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LE OPERE

Gli scritti

Andate e insegnate (1934)

Preparare gli educatori della nostra gioventù è il problema assillante di chi ha e sente la responsabilità di formare lo spirito veramente cristiano delle nostre generazioni: così la Federazione degli Oratori Milanese scriveva nella presentazione al volume, datata 12 settembre 1934. E aggiungeva: "Da un anno, un giovane e generoso sacerdote è venuto dettando per il Bollettino federale una serie di conferenze ai cooperatori d’oratorio, che costituiscono un vero trattato di formazione dell’educatore, adatto principalmente per la nostra istituzione. La Federazione Oratori Milanesi è lieta di presentare la trattazione agile, ma soprattutto pratica, del carissimo Don Gnocchi, che risolve un problema tutto nostro, ma così prezioso per l’anima di ogni parroco".

Lo scritto è composto da 19 brevi conferenze che costituiscono un vero trattato di formazione per gli educatori della gioventù. Si rivolge quindi non solo agli Assistenti, per dare loro una preparazione pedagogica oltre a quella generica del cammino di vocazione spirituale, ma anche a tutto il gruppo di cooperatori laici, maestri di dottrina cristiana, che formavano allora l’ossatura caratteristica degli oratori milanesi.

Lo scritto risente della lingua e dello stile dell’epoca, ma non è raro trovarvi autentiche perle preziose.

L'insegnamento religioso nell'Opera Nazionale Balilla (1934)

Questo opuscolo è stato scritto negli anni del massimo consenso, anche a livello internazionale, al regime fascista, e cerca di spiegare il senso della presenza religiosa del cappellano nell'Opera Nazionale Balilla: far sì che anche le nuove forme di civiltà verso le quali l'Italia sembrava avviarsi, fossero "mete di civiltà cristiana".

Agli uomini di buona volontà (1937)

Si tratta del commento e della presentazione della lettera enciclica di Pio XIDivini opuscolo riceveva l’imprimatur della Curia di Milano. Fu dunque scritto di getto, e con la foga tipica di Don Carlo: fresco del suo stile e della sua intelligenza, della sua cultura e della sua finezza."

Se alcuni passi possono far pensare a una condivisione del fascismo da parte di don Carlo, ad una lettura attenta non può sfuggire l’equilibrio rigoroso nel quale egli si tiene. Così, quando cita Mussolini lo fa in funzione di un esame di coscienza che discende direttamente dal Vangelo.
Ed anche quando celebra “la fermezza e l’inflessibilità del Governo fascista nel disintossicare la vita nazionale dall’infezione comunista”, subito richiama la conversione, “la lotta dell’individuo contro se stesso, la bonifica profonda del costume e della vita individuale come l’opera urgente e diuturna che spetta ad ogni cittadino”.

Parole che dicono la libertà interiore di Don Carlo, che rivelano l’unica passione che ha dominato la sua vita e che sembra egli sintetizzi in una citazione di Ilario di Poitiers: “Che cosa vi ha di più pericoloso per il mondo che non accogliere Cristo?”.

Educazione del cuore (1937)

È il testo di un educatore, divenuto esperto grazie a lunghi studi sui libri di carta e ad intense e appassionate frequentazioni di quei libri che sono i cuori: don Carlo ha fatto confluire in questo lavoro la lunga esperienza maturata tra i giovani, prima negli anni d’oratorio a Cernusco sul Naviglio e a San Pietro in Sala a Milano, poi come direttore spirituale all’Istituto Gonzaga. Un educatore che ha presto imparato come non si debba tanto censurare il male, quanto proporre il bene: “Fate soprattutto che il bene sia attraente e avventuroso almeno quanto il male, perché molto spesso i giovani peccano perché la vita morale appare loro piatta, borghese, perfino antipatica per un errore di presentazione da parte degli educatori”.

Leggendo queste pagine ci si accorge come non ci sia alcuna concessione al pietismo, anzi una serrata, serena e pertanto schietta trattazione di ciò che concretamente significa amare. Nessun oscurantismo cattolico, ma piuttosto un’indicazione, quasi profetica, di quell’impegno su valori che sembriamo recuperare o capire soltanto da poco: l’amore per la natura, l’incitamento al volontariato.

