Il 13 aprile si è svolto al Museo del beato don Gnocchi di... (Leggi tutto)
don Vincenzo Barbante
presidente Fondazione Don Gnocchi
Il numero di aprile 2026 della rivista Missione Uomo presenta come focus il settantesimo anniversario della morte del beato don Carlo Gnocchi.
28 febbraio del 1956, don Carlo, ricoverato da tempo in una clinica di Milano per una grave forma di tumore, si spegneva prematuramente, lasciando ai propri contemporanei un ultimo gesto di carità, un segno profetico e allo stesso tempo una provocazione: la donazione delle proprie cornee a due ragazzi non vedenti, quando allora nel nostro Paese il trapianto di organi non era ancora disciplinato dalla legge e neppure la Chiesa si era pronunciata ufficialmente in proposito.


Pochi anni dopo, Giovanni Battista Montini, Arcivescovo di Milano e poi futuro Papa Paolo VI, apriva l’omelia in occasione della traslazione della salma di don Gnocchi dal cimitero monumentale al Centro “S. Maria Nascente” di Milano con queste parole: «Perché siamo qui? ... Veniamo a rendere mesto e fedele e pio omaggio alle spoglie mortali qua trasferite di Carlo Gnocchi, bella e pura figura di Sacerdote, di Scrittore, di Cappellano militare, e poi, soprattutto Fondatore della “Pro Juventute”, una istituzione sgorgata dalle ferite più pietose e più amare della guerra, in favore dei piccoli mutilati, e continuata poi, mutate le cause, per analoghe sventure che tolgono ai nostri fanciulli poliomielitici la bellezza delle loro membra innocenti, la capacità di una vita completa, la speranza d’una guarigione perfetta».
Sacerdote, Scrittore, Cappellano militare e … Operatore di Carità: questi i tratti di una personalità straordinaria e originale. La sua proclamazione a Beato nel 2009 ha fatto risaltare ancora di più la grandezza e il valore della sua testimonianza umana e cristiana.
Un uomo di fede, prima di tutto, e di azione: “Da Dio a Dio, ecco i termini estremi della traiettoria terrena di ogni uomo” (Educazione del cuore, 1937). Un credente intelligente, intraprendente, per certi aspetti insofferente nei confronti di una religiosità puramente formale: “Buona parte dei cristiani in generale si accontenta della brodaglia insipida di poche nozioni condite con qualche pizzico di sentimentalismo, ed hanno perduto completamente il gusto del cibo solido e sostanzioso di alcune verità vitali che pure stanno alla base di tutta la costruzione dogmatica cristiana” (Andate ed insegnate, 1934). Un appassionato cercatore del volto di Dio: “Volere o no, siamo tutti, quanti siamo uomini sulla terra, inquieti appassionati e non mai sazi cercatori della faccia di Dio”. (Cristo con gli alpini, 1946). Ed ecco il termine del suo cercare: “Ho veduto il Cristo! … Da quel giorno, la memoria esatta dell’irrevocabile incontro mi guidò d’istinto a scoprire i segni caratteristici del Cristo sotto la maschera essenziale e profonda di ogni uomo percosso e denudato dal dolore”. (idem).
Ed ecco l’esito di questo incontro: “È questo che ti rende e renderà sempre più vicino a Dio, perché Dio è tutto qui: nel fare del bene a quelli che soffrono e hanno bisogno di un aiuto materiale o morale. Il cristianesimo, e il Vangelo, a quelli che lo capiscono veramente, non comanda altro. Tutto il resto vien dopo e vien da sé” (Lettera a Mario Biassoni, 1942)
Sono passati settant’anni dalla sua morte. La sua testimonianza, il messaggio che ci ha trasmesso, l’opera che ci ha lasciato, sono un’eredità viva ed attuale. Il nostro tempo mostra caratteristiche simili a quello di don Carlo.
“Mancano all’uomo moderno ragioni ferme ed immutabili di vita, valori eterni e non contrattabili che condizionino i valori terreni e contingenti, certezze fondamentali che diano coerenza e intellegibilità alla favola dell’esistenza umana. Per questo siamo caduti nell’incoerenza, nel frammentarismo della vita, nel compromesso e nella irresponsabilità morale, nel girellismo politico e nella dilagante disonestà pubblica e privata (…) Il mondo non è mai stato così “uno” come oggi, ma per ora, soltanto di una unità corticale ed esteriore causata dal progresso tecnico. È compito del progresso spirituale quello di dare al mondo anche l’unità interiore; l’idea universale nella quale tutti possono trovarsi fratelli” (Restaurazione della persona umana, 1946).
Queste parole sembrano sgorgare da una coscienza che parla al nostro presente. Avvertiamo tutti un’inestinguibile sete di serenità e di pace, di giustizia e di fraternità. Come naufraghi siamo in balìa di onde inquietanti suscitate da uomini potenti e prepotenti, che ignorano le fatiche e i drammi di tanta parte dell’umanità. Mossi da interessi economici e personali, mascherano dietro ideologie profane e anche religiose, la loro fame di supremazia in un confronto continuo che non conosce regole e sfrutta al massimo le più moderne risorse tecnologiche a disposizione che siano armi o l’intelligenza artificiale. Vale solo una legge, quella del più forte.

Noi, impegnati come siamo nel combattere il male fisico e sociale, nel cercare di costruire reti di collaborazione con quanti condividono la nostra stessa missione e il desiderio di servizio e solidarietà con chi è più fragile, custodiamo gelosamente e fattivamente lo spirito che ha mosso don Carlo, come altri grandi operatori di carità, servendo la vita di ogni uomo “percosso e denudato dal dolore”. Ciò comporta ingaggiare, senza paura o sentimenti di rassegnazione, un costante confronto con gli uomini del nostro tempo, giovani o adulti, personalità politiche, scienziati o esponenti del mondo culturale, per delineare nuovi orizzonti di convivenza in cui a tutti sia concesso di portare il proprio contributo, realizzare una comunità fondata sul bene comune, concedere una speranza e un desiderio di futuro alle nuove generazioni, affrancandole dall’ansia della competizione o dell’emarginazione.
“Ma anche se la fraternità delle nazioni fosse davvero un’utopia, lasciatemi dire che tra la vecchia e la nuova, tra l’utopia di voler stabilire un equilibrio internazionale unicamente basato su un rapporto di forza, per cui stiamo regolarmente scannandoci da ormai troppi secoli e che si dimostra sempre più pazza e irrealizzabile e l’utopia che intende fondare la società internazionale su rapporti d’amore, vale la pena di tentare questa seconda, almeno a titolo di prova e come un’evasione disperata di una generazione che all’odio umano ha pagato il più alto tributo di sangue e di rovine” (Restaurazione della persona umana, 1946). Così scriveva don Carlo immediatamente dopo il secondo conflitto mondiale.
Le sue parole bussano alle nostre coscienze. È tempo di intraprendere decisamente un percorso per cui la Chiesa e le sue opere sociali non debbano solo predicare la pace e il perdono e nemmeno limitarsi a curare le ferite prodotte dall’insulsaggine umana, ma chiamare a raccolta tutti gli uomini di buona volontà e sollecitare un dialogo per ricercare soluzioni condivise alle domande e ai bisogni più urgenti che uomini e donne, e soprattutto i “piccoli”, portano in sé. Uomini come don Carlo ci insegnano che il bene è possibile, che a tutti è data la possibilità di essere artefici di una cultura nuova che parli di solidarietà fraterna. Grazie don Carlo.
Fondazione Don Gnocchi – Milano
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