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IL CAPPELLANO DON GNOCCHI

Speciale Adunata ANA '19

Quella santità nata "là dove si muore"

C’è un abbraccio fraterno nella steppa in fiamme divenuta terrificante scenario di morte. È quello tra due cappellani militari del Corpo d’Armata italiano, nella Russia teatro di una delle più immani tragedie della seconda guerra mondiale. È il novembre 1942, un inverno drammatico, tra cataste di cadaveri ghiacciati e sepolti dalla neve.
Don Aldo, giovane prete non ancora trentenne, è allo stremo. Anche la fede vacilla. «Non ne potevo più - confesserà poi -. Avvertivo il silenzio di Dio, sperimentavo la sua assenza, mi pareva di assistere alla vittoria totale del principe del male…».
Decide allora di raggiungere Dolshik, cittadina sul Don, per confidarsi con il cappellano di divisione. E al termine di un viaggio un po’ rocambolesco, ecco finalmente la chiesetta di legno con il minuscolo campanile.
«Davanti alla porta c’era lui. Era la prima volta che lo vedevo. Mi sorrise, mi guardò con due occhi luminosi che pareva dicessero: “Benvenuto, so già tutto di te”. Mi strinse con fraternità caldissima… Era pallido e stanco, ma sembrava, interiormente, una colonna di fede».
Tra le sue braccia don Aldo gli confida di sentirsi spiritualmente sconfitto.
«Se hai avuto il coraggio di venirmi a cercare fin qui - fu la risposta -, chi ti ha mosso se non il Signore? Don Aldo, siamo tutti provati. Noi stiamo vivendo lo sgomento della vigilia di un ripiegamento. Le prospettive sono spaventose: distanze, neve, 40 gradi sotto zero, accerchiamento russo… Chi ci può aiutare se non il Signore? Quanto più noi siamo deboli, tanto più lui è forte. Ma chi lo può rendere presente tra questi ragazzi se non la nostra speranza e la nostra carità? Dai, don Aldo - e gli strinse fortemente il capo - mettiamo alla prova la nostra fede…».
Sopravvissero miracolosamente entrambi all’ecatombe della ritirata.
Don Aldo Del Monte sarà poi amatissimo vescovo di Novara e uno dei protagonisti del rinnovamento ecclesiale del Concilio Vaticano II.

Il cappellano di divisione era don Carlo Gnocchi, apostolo del dolore innocente e padre dei mutilatini, beatificato in piazza Duomo a Milano nel 2009, davanti ad oltre 50 mila fedeli. Tra di loro, ben 15 mila alpini...

L’apostolato al fronte

Carlo Gnocchi era nato a San Colombano al Lambro, presso Lodi, il 25 ottobre 1902. Ordinato sacerdote nel 1925, fu assistente d’oratorio e poi direttore spirituale di una delle scuole più prestigiose di Milano: l’Istituto Gonzaga dei Fratelli delle Scuole Cristiane.
Allo scoppiare della guerra, chiese di seguire i propri ragazzi al fronte.
Scrisse al proprio arcivescovo: «Mi permetta di accettare l’incarico
di cappellano. Sento il bisogno di un contatto più diretto col popolo, di una vita più sana e più vera, di un apostolato più concreto e conclusivo: e questo bisogno è diventato, in questi mesi di travaglio spirituale di fronte alla guerra, irresistibile e imperioso...»
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albania

Una richiesta pressante, accompagnata dall’indicazione di essere assegnato alle truppe alpine e dalla preghiera «di non… imboscarmi. Se ho fatto volontariamente la domanda di essere assunto come cappellano, è stato per il desiderio di essere più direttamente presente al vasto fenomeno spirituale della guerra, non solo per oggi, ma forse più per il domani».
Nel marzo del 1941, assegnato al battaglione Val Tagliamento, della divisione alpina Julia, don Carlo Gnocchi partì per l’Albania, destinazione Tirana, da cui raggiunse la prima linea. Dove sono i soldati, là dev’essere il cappellano.

