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I RICORDI DEI GRANDI ALPINI

Speciale Adunata ANA '19

I testi completi delle testimonianze sono pubblicati sul numero speciale della rivista della Fondazione Don Gnocchi "Missione Uomo" (maggio 2019). Per ricevere gratuitamente copia della rivista, è possibile scrivere a ufficiostampa@dongnocchi.it

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«Mi pare di rivederti nella steppa, incrostato di neve,

tracciare un segno di croce sugli alpini in cammino...»

di Mario Rigoni Stern (1922-2008)

Caro don Carlo, tu non hai folle, non telecamere, non cerimonie pompose; non hai fanatici che ricercano le tue reliquie portafortuna; per noi veci della Tridentina sei solamente don Carlo, lo Gnocchi era in più.
Chissà quante volte, don Carlo, in quelle notti o in quei giorni ci siamo sfiorati. Noi del 6° eravamo davanti a fare punta di rottura e dopo ogni battaglia si doveva riprendere il cammino per non permettere all’avversario di richiudere la porta appena aperta e così far proseguire nel varco la lunga colonna.
Tu, don Carlo, poiché non c’era il tempo né era possibile seppellire le spoglie dei nostri compagni, raccoglievi i piastrini di riconoscimento. E benedivi e assolvevi "in articulo mortis" noi che andavamo avanti...
Ciao, don Carlo. Mi sembra di rivederti su un dosso della steppa, solo, staccato, affaticato, incrostato di neve e con una coperta sulle spalle tracciare con fatica un segno di croce su una larga fila di alpini in cammino e poi anche tu riprendere la strada. Dopo tanti anni quella tua benedizione ancora me la porto addosso e spero mi giovi nell’ultima ora per farmi da lasciapassare verso l’ultimo presidio.

Mario Rigoni Stern Peppino Prisco

«Quanti ci manca oggi don Carlo! Solo con persone

come lui potremmo immaginare un futuro migliore»

di Peppino Prisco (1921-2001)

Caro don Carlo,
grazie di tutto quanto ha fatto per i giovani, per gli alpini, per l’Italia, per i suoi e nostri mutilatini! Nel giugno ’42 la incontrai alla stazione di Milano: al mio saluto affettuoso lei rispose con altrettanto affetto: “Sunt adrée a partì per la Russia…”. Potevo dire anch’io quelle parole, ma non ne ebbi il tempo, o l’emozione mi bloccò. Poi ci furono i lunghi e tremendi mesi sul fronte russo: Iddio volle che in pochi riuscissimo a tornare.
Venni a trovarla e nonostante il suo invito al “tu” più intimo tra ufficiali, io continuai con il più deferente “lei”: mi parlò del suo progetto di assistenza ai mutilatini che stava già realizzando e che ai più, ai troppi orientati soltanto a lucrare, sembrava un compito impossibile. Ma sappiamo tutti come lei ci riuscì.
Quanto ci manca un don Gnocchi, come sarebbe importante per noi avere uomini della sua forza d’animo, della sua levatura morale e della sua fede: potremmo finalmente immaginare un futuro migliore. Speriamo che tu, don Carlo (finalmente accolgo quel lontano appello!) possa dall’alto, con le tue preghiere, consentire a noi che siamo sopravvissuti a tante vicende in guerra e in pace di intravedere qualcosa di positivo per i nostri figli, per la nostra Italia.

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«Portava sempre con sè il sorriso degli alpini.

Grazie per averci indicato la strada della solidarietà»

di Nelson Cenci (1919-2012)