Ma soprattutto don Carlo evade i limiti dell’esperto educatore per diventare egli stesso modello di educatore: scorrendo queste pagine, nasce l’impressione che non solo si debba fare quello che egli consiglia - con i saggi adattamenti che i tempi richiedono - ma anche si debba imparare ad essere come lui, educatori appassionati, sacerdoti santi.

La direzione spirituale nella preparazione dei giovani alla famiglia (1939)

Questo scritto di don Carlo appartiene a un gruppo di sette lezioni tenute nel 1939 a un centinaio di assistenti di Azione Cattolica a cura della Federazione giovanile diocesana milanese sul tema in quegli anni di grande attualità: far vivere la grazia.

La lezione di don Carlo fu particolarmente pregevole ed ebbe la caratteristica di essere in anticipo sui tempi, sostenendo l’assoluta necessità di un’adeguata preparazione dei giovani alla missione familiare, iniziando già dagli anni della fanciullezza e dell’adolescenza.

I giovani del nostro tempo e la direzione spirituale (1940)

"Quando noi arriviamo a proporre il problema della Direzione Spirituale, possiamo dire di toccare il centro vitale e di raggiungere l’anima profonda di tutta l’educazione cristiana. Le attività esteriori dell’azione pedagogica della Chiesa non sono che condizioni atte a rendere possibile il contatto diretto dell’anima con il sacerdote, al fine di generarvi la vita cristiana, altro non sono che operazioni necessarie ma sempre preliminari allo sbocco del fiore terminale e del coronamento ultimo dell’educazione cristiana: la direzione spirituale".

Così scrive don Carlo nella premessa a questo scritto, frutto dell’esperienza maturata nella parrocchia di San Pietro in Sala a Milano e all’Istituto Gonzaga. E dedicato alla santa memoria della madre, signora Clementina Pasta, scomparsa improvvisamente poco prima del Natale 1939.

Il problema del cinema (1940)

“Pensate! Duecentocinquanta milioni di spettatori passano ogni settimana davanti agli schermi di tutto il mondo. Il cinematografo è il quinto potere…”. Sono parole cariche del sapore di una realtà che sembra lontana nel tempo, eppure così attuali nei contenuti da sembrare terribilmente profetiche. La televisione, che negli anni ha sostituito il cinema, e il suo influsso sulla società non cancellano, anzi ripropongono l’esigenza di una educazione all’uso dei media, soprattutto dei bambini e dei giovani.

Un dovere educativo che si era già posto a suo tempo don Carlo. Di qui l’analisi del fenomeno cinematografico necessariamente condizionato dalla “cassetta”, dal successo finanziario. E la riflessione attenta della sua incidenza sui giovani, sui rischi che genera in essa di vivere una vita non corrispondente a quella reale, una vita di illusione capace di confondere le idee fondamentali di giustizia, di amore, di famiglia, di donna, di dovere, di sacrificio.

Il suo timore - senza alcuna ossessione moralistica - era già allora quello che i sociologi attuali denunciano con sempre maggiore frequenza nei confronti della televisione: il formarsi di una mentalità puramente recettiva, non sanamente critica; di una mentalità visiva, incapace di usare del dono dell’intelligenza, che sola permette di interpretare, di entrare dentro e in profondità nella realtà.

Cristo con gli alpini (1943)

È lo scritto maggiormente noto di don Carlo che visse da uomo, da cristiano e da cappellano degli Alpini il dramma della campagna di Russia durante la seconda guerra mondiale. Davanti
all’immane tragedia della ritirata, il sacerdote scopre il volto di Cristo e il senso ultimo di quella terribile vicenda.

"Da quel giorno, la memoria esatta dell’irrevocabile incontro mi guidò d’istinto a scoprire i segni caratteristici del Cristo sotto la maschera essenziale e profonda di ogni uomo percosso e denudato dal dolore".