Il "sogno" della Russia

Sul fronte greco-albanese, nella primavera del ’41 don Carlo visse «giornate dure e violente…». La controffensiva italiana per respingere i greci dall'Albania, andò incontro a un sanguinoso fallimento. La Julia subì forti perdite: in una campagna durata pochi mesi, che doveva dimostrare ai tedeschi la capacità di offesa dell’alleato italiano ma che si tradusse in un grave insuccesso politico, i morti furono più di 9 mila, 6.300 i dispersi e 15 mila i feriti.
Quello che a novembre torna a Milano e al Gonzaga è un don Carlo inquieto, spiritualmente a disagio. Dentro di sè, un desiderio ogni giorno più impellente. Scrive, insiste, sollecita, raccomanda, prega: chiede il fronte, rivuole gli alpini, sogna la Russia. Un campo di apostolato ricco di promesse, in una terra misteriosa e provata. Perché* «quanto bisogno di Vangelo, là dove si muore!».*

Russia

Al cardinale Schuster, interpellato più come padre spirituale che come arcivescovo, aveva aperto il cuore: «Sotto le armi, al fronte come in patria, vi sono tante anime di giovani e di uomini che soffrono; soffrono la lontananza della casa, l'incertezza dell'avvenire, il crollo degli ideali umani, l'incomprensione dei superiori, la crisi della fede, la tentazione dell'immoralità, i disagi materiali, le ferite e la morte. E l'unico conforto valido è la parola di Dio e la grazia dei sacramenti».
Colto il mutamento interiore di don Gnocchi, il cardinale finì per accordare quel permesso in precedenza negato. Così, nel maggio del ’42, don Carlo fu inquadrato nella divisione alpina Tridentina, con sede a Verona. E il 12 luglio ripartì per il fronte.

Gli eroi di Nikolajewka

La Russia descritta da don Carlo è una grande terra inafferrabile e vaga di mistero. Agli indimenticati alunni del Gonzaga, in attesa dei russi don Carlo elenca i primi tre grandi nemici da affrontare: la steppa, il fango, il freddo.
Poi l’offensiva russa, nel gennaio del ’43, costrinse la Tridentina in una sacca continuamente attaccata dall’Armata Rossa. Gli alpini ricevettero l’ordine di sganciarsi dal nemico e di ritirarsi, aprendosi la via con le armi nel cerchio di ferro che i russi avevano ormai saldamente ribadito dietro le loro spalle, dilagando dalle opposte ali dello schieramento.
Undici combattimenti per aprire un varco nell’accerchiamento nemico, undici volte spezzato dall’impeto irrefrenabile degli alpini.
Settecento chilometri di marcia nella steppa bianca e sconfinata, con 40 gradi sotto zero, senza viveri, con poche munizioni faticosamente trascinate sulle slitte, attaccati rabbiosamente dal nemico, assaliti a ogni momento dai carri armati, sotto l’incubo delle incursioni aeree «quando gli autocarri si arrestavano per mancanza di carburante, le artiglierie rimanevano bloccate nella neve, i muli cadevano estenuati dal freddo e dalla fatica, le armi si inceppavano per il gelo, la fila dei combattenti andava man mano assottigliandosi per i caduti, i feriti, i congelati…».
Una marcia di deportati o di maledetti, in una così acerrima inimicizia di uomini e di cose, verso una meta invisibile e sempre più lontana.
Finchè il 26 gennaio, a Nikolajewka, al grido di “Tridentina, avanti!”, gli alpini riuscirono a crearsi il varco decisivo. Don Gnocchi la definisce «una delle più alte vittorie dello spirito sulla materia, della volontà sull’avversa fortuna e una delle più luminose affermazioni della grandezza della nostra gente». Perché in quei giorni tutti diedero fino all’estenuazione, fino all’eroismo: «Dio fu con loro, ma gli uomini furono degni di Dio».

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Salvo per miracolo dall'assideramento

Al cardinale Schuster confidò orgogliosamente in una lettera pochi giorni dopo: «Con un'epica impresa, di cui ha parlato anche il Bollettino germanico, la mia divisione è uscita dall'accerchiamento. Ma quanti dolori, buon Dio e quali giornate! Sono rimasto con quanto solo ho indosso. Potessi almeno celebrare la Santa Messa e recitare l'ufficio divino… ma anche l'altarino è perduto. Beneditemi eminenza e pregate tanto per i miei alpini».
In poco più di un mese, oltre 95 mila soldati italiani persero la vita o furono catturati dai sovietici e solo 30 mila tornarono a casa, molti di loro feriti o congelati.
Anche don Carlo, finito al margine della pista, attardatosi per accompagnare un ufficiale ferito e morente e perso il contatto con la colonna degli italiani, fu ritrovato e caricato su una slitta dal tenente medico milanese Rolando Prada, che lo salvò quasi per miracolo dalla morte per assideramento: «Chiamai tutte le mie forze a raccolta nel ricordo delle persone e delle cose più care, ma invano. Fu allora che mi accasciai lentamente per terra e mi addormentai. Sentivo l’anima dilatarsi smisuratamente sul ritmo di una nenia triste e lontana… Mi risvegliai su di una slitta, buttato a traverso sul corpo dei feriti, muti e legnosi come cadaveri, sotto le coperte laminate dal gelo. Una manciata di zucchero, riserva preziosa del compagno che mi aveva salvato, mi ridonò vigore. Ripresi a camminare, perché il mulo non si attardasse per il troppo peso».
Un diverso destino attendeva il cappellano. Un disegno ardito capace di trasformare l’odio imperante “là dove si muore” in amore sconfinato per i più piccoli e i più fragili.
Quello che anni dopo fece dire in una celebre vignetta al pittore e illustratore Beppe Novello, anche lui alpino reduce della ritirata: “Don Carlo, ora comprendiamo perché non sei morto con noi allora in Russia…”.

