Le malattie rare, pur nella loro eterogeneità, presentano... (Leggi tutto)
«I santi sono innamorati di Dio e per questo innamorati delle persone, degli uomini, delle donne. Per questo motivo oggi sentiamo la grazia di ricordare il beato don Carlo Gnocchi. Oggi lo contempliamo. Oggi contempliamo la sua luce d’amore che, come avviene sempre con l’amore, non è spenta dal male e continua a illuminare la vita di tanti».

Sono le parole del cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana, alla solenne celebrazione eucaristica per il 70esimo della morte del “papà dei mutilatini”, svoltasi oggi, 28 febbraio, nel santuario di Milano a lui intitolato: un luogo diventato, in una quindicina di anni, meta di pellegrinaggio continuo di fedeli e di coloro che desiderano accostarsi dal vivo al carisma di don Carlo e ai suoi valori, proprio accanto al Centro “S. Maria Nascente”, da lui voluto e fondato.


Sono trascorsi 70 anni da quel 28 febbraio del 1956, quando don Carlo, all’età di nemmeno 54 anni, moriva alla Clinica Columbus di Milano. Lo ha ricordato in apertura di funzione il presidente della Fondazione Don Gnocchi, don Vincenzo Barbante: «Grazie, eminenza, per essere qui con noi in occasione di questo anniversario. Come ebbe a dire l’allora arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini, in occasione della traslazione delle spoglie di don Carlo dal cimitero monumentale a questo Centro, il 3 aprile 1960, “Veniamo per onorare il fratello che ci ha ricordato questo grande dovere di curvarci verso gli infelici più bisognosi e più meritevoli del nostro interessamento”. Veniamo per lasciare che l’esempio della pietà coraggiosa di don Carlo ci commuova, ci parli, ci induca a ripetere il suo gesto amoroso verso tanti piccoli grandi sventurati e ci insegni ancora una volta che il bene è più forte dell'umanità quando vuole esserlo».
Quasi una quindicina i concelebranti, tra i quali il presidente della Fondazione Don Gnocchi, don Vincenzo Barbante, il presidente onorario, monsignor Angelo Bazzari, il vicario episcopale per la città di Milano della diocesi ambrosiana, monsignor Giuseppe Vegezzi, insieme ad alcuni cappellani dei Centri lombardi della “Don Gnocchi”. Sull’altare, i vessilli sezionali dell’Associazione nazionale alpini di Milano, Como, Varese, Monza, Lecco, Novara e Vercelli, oltre a una trentina di gagliardetti di gruppi Ana. Presenti anche numerosissimi stendardi dell’Aido, regionale e di vari territori, e di altre associazioni e Comuni, tra cui l’Associazione d’Italia Reduci di Russia.

Folta la presenza di autorità civili e militari, con la vicesindaca di Milano, Anna Scavuzzo, il generale Carmine Sepe, Comandante militare dell’Esercito in Lombardia e a Milano, insieme ai sindaci o assessori di San Colombano al Lambro (paese natale di don Carlo) e Seregno. Presente anche un rappresentante della Diocesi Ortodossa Romena d’Italia.
Tra i numerosissimi fedeli presenti, anche il direttore generale della Fondazione Francesco Converti e il direttore scientifico Maria Cristina Messa, insieme a membri del Consiglio di Amministrazione, dirigenti, operatori, ospiti e familiari, rappresentanze dei Centri milanesi e lombardi della “Don Gnocchi”, amici della Fondazione, ex-allievi, numerosi alpini, rappresentanti dell’Aido regionale e territoriale e rappresentanti di altre associazioni. Tra loro, anche i familiari e concittadini di Sperandio Aldeni, l’artigiano elettricista di Villa d’Adda protagonista del miracolo attribuito a don Gnocchi che ha sancito la sua beatificazione. Presente inoltre - circondato dai membri dell’Aido, in ricordo del gesto profetico del trapianto delle cornee di don Carlo - Silvio Colagrande, che da settant’anni vede con gli occhi di un santo.
Il Cardinale Zuppi, nell’omelia, è partito dalla Quaresima, definendola un tempo che aiuta ciascuno a curare lo spirito, a rientrare in se stesso: «Senza la dimensione spirituale finiamo prigionieri del materialismo pratico, schiavi delle cose, del consumo, prigionieri del presente. Nella Quaresima ci scopriamo tutti piccoli e peccatori, non per il gusto di punirci o sacrificarci come pedaggio necessario per poi starcene tranquilli, ma per liberarci per una vita che risorge, che non scappa dal male, ma lo affronta e lo vince. Serve la misericordia, che Gesù ha reso concreta, perché Dio vuole l’amore, non il sacrificio. A Dio interessa il cuore, non l’osservanza esteriore. A Gesù non interessa essere compiaciuto. Chi si esercita nei sacrifici, finisce per restare solo, perché senza cuore e senza il prossimo. E’ davvero il tempo di svegliarci dal sonno, perché la notte, questa notte, di solitudine, di guerra, di violenza, di brutalità, che si impadronisce delle nostre relazioni e spegne la vita, è avanzata e il giorno è vicino».