È uno scritto confessione che cambierà il corso della sua vita: dalla sua miracolosa sopravvivenza don Carlo trasse l’impegno e la forza per creare un’Opera per i figli dei suoi alpini caduti, per i mutilatini, vittime innocenti della guerra e per i disabili di ogni tipo, istituzioni che saranno da lui stesso considerate come la vera “eredità di quei morti”, allo scopo di far sì che “i caduti non muoiano”.

Restaurazione della persona umana (1946)

Dio non è come noi uomini. Eppure noi uomini siamo chiamati ed essere come Dio. Questa è la verità della storia, questo il senso della creazione, questa la realizzazione piena e autentica dell’essere umano.
"Cristo, così splendidamente vero Dio e vero uomo - scrive don Gnocchi - è l’esemplare e la forma perfetta cui deve mirare e tendere ogni uomo che voglia possedere una personalità veramente umana, capace cioè di attuare pienamente l’istinto che la sospinge a superarsi e ad ascendere verso il divino".

Questa la proposta che si dipana tra le pagine suadenti, pregnanti e coraggiose di don Carlo "Bisogna rifare l’uomo". E l’essere umano viene scandagliato nelle sue componenti (intelligenza, volontà, corporeità, relazionalità, individualità, coscienza) e in ognuna, sempre, si rintraccia l’impronta di quel Dio di cui immagine siamo.

"Ogni restaurazione della persona umana, che non voglia essere parziale, effimera o dannosa come quelle finora attuate dalla civiltà - diceva ancora Don Carlo - non può essere quindi che la restaurazione della persona di Cristo in ogni uomo".

Elementi del problema divorzistico (1947)

Questo breve scritto, che va inserito nel contesto dei suoi contributi sulla preparazione dei giovani al matrimonio, è un’acuta presa di coscienza del pericolo che potevano rappresentare le simpatie verso il divorzio, sempre più emergenti soprattutto negli ambienti della borghesia italiana.

Lo scritto, che illustrava i gravi danni che un’eventuale legislazione divorzista avrebbe provocato alle persone socialmente più deboli (le donne e i figli dei divorziati), voleva essere un campanello di allarme per quei rappresentanti del mondo cattolico che si illudevano di essere in grado di impedire l’introduzione del divorzio nella legislazione italiana.

Pedagogia del dolore innocente (1956)

Quante volte, dinanzi alla pena di un bimbo morente o sofferente, capita di raccogliere espressioni come queste: “Mio Dio, perché fai soffrire questo innocente? Perché non colpisci me, che sono un peccatore?”.

E quante altre volte succede di cogliere sulle labbra dei bimbi, al momento di un’operazione dolorosa, l’espressione ricorrente ed uguale, perché dettata dalla coscienza: “Perché mi fate soffrire? Io non ho fatto nulla di male”.

In questo scritto-testamento spirituale, che don Carlo compose nel periodo della sua ultima, dolorosa malattia, c’è tutto il senso dell’Opera del sacerdote milanese: il dolore, e in particolar modo il dolore innocente, come possibilità di redenzione, come via di salvezza per ciascuno e per l’umanità intera.

Così ogni bimbo, ogni bimbo che soffre, è una piccola reliquia preziosa della redenzione cristiana: occorre pertanto che questo incessante fiume di grazia, questo inestimabile tesoro non vada perduto, ma diretto all’unica meta nella quale il dolore di un innocente può prendere valore e trovare giustificazione: Cristo crocifisso. Questo fu l’anelito e lo scopo della vita di don Carlo, la vocazione a cui si sentì chiamato da Dio nel deserto di dolore, di sangue, di freddo e di fame che egli attraversò arrancando con i suoi giovani alpini. Questa fu la missione pedagogica che si prefisse: educare il fanciullo a inserire con libertà e coscienza la propria sofferenza in quella di Cristo per la salvezza dell’intera umanità.

Lo scritto si conclude con il monito, la consegna ancora attuale che don Carlo morente ci ha lasciato: “Nella misteriosa economia del Cristianesimo, il dolore degli innocenti è permesso perché siano manifeste le opere di Dio e quelle degli uomini: l’amoroso e inesausto travaglio della scienza; le opere multiformi dell’umana solidarietà; i prodigi della carità soprannaturale”.