La risposta della carità

Don Carlo l’aveva confidato nei giorni cupi al fronte al cugino Mario Biassoni, ultimo affetto familiare rimastogli. «Sogno dopo la guerra - si legge in una lettera del settembre ’42 - di potermi dedicare per sempre a un’opera di carità, quale che sia, o meglio quale Dio me la vorrà indicare. Desidero e prego dal Signora una sola cosa: servire per tutta la vita i suoi poveri».
Perché se il tempo riusciva, sia pure lentamente, a confondere e sfocare i contorni di quella inenarrabile tragedia, «lo sguardo disperato dei miei morti rimaneva sempre sbarrato nell’anima mia. E la loro insonne inquietudine ha sempre adombrato la mia pace».

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Non era bastato il pietoso pellegrinaggio, attraverso le vallate alpine, alla ricerca dei familiari dei caduti per dare loro un conforto morale e materiale, né l’aiuto prestato durante gli anni della Resistenza a partigiani e politici per fuggire in Svizzera, impegno che gli costò l’arresto da parte delle SS e il carcere con la grave accusa di spionaggio e di attività contro il regime.
Il solco di quei mesi al fronte, immerso nel mistero dell’iniquità, a diretto confronto con il male nelle sue diverse sfaccettature, presente nelle singole persone, nelle collettività e nelle ideologie, era enorme e divideva - lo ammise lo stesso don Carlo - la sua vita in due parti.

Il dolore degli innocenti

Il dolore degli innocenti l’aveva già sconvolto nei suoi spostamenti in Albania, Grecia, Montenegro, Croazia, Polonia, Ucraina, Russia…
Lo stesso terrore e la stessa ribellione riconosciuta negli occhi di Bruno, uno dei primi mutilatini accolti nella Federazione Pro Infanzia Mutilata, l’opera da lui avviata a conflitto finito per meglio coordinare gli interventi assistenziali nei confronti delle piccole vittime della guerra. Tagliava l’erba per i conigli e con il falcetto urtò una bomba: davanti ai moncherini, con il chirurgo a spiegare che trattandosi di ragazzi in età di crescita sarebbe stato necessario tornare altre tre o quattro volte sul tavolo operatorio, don Carlo sente le lacrime e il sangue di quel bimbo accusarlo insopportabilmente: «Quando noi si farneticava di spazi vitali e di supremazie di razza, egli non chiedeva che di vivere e giocare un poco…».
Nasce da qui l’impegno di don Gnocchi nel frenetico decennio dopo la conclusione della guerra, nel quale si consumò fino all’estremo nel duplice versante della lotta al male e del suo riscatto: non certo due direzioni giustapposte, ma un’unica risposta pratica al problema del dolore che aveva segnato in maniera radicale la sua esperienza.
Dalla nomina a consulente della presidenza del Consiglio per il problema dei mutilatini di guerra, voluta da De Gasperi, alla crescita tumultuosa dell’Opera con l’apertura di nuovi collegi in tutta Italia, dove raccolse orfani, mutilatini, mulattini e poi anche poliomielitici: Parma e Pessano con Bornago (’49), Torino, Inverigo, Roma e Salerno (’50), Firenze (’51)…
Nel 1951 la Federazione Pro Infanzia Mutilata si trasformò in Fondazione Pro Juventute, riconosciuta con decreto del Presidente della Repubblica l'11 febbraio 1952. Nel 1955, ormai allo stremo delle forze e già minato da un male inguaribile, don Carlo lanciò la sua ultima grande sfida: costruire un moderno Centro che costituisse la sintesi della sua metodologia riabilitativa. Nel settembre dello stesso anno, alla presenza del Capo dello Stato, Giovanni Gronchi, venne posata la prima pietra della nuova struttura, nei pressi dello stadio di San Siro, a Milano.

