Testimonianze
9 Novembre 2011
Silvio Colagrande è uno dei “mutilatini “ di Don carlo che vede ,
grazie ai suoi occhi
Nel 1956 venne sottoposto al primo trapianto in Italia , delle cornee.
Il donatore era infatti Don carlo Gnocchi, deceduto il giorno precedente.
Vorremo prima di tutto far conoscere Silvio Colagrande, tuttora direttore della Fondazione Don Gnocchi di Inverigo, e riproporre un' intervista da lui rilasciata nel 2009 a sussidiario.net, perché dalle sue parole si possa capire e cogliere il Valore e l’importanza dell’opera creata da Don Carlo.
Dottor Colagrande, come ha accolto la notizia della beatificazione di don Gnocchi?
Ad essere sincero sono sempre stato un po’ impaziente di ricevere questa notizia.
La Chiesa ha portato alla
beatificazione una persona che per noi era già da lungo tempo considerato, non beato ma santo.
E non parlo
soltanto di chi oggi lavora all’interno della Fondazione Don Gnocchi, ma delle moltissime persone che lo
hanno conosciuto.
C’è ancora molta gente viva fra i suoi mutilatini. Molta gente che lo ha conosciuto e
amato.
E tutti coloro che hanno avuto a che fare con don Carlo di lui hanno la stessa identica impressione,
ossia che fosse un uomo straordinariamente capace di incidere nel sociale, ma sempre partendo dalla sua
fede in Cristo.
La sua beatificazione si può certamente interpretare, da un punto di vista laico, come il
riconoscimento delle grandi opere sociali che egli ha generato, eppure la sua missione non si capirebbe se si
prescindesse dalla sua religiosità.
Per questo motivo noi lo abbiamo sempre considerato un santo.
Insomma non c’era in lui distinzione fra l’aspetto sociale e quello religioso?
Assolutamente no.
Io cerco sempre di spiegare questo concetto riprendendo quanto egli scrisse nella sua
opera “Pedagogia del dolore innocente”, laddove si interroga cercando di motivare tutte le sfaccettature del
dolore dei bambini, che è il più innocente di tutti i dolori.
Secondo Don Gnocchi questo dolore è permesso
perché si manifestino le opere di Dio e quelle degli uomini. Le opere degli uomini le identificava soprattutto
nel travaglio della scienza alla ricerca di soluzioni mediche, le opere di Dio attraverso l’esperienza della
