specie”, consacrata, come quella eucaristica, a contenerlo ed a velarlo agli occhi malati dei mortali.
Don Carlo Gnocchi, Andate ed insegnate, 1934

Vorrei poter innalzare sulle ali possenti della poesia, l’umile figura dei nostri sacerdoti assistenti; di questi oscuri ed ignoti fanti delle trincee di Cristo, che consumano le lampade ardenti delle loro giovinezze per far luce nel mondo a tanti giovani cuori brancolanti, che lievitano colla grandezza del loro sacrificio le generazioni del domani, ignorati e sprezzati dal mondo ma grandi dinanzi a Dio “che allieta la loro giovinezza”.
Don Carlo Gnocchi, Andate ed insegnate, 1934

Vedete! Egli ha sacrificato una carriera più promettente e un posto più comodo, per addossarsi l’improbo lavoro della vostra educazione e formazione cristiana; per voi deve abbandonare gli studi prediletti ed occupazioni geniali e logorare la salute e gli anni migliori della giovinezza… Amateli i vostri assistenti, perché hanno urgente bisogno di affetto… Hanno sradicato dal vergine cuore ogni affetto alla famiglia terrena per far posto all’amore purissimo delle anime; hanno abdicato in letizia alle gioie della paternità materiale per possedere la divina fecondità di rigenerare in Cristo. Se sapeste quanto vi amano i vostri sacerdoti!
Don Carlo Gnocchi, Andate ed insegnate, 1934

La mia esperienza mi insegna e mi assicura che la presenza continua del sacerdote in mezzo a quei giovani non solo impedisce questi ed altri eccessi, (il che sarebbe già ragione sufficiente perché il cappellano accetti volentieri il sacrificio del Campo) ma dà un tono di moderazione a tutto l’ambiente e produce anche frutti positivi di bene.
Don Carlo Gnocchi, lettera al cardinale Schuster, 18 luglio 1934  

Sono quattro mesi ormai di guerra in Russia (quanto rapido mi è passato questo tempo tragico e vario!) e posso dirvi, con un grido di riconoscenza al Signore, che molto bene nelle anime, specialmente di ufficiali, la sua grazia è venuta, per il mio ministero sacerdotale, compiendo e perfezionando. Sono infinitamente riconoscente a Lui, per avermi scelto a strumento di tanta misericordia e sento più che mai la mia indegnità di fronte a questa altissima vocazione.
Don Carlo Gnocchi, lettera al cardinale Schuster, 6 novembre 1942

La vita ordinaria del sacerdote può nascondere l’ambigua e difficile tentazione di segregarsi dalla massa, nell’intento di elevarsi, può creare lentamente diaframmi opachi tra lui e il popolo, e stabilire alla fine, negli spiriti meno vigili e meno vasti, uno stato di“splendido isolamento”.
Don Carlo Gnocchi, Cristo con gli alpini, 1946

Quando riesco a dividere pienamente la mia vita con gli alpini, allora, uscendo dai ranghi per la messa al Campo, mi pare di gustare e attuare come non mai la pienezza e la verità saporosa della definizione paolina: “Il sacerdote è scelto di mezzo agli uomini e per gli uomini è posto a trattare le cose di Dio”. E se non mi illudo, mi pare di cogliere sul volto maschio della mia gente un tenue sorriso di soddisfazione e di fierezza. Come se uno di loro fosse scelto, per tutti, a salire l’altare e offrire il sacrificio di tutti al Dio onnipotente.
Don Carlo Gnocchi, Cristo con gli alpini, 1946

Passa ultimo e frettoloso un giovane ufficiale. Riconosce il cappellano. “Ciao, gli dice sottovoce, hai il Signore?”. “Sì”. “Dammelo da baciare”. Un balenio metallico della piccola teca tratta di sotto la divisa; un bacio intenso e poi via animosamente. Verso la battaglia. Ricomincia il colloquio e il cammino “a due”. Il cappellano parla al suo grande Compagno. Parole sommesse salgono disancorate dal fondo indistinto del cuore e qualche volta sfuggono inavvertite alle labbra. Sono le preghiere e i voti di tutte le mamme per i figli in armi, sono benedizioni e domande per ciascuno di quei generosi e umili combattenti incolonnati verso la linea del fuoco. E quando la domanda si fa più pressante, la gioia più intensa, il dolore più fondo, la mano corre istintivamente alla piccola teca che racchiude il Cristo. Come per un gesto di possesso e una riaffermazione di diritto, come per un bisogno di conferma e una rinnovazione di una ricchezza così augusta e troppo felice. Così vai e non sai bene se sia Egli che ti porta o tu che porti Lui.  
Don Carlo Gnocchi, Cristo con gli alpini, 1946