«La Quaresima - ha ricordato l’arcivescovo di Bologna - accende la speranza, fa pregustare la primavera, la prepara, quando ancora intorno ci sono tante tenebre. In questo ci aiutano i santi, che sono nel cuore di Dio perché hanno avuto cuore sulla terra, perché lo hanno amato sulla terra. E la loro luce ci fa vedere la luce di Dio. Hanno amato nel nome di Dio perché hanno sentito nel loro cuore l'amore. I santi sono innamorati di Dio e per questo innamorati delle persone, degli uomini, delle donne. Per questo motivo oggi sentiamo la grazia di ricordare il beato don Carlo Gnocchi. Oggi lo contempliamo. Oggi contempliamo la sua luce d’amore che, come avviene sempre con l’amore, non è spenta dal male e continua a illuminare la vita di tanti…».

Il Cardinale Zuppi si è soffermato sorridendo sull’originale definizione di don Gnocchi “La mia Baracca”, riferita alla Fondazione, interpretandola in senso profondo: «Don Carlo non ha amato la sofferenza, ma chi soffre, e l’ha resa luminosa con la Croce di Cristo inserendola in una comunità. Non l’ha nascosta, come fa il mondo, per non disturbare, per non intristire e come abitualmente fa il mondo, che vuole cancellare la sofferenza e la morte. La sua “Baracca”, questa espressione familiare e personale di don Gnocchi, tende a esprimere anche una struttura umana in fondo come una baracca sempre provvisoria: questa è stata ed è la casa dove tanti non erano più solo “la loro sofferenza”, ma delle persone amate e amanti».
Riprendendo le pagine più toccanti dei libri di don Gnocchi “Cristo con gli Alpini” e la “Restaurazione della persona umana”, il presidente della Cei ha scandito un monito contro la guerra: «E’ inaccettabile per don Carlo e per tutti quanti noi la follia della violenza e della guerra e in lui emerge anzitutto la scelta di avere misericordia verso le vittime più inaccettabili della guerra, i bambini. Se tutti vedessimo le guerre con gli occhi dei bambini, come ha fatto don Carlo nella guerra che lui ha vissuto personalmente accanto ai suoi alpini, forse potremmo finalmente capire: egli aveva visto l’uomo pieno di pietà e nella sua vita non ha smesso di vedere l’uomo, appunto iniziando dai più piccoli…».


Il Cardinale Zuppi ha infine sottolineato come don Carlo nel dopoguerra non voleva che si usassero parole di commiserazione nei confronti dei fanciulli di cui si era preso cura, mutilatini prima e poliomielitici dopo: «Gli ospiti della sua Baracca non erano povere creature, ma erano figli, fratelli, sorelle e in questo si comprende la riabilitazione, vera lotta per la risurrezione: “Se bisogna ricostruire - diceva -, la prima e più importante di tutte le ricostruzioni quella dell’uomo. Bisogna restituirgli la dignità la dolcezza e la varietà del vivere”. Ecco, proseguendo ciascuno nel proprio impegno, tenendo presente l’estremo nobile gesto del dono delle cornee, __dobbiamo continuamente ispirarci tutti alla mirabile testimonianza del beato don Carlo Gnocchi__».
Il 70esimo anniversario della morte di don Gnocchi viene ricordato in questi giorni anche nel corso di numerose iniziative e celebrazioni che si stanno svolgendo in vari Centri italiani della Fondazione e in realtà vicine.


Il giorno del ricordo della sua scomparsa è stato illuminato da un sole caldo, che ricorda l’abbraccio affettuoso dell’Apostolo del dolore innocente, del “soldato della bontà”, come lo definì l’allora arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini, che ne celebrò le esequie in Duomo. In quel triste giorno di febbraio grigio e piovoso del 1956 c’erano allora – raccontano le cronache – oltre centomila persone: i suoi mutilatini, gli alpini, chi già allora lavorava nella “Pro Juventute”, oggi divenuta, appunto, la Fondazione Don Carlo Gnocchi.
Le spoglie di don Carlo Gnocchi sono oggi custodite nella chiesa sorta a fianco dell’IRCCS “S. Maria Nascente” di Milano della Fondazione Don Gnocchi (via Capecelatro 66), luogo della celebrazione odierna, eretta dall’allora arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, a santuario diocesano. Il santuario e l’attiguo museo della memoria sono meta di migliaia di fedeli, provenienti dall’Italia e dal mondo e sono aperti tutti i giorni, dalle 9 alle 18.
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