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“Con cuore di pace in tempo di guerra”. È questo il titolo del Pellegrinaggio di Pace intrapreso in Albania e in Bosnia Erzegovina negli ultimi giorni del 2025 dall’oratorio di Cernusco sul Naviglio (Mi) sulle orme del beato don Carlo Gnocchi, al quale nello scorso autunno è stato intitolato lo stesso oratorio “Sacer”, per ricordare uno speciale centenario, visto che don Carlo - da prete novello - fu giovane coadiutore a Cernusco per circa un anno, nel lontano 1925.
«Questo pellegrinaggio - sottolinea don Andrea Citterio, coadiutore e responsabile della pastorale giovanile di Cernusco sul Naviglio, promotore dell’iniziativa - è stato per tutti noi una grande emozione e un dono. Come don Gnocchi, allo scoppiare della seconda guerra mondiale, decise di partire per l’Albania in veste di cappellano militare volontario della Divisione alpina Julia per accompagnare con un cuore di pace suoi ragazzi chiamati alle armi, così i nostri adolescenti e giovani di Cernusco hanno compiuto un singolare gesto di pace in questo nostro tempo di guerra. Insieme abbiamo ripercorso le sue orme, abbiamo meditato sui suoi scritti, lo abbiamo sentito vicino e noi a lui…».

È stato un viaggio in pullman dal 26 al 30 dicembre, reso possibile grazie al sostegno della Fondazione BCC di Milano. Guidati da don Andrea, dalle suore missionarie e dai seminaristi ambrosiani, ben ottanta giovani hanno raggiunto Scutari nel nord dell’Albania, dove don Gnocchi fu presente nel 1941 durante la guerra, città simbolo del cattolicesimo martire albanese e dell’accoglienza dei profughi durante la guerra del Kosovo di soli 27 anni fa. I pellegrini sono stati ospitati proprio al “Villaggio della Pace”, così chiamato oggi perché quando scoppiò la guerra in Kosovo ben quarantamila profughi furono accolti in questo luogo.

Qui i ragazzi hanno tra l’altro percorso il “Cammino dei Martiri” (uccisi nel dopoguerra dal regime comunista di Enver Hoxha) sotto la guida dell’arcivescovo della città, monsignor Giovanni Peragine, di origini italiane. Con lui hanno partecipato anche alla Solenne Messa di chiusura del Giubileo nella Cattedrale di Scutari. Risalendo nei giorni successivi i Balcani fino alla Bosnia Erzegovina, gli oratoriani di Cernusco hanno visitato Mostar (una città simbolo della guerra che infuriò nella ex-Jugoslavia negli anni ’90, con il suo ponte ricostruito dopo le distruzioni), per poi arrivare a Medjugorje, la città dove la Madonna è venerata con il titolo di Regina della pace, portando numerose intenzioni di preghiera, tra cui quelle raccolte da vari missionari di tutto il mondo a favore di alcuni giovani, in quello che è stato un vero e proprio gemellaggio spirituale.

«Questo pellegrinaggio - aggiunge ancora don Andrea - è stata un’ottima opportunità per mandare tutti insieme un messaggio: ci siamo mossi in ottanta principalmente per un motivo solo, quello di visitare luoghi legati alla pace e segnati direttamente dalla guerra. Questo al di là della fatica di un viaggio così lungo. Ha fatto bene sia a noi educatori che ai ragazzi».
Entusiasti anche i giovani: «Mi ha colpito l'accoglienza di questi popoli, di cui sappiamo poco e che sono relativamente vicini a noi - dice Simone, un giovane partecipante -. In particolare a Scutari, mi ha colpito il fatto di vedere un clima positivo fra religioni diverse, così fraterne e insieme molto attive».

Il viaggio è stato improntato su una dimensione spirituale, di fraternità e condivisione, ma anche internazionale: ogni giovane cernuschese ha portato infatti con sé una lettera di un suo coetaneo che vive in un’altra città del mondo, come a creare un legame spirituale di pace che unisce le tessere della terra. E i ragazzi sono stati muniti di altre tre “armi”: una spilla raffigurante la bandiera della pace del Sermig (il Servizio missionario giovani), un rosario e una felpa che riportava in italiano, albanese e bosniaco la frase del beato don Carlo Gnocchi: “Col cuore di pace in tempo di guerra”.
Ecco: don Carlo li avrà certamente accompagnati nella preghiera. In una terra oltretutto dove la Fondazione che oggi porta il suo nome vent’anni fa ha gettato a sua volta un seme di speranza, con l’apertura e il sostegno di una struttura pensata per curare le ferite della guerra e i bisogni delle persone con disabilità: il Centro riabilitativo “Marija Nasa Nada” (“Maria nostra speranza”) a Siroki Brijeg, una cittadina proprio della Bosnia Erzegovina.
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