Il mio primo, commosso incontro con don Gnocchi fu nell’estate del 1941 a Danilovgrad, in Montenegro, quando lui era cappellano di quella eroica divisione Julia appena uscita dalla guerra di Grecia con grandi sofferenze e gravissime perdite di uomini.
Lo ritrovai molto tempo dopo in Russia, dove lui era cappellano della divisione Tridentina, proprio quel 18 gennaio del 1943 a Podgornoje, dove ci si era ammassati il primo giorno del ripiegamento dopo i duri combattimenti sostenuti sul Don.
Ci eravamo abbracciati come vecchi amici, mentre nulla ancora sapevamo di quello che ci attendeva: i quattrocento e più chilometri di marcia sulla neve, battuti spesso da un gelido vento di tramontana, gli undici sanguinosi combattimenti, i tanti compagni che avremmo dovuto lasciare lungo il cammino senza poter dire loro altro che misere parole di conforto, i molti feriti e congelati, e nulla conoscevamo ancora di quel grande desiderio che, distrutti dalla fatica e dalla disperazione, ci avrebbe preso di lasciarci andare sulla neve e dormire magari senza più svegliarsi...
Ai miei alpini, che con angoscia gli chiedevano: «Signor tenente, lei che ne sa più di noi perché si trova spesso ai comandi, riusciremo a tornare alle nostre case?» aveva risposto: «Ma siete alpini, molti di voi hanno fatto la Grecia e l’Albania dove è stato certamente peggio. Con la vostra forza, il coraggio e la volontà che avete sempre dimostrato, in un modo o nell’altro ve la caverete. Fra poco saremo fuori da questo inferno».
E poi, facendoci fare il segno della croce, aveva aggiunto: «Io e Gesù siamo con voi». Proprio così aveva detto: «Io e Gesù siamo con voi», e questo aveva portato a tutti grande conforto.
Lo rividi a Cologne Bresciano, il piccolo paese dove vivevo per poter serenamente invecchiare con quegli alpini che, ferito, mi avevano portato in salvo fuori dalla steppa.
«Vedi - mi disse quel giorno - gli alpini sono uomini incantevoli, immensi. Li si deve amare come un padre ama i suoi figli. E dico questo non perché mi hanno salvato la vita, ma perché sono alpini!».
Caro, adorato don Carlo, grazie di essere vissuto in mezzo a noi perché con la tua semplicità, con il tuo altruismo, il tuo amore per i più deboli, ci hai lasciato grandi doni rendendo in noi più saldi quel sentimento che crea pietà per la sorte comune, quel vincolo d’amore che dovrebbe unire tutti gli uomini, quell’imperioso desiderio di porgere la nostra mano a chi ci chiede aiuto.

Nelson Cenci Ugo balzari

«In quell'inferno conobbi un santo: ricompose

anche i corpi dei russi: "Qui siamo tutti creatuire di Dio"»

di Ugo Balzari (classe 1922)

Noi 57.000 alpini di Tridentina, Julia e Cuneense originariamente eravamo destinati al Caucaso, ma poi i russi sfondarono sul settore presidiato dai fanti italiani della Sforzesca e fummo mandati di rinforzo. Dovevamo combattere in montagna, ci ritrovammo nelle trincee di una pianura infinita. Le uniche alture erano le colline di terreno gessoso lungo il Don.
Fu allora che conobbi un santo. Era don Gnocchi, cappellano del 5° Alpini, umano sempre, anche quando si uccideva il commilitone per un pezzo di pane, per rubargli il posto più vicino alla stufa. Avevo compiuto da poco 20 anni. Il 19 gennaio il Battaglione Edolo arrivò a Skororyb. Sul filo della “balka”, così si chiamavano le colline, stagliati nel cielo grigio di neve vedemmo quattro carri armati russi e slitte con mitragliatori pesanti condotte da soldati siberiani. Seguì un combattimento durissimo.
Conquistammo il paese al termine di un vero e proprio massacro di uomini, da ambo le parti. La sera stessa don Gnocchi chiese al maggiore Belotti, comandante dell’Edolo, di avere a disposizione quattro alpini: voleva ritornare sul campo di battaglia a benedire i morti. Gli vennero accordati. Tra di loro c’ero anch’io
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“Ragazzi, coraggio - ci disse don Carlo -. Dovete dispormi i corpi in maniera che io possa fare il segno della croce sulla loro fronte. Coraggio… Scucite le piastrine di riconoscimento che stanno sotto il bavero: me le consegnerete in isba”.
Carponi nella neve, ricomponemmo i corpi di quei ragazzi. In ginocchio, passando da un morto all’altro, sentivo don Carlo ripetere: “Dio perché, perché Dio?”. Quando poi si accorse che sistemavamo soltanto i nostri alpini, ci raccomandò: “No, ragazzi. Non solo gli alpini. Anche i russi, i siberiani, i tedeschi... Tutti! Perché qui siamo tutte creature di Dio…”
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