La profezia della santità

Don Gnocchi morì a Milano, il 28 febbraio 1956, a soli 53 anni. Indomito nello spirito, volle però porre l’ultimo sigillo a una vita donata fino all’eccesso: regalare i propri occhi a due mutilatini. Il gesto della donazione delle cornee, fuorilegge in quegli anni, sollevò grande clamore non solo tra l’opinione pubblica, ma anche nel mondo dei giuristi e nei circoli dei moralisti e dei teologi. Fu però grazie a don Carlo che il Parlamento varò le prime norme sui trapianti d’organo. E sul versante morale, papa Pio XII, nell’Angelus della domenica successiva alla morte, avallò il generoso gesto, ponendo a tacere qualsiasi osservazione contraria o dubitativa.

alpini funerali

I funerali, presieduti dall’amico monsignor Montini, da poco più di un anno arcivescovo di Milano, furono grandiosi per partecipazione e commozione: quattro alpini a sorreggere la bara, altri che portavano a braccia i piccoli mutilati giunti da tutta Italia, oltre centomila persone a gremire il Duomo di Milano e la piazza, la città listata a lutto e l’Italia intera a piangere la scomparsa dell’apostolo della bontà.
Le cronache ricordano che correva per la cattedrale una specie di parola d’ordine: «Era un santo, è morto un santo».
Un saluto che sapeva di profezia: trent’anni dopo, il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, ha avviato il processo di Canonizzazione che in sede diocesana si è concluso nel 1991. Nel dicembre del 2002 Papa Giovanni Paolo II, riconoscendone l’eroicità delle virtù, ha proclamato don Carlo venerabile. Nell’inverno del 2004, è stata completata l’istruttoria supplementare diocesana, chiusa solennemente dal cardinale Dionigi Tettamanzi, per l’analisi di un presunto evento miracoloso segnalato alla segreteria della Postulazione della Causa. Nel gennaio del 2009 Papa Benedetto XVI ha firmato il decreto che attribuisce a don Gnocchi il miracolo che ha visto protagonista Sperandio Aldeni, artigiano elettricista e alpino bergamasco, incredibilmente sopravvissuto a una mortale scarica elettrica.
Era l’ultimo passo, il più atteso, che ha ufficialmente sancito la beatificazione di don Gnocchi, celebrata a Milano, in piazza Duomo, il 25 ottobre 2009.

«Gli occhi dei miei morti»

Da quell’abbraccio ai piedi della chiesetta sul Don, alla vigilia della tragica ritirata di Russia, all’abbraccio con le centinaia di bambini e ragazzi sofferenti accolti nei collegi dell’Opera fortemente sognata, tenacemente voluta e concretamente avviata da don Carlo al rientro dalla guerra non esiste soluzione di continuità.
Non si capisce il don Gnocchi padre dei mutilatini se non lo si comprende nel suo ruolo di cappellano di migliaia di giovani alpini mandati al massacro.
È quello che con parole straordinarie scrisse don Primo Mazzolari nella prima recensione del Cristo con gli alpini pubblicata nel maggio 1942 su L’Italia: «Sapete come don Gnocchi ha potuto vedere il Signore fra i suoi soldati? Perché si è fatto interamente uno di loro e li ha guardati come i continuatori della passione e della redenzione. Chi si mette con l’uomo che soffre e che muore per soffrire e morire con lui, non solo vede il Cristo, ma può farlo accettare da tutti, anche oggi, soprattutto oggi».
E che pure don Gnocchi aveva mirabilmente descritto nelle pagine del suo capolavoro, vincendo quell’inquietudine conficcata nel cuore dagli occhi aperti e pungenti dei tanti alpini morti al fronte: «Lo sguardo dei miei compagni perduti ho sempre portato desto e conturbante nell’anima fino a pochi giorni or sono, soffrendone come di un debito insoluto... Ma ora non più. L’altra sera, una fredda e chiara sera invernale spazzata dal vento, i miei piccoli, gli orfani dei miei alpini dormivano tutti naufragati nei grandi letti bianchi della casa austera e serena da poco preparata per loro. Dormivano il loro sonno di seta, popolato di corse spensierate al paesello alpestre, dalla voce pacata della suora insegnante, nella grande casa nuova ancora tutta da scoprire. E nell’oscurità frusciante di innocenti pensieri e di sogni ridenti, tornai a vedere gli occhi desti e trafiggenti dei miei morti. Lente e stanche le palpebre del sonno scendevano su di essi. I miei morti, finalmente, riposavano in pace».

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