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DOLORE

Frammenti antologici

La sua lettera mi ha fatto tanto bene. Gesù ne la ricompensi. Certo ho bisogno ancora di tanta grazia, non vedo ancora nulla, non sento il Signore. Pensi don Orione; ero solo con la mamma e sono restato solo perché non ho che parenti lontani. Ed era una mamma d’eccezione. Certo le mie mancanze verso di lei, non mi hanno meritato più a lungo il dono della sua compagnia. Preghi ancora e faccia pregare ancora per me, don Orione. Devo organizzare una vita nuova poggiandola solo sul Signore Gesù. Sono qui ora in un paesino presso un amico. Ho avuto anche la debolezza di fuggire.
Don Carlo Gnocchi, lettera a don Orione, 30 ottobre 1939

Solo chi ha molto sofferto, delicatamente e cristianamente sofferto, può scrivere così. Solo chi mi vuol bene davvero può trovarsi così vicino a me in questa ora di dolore. Grazie delle parole, grazie soprattutto dell’attestato di amicizia che accetto commosso e ricambio con tutto il cuore. Lei ha detto bene: la prova è ancora da subire. Lo sento in queste prime giornate di risveglio e, se non fosse per la fede, ne avrei terrore. Poche cose mi fanno più paura dello squallore della solitudine. Spero che Dio la popolerà e la consolerà con la Sua divina presenza. Spero molto nell’affetto semplice e puro della mia ormai unica famiglia: il Gonzaga. Anche lei mi continui la sua affettuosa e cristiana assistenza. Non ne abbiamo meno bisogno noi sacerdoti che consoliamo tanti dolori e che nella prova ci sentiamo così uomini.
Don Carlo Gnocchi, lettera ad  Alfonso Orombelli, 8 novembre 1939

Inutile dirti che la tua affettuosa partecipazione al mio dolore mi ha tanto commosso. Tu hai conosciuto la mia mamma in tutto il suo valore e puoi misurare il mio vuoto e la mia solitudine. Spero nel conforto del Signore, ma comprendo che la prova diventerà sempre più dura per l’avvenire. Anche la mamma da viva temeva questa mia situazione morale e quindi vorrà pregare per me. Ho saputo che ai funerali, che furono un vero e meritato trionfo, c’erano anche i tuoi. Ringraziali per me.   
Don Carlo Gnocchi, lettera ad Armando Mantovani, 14 novembre 1939
    
Con un’epica impresa, di cui ha parlato anche il bollettino germanico, la mia divisione è uscita dall’accerchiamento. Ma quanti dolori, buon Dio e quali giornate! Sono rimasto con quanto solo ho indosso. Potessi almeno celebrare la santa messa e recitare l'ufficio divino… ma anche l'altarino è perduto. Beneditemi eminenza e pregate tanto per i miei alpini.
Don Carlo Gnocchi, lettera al cardinale Schuster, 20 febbraio 1943

I grandi dolori non sempre conducono al Signore. Scusatemi la forma dello scritto; non ho più che una matita. Con tanto affetto filiale.
Don Carlo Gnocchi, lettera al cardinale Schuster, 30 marzo 1943

Nel gregge cupo e macilento dei prigionieri di guerra, dallo sguardo vuoto e fuggitivo come di belve in cattura (quanta nuda umanità e quanto Cristo in tanta varietà di espressioni, di età e di condizioni!) sul volto sacro dei miei morti e dei miei feriti. Bastava che l’ala del dolore li sfiorasse e tosto le linee nude e forti di quelle facce popolane, l’espressione di quegli occhi, ordinariamente semplice e ignara, si componevano armoniosamente, come per un lenta dissolvenza, a quella somiglianza arcana.
Don Carlo Gnocchi, Cristo con gli alpini, 1946

Può darsi condizione più disperante e più umiliante di quella che viene dall’impossibilità di soccorrere, dal non avere più una benda per un ferito, la forza di stendere la mano a un congelato che si trascina carponi dietro la colonna, un po’ d’acqua per un morente, un pezzo di pane per un estenuato - peggio ancora - del non aver neppure la facoltà di commuoversi e soffrire? Chi può dire, se nella vita non l’abbia provato, il terrore che viene dal vedere l’anima propria perdere a mano a mano il potere di consentire al dolore, al pericolo e alla morte? Nulla è più agghiacciante di questo impietramento e quasi morte interiore, sotto i colpi troppo gravi e reiterati della sventura, della fame, della stanchezza e del sonno.
Don Carlo Gnocchi, Cristo con gli alpini, 1946
 
La maschera del dolore si intona subito al volto di questi uomini della montagna; si direbbe loro sommamente congeniale e come appartenente a una loro vita profonda ed occulta, sempre pronta ad affiorare non appena il dolore abbia cancellato le labili parvenze della vita di superficie. Sul volto dei mondani, dei ricchi e dei potenti il dolore è sempre improvviso, stonato e astruso. Non riesce mai a sommergere la maschera della vita facile e di convenzione, senza lasciare residui stridenti. In ogni caso, è sempre proclamato a voce troppo alta e pretenziosa di compassione. Spesso direi che ha perfino un lontano, sebbene involontario, sapor teatrale.
Don Carlo Gnocchi, Cristo con gli alpini, 1946
 
Quantunque non siano i primi giorni i più dolorosi, ma quelli nei quali, allo stupore e quasi alla tentazione del sogno, succede la dura convinzione della realtà e la misura della sciagura.   
Comprendo, caro fratello, il tuo dolore sopratutto nei confronti della tua povera mamma rimasta sola... Misuro i tuoi pensieri e la tua pena pensando che cosa sarebbe stato, in caso analogo, della mia adorata mamma. Povero Carlo! La divina Provvidenza ha dato un posto di tragico primato alla tua famiglia in quest’ora di tragedia e di dolore! Solo le ragioni della fede in un Dio giusto e misericordioso possono alleviare il tuo dolore e pacificare in parte le tue preoccupazioni per quelli dei tuoi che sono rimasti… Anche la mia famiglia ha tanto duramente sofferto. Ma ogni volta che viene il dolore, bisogna sperimentare una forza inattesa e insospettata che viene a sostenerci. Dio non manda mai una croce senza unirvi la grazia per sopportarla.
Don Carlo Gnocchi, lettera a Carlo Gasparini, 28 agosto 1944

Il mio progetto guarda al dolore e lo cerca ovunque si trovi.
Don Carlo Gnocchi, dalla testimonianza di mons. Aldo Del Monte, 10 gennaio 1946

So con certezza che questa teologia del dolore innocente è l’anima del
mio progetto ed è teologia comprensibile solo nella Chiesa.
Don Carlo Gnocchi, dalla testimonianza di mons. Aldo Del Monte, 10 gennaio 1946

Il dannunzianesimo e il fascismo hanno lasciato in eredità a queste anime sofferenti - e sono più di 600.000 - chiamate pomposamente l’aristocrazia del sangue, uno spirito esasperato, esaltato, pretenzioso soltanto di diritti, inquieto e senza consolazione… A tutta questa azione in loro favore è sempre mancata l’ispirazione e quindi la consolazione cristiana, l’unica che possa loro assicurare la sopportazione e rendere possibile anche la sublimazione del dolore. Ora poi ci sono i mutilatini da educare ed assistere. Noi non vogliamo assolutamente che diventino, come sono spesso gli altri, degli esosi il cui scopo principale della vita è quello di mirare al 27 del mese per far coda impaziente davanti agli sportelli delle pensioni contando avaramente il danaro ricevuto e bestemmiando contro il governo. Vogliamo farne degli uomini superiori, capaci di far dono del tesoro della loro sofferenza a Dio ed agli uomini, per la ricchezza di tutti
Don Carlo Gnocchi, lettera a Giulio Andreotti, 22 giugno 1950

Bollettino sanitario: sono sempre a Milano dove lavoricchio vivendo come una larva e brucando or qua or là qualche foglio di carta scritta o da scrivere. Avviserò quando la salma sarà trasferita a Inverigo o altrove.
Don Carlo Gnocchi, da un appunto a Franco Bodini, 28 dicembre 1955

Le maggiori difficoltà contro il dolore e contro la sua attribuzione, così apparentemente strana, nascono da una concezione esclusivamente individualistica e punitiva del dolore stesso; in quanto si crede che nell’uomo la sofferenza sia un affare del tutto personale ed una espiazione rigorosamente commisurata alle colpe individuali. Nulla di più falso invece nella concezione cristiana della realtà. Nell’economia cristiana, l’umanità forma un’unità vivente, solidamente stretta in un solo ed identico destino, compartecipe del bene e del male di ciascuno dei suoi membri; un corpo mistico che segue le stesse leggi del corpo fisico, dove la salute e la malattia, il benessere e il malessere, la vita e la morte sono comuni a tutte le membra.   
Don Carlo Gnocchi, Pedagogia del dolore innocente, 1956

Il cristianesimo non contrasta e non sopprime la natura e Cristo stesso non ha resistito al pianto per la morte dell’amico Lazzaro e per l’imminente rovina di Gerusalemme. Questo sentimento di estimazione e di venerazione non basta però e non serve se non si tramuta in un senso di operante responsabilità.
Don Carlo Gnocchi, Pedagogia del dolore innocente, 1956

Sanare il dolore non è allora soltanto un’opera di filantropia ma è un’opera che appartiene strettamente alla redenzione di Cristo.
Don Carlo Gnocchi, Pedagogia del dolore innocente, 1956

Io credo che, quando si arriva a comprendere il significato del dolore dei bimbi, si ha in mano la chiave per comprendere ogni dolore umano e chi riesce a sublimare la sofferenza degli innocenti è in grado di consolare la pena di ogni uomo percosso e umiliato dal dolore.
Don Carlo Gnocchi, Pedagogia del dolore innocente, 1956

Vale anche per i fanciulli la bella leggenda che san Francesco di Sales applica a Cristo Redentore, secondo la quale c’è un uccello capace di guarire l’uomo dall’itterizia. Quando un malato di questo male si stende sotto un albero, in preda al suo dolore, il piccolo volatile si mette a guardarlo intensamente e ne prova tanta compassione che le sue penne cominciano a prendere il colore triste di quella malattia, mentre a poco a poco si va sbiancando la pelle dell’uomo malato; e quando finalmente il piccolo volatile si è fatto tutto giallo e l’uomo ha riacquistato la bianchezza della salute, allora l’uccellino intona un canto di mesto saluto e va a morire lontano, per non essere visto da alcuno.
Don Carlo Gnocchi, Pedagogia del dolore innocente, 1956

La pedagogia cristiana del dolore tende anzitutto a insegnare praticamente ai bimbi che il dolore non si deve tenerlo per sé, ma bisogna farne dono agli altri e che il dolore ha un grande potere sul cuore di Dio, di cui bisogna avvalersi a vantaggio di molti.
Don Carlo Gnocchi, Pedagogia del dolore innocente, 1956

La nostra attitudine interna ed esterna di fronte a un bambino che soffre per invalidità, per deficienza, per mutilazione, per povertà, per malattia, per ignoranza, per abbandono e per qualsiasi altra causa, deve essere dominata anzitutto da un profondo senso di rispetto, di venerazione; direi quasi, di culto… Di più Noi dobbiamo vedere non soltanto un piccolo umano redentore con Cristo e in Cristo, ma un intercessore e un mediatore di grazia, in forza dell’irresistibile potenza di placazione e di impetrazione che il dolore innocente ha sul cuore di Dio.
Don Carlo Gnocchi, Pedagogia del dolore innocente, 1956

Quando un bambino sarà riuscito a comprendere la somiglianza che esiste tra il suo dolore e quello di Cristo, la preziosità che egli può conferire ad ogni sua sofferenza, per sé e per gli altri, inserendola in quella di Cristo, il dovere che egli ha di imitare il comportamento e i sentimenti di Gesù nei momenti del dolore, con questo egli avrà toccato il centro più profondo e più inesplorato, il più originale e operante di tutto il cristianesimo, quasi - direbbe Gratry - il “punto verginale” della dottrina di Cristo.
Don Carlo Gnocchi, Pedagogia del dolore innocente, 1956

È nella Messa quotidiana che il fiume del Sangue divino si arricchisce con la confluenza dell’umano dolore ed è nel fiume divino che ogni stilla di sofferenza umana e di pianto acquista valore soprannaturale di redenzione e di Grazia.
Don Carlo Gnocchi, Pedagogia del dolore innocente, 1956

La cura degli ammalati, le arti della medicina, la carità verso i sofferenti, la lotta contro tutte le cause dell’umana sofferenza sono una vera e continua redenzione materiale che fa parte della redenzione “totale” di Cristo e di essa ha tutto l’impegno e la dignità.
Don Carlo Gnocchi, Pedagogia del dolore innocente, 1956

Nell’economia della redenzione cristiana, il dolore dell’uomo è complemento volutamente necessario del dolore e della morte redentrice di Cristo: “Compio del mio corpo quello che manca alla passione di Cristo” (Col. 1,24) e perché la redenzione di Cristo sia totale, ogni cristiano deve apportare ad essa il contributo della propria sofferenza personale.  
Don Carlo Gnocchi, Pedagogia del dolore innocente, 1956

“Maestro - domandarono i discepoli alla vista del cieco nato - chi ha colpa della sua cecità? Lui o i suoi genitori?”. “Non è colpa sua né dei suoi genitori - rispose Gesù ridonandogli miracolosamente la vista - ma è perché si manifestino in lui le opere di Dio” (Gv 9,1). Il dolore degli innocenti, nella misteriosa economia cristiana, è anche per la manifestazione delle opere di Dio e di quelle dell’uomo: opere di scienza, di pietà, di amore e di carità. Nella misteriosa economia del cristianesimo, il dolore degli innocenti è dunque permesso perché siano manifeste le opere di Dio e quelle degli uomini: l’amoroso e inesausto travaglio della scienza; le opere multiformi dell’umana solidarietà; i prodigi della carità soprannaturale.
Don Carlo Gnocchi, Pedagogia del dolore innocente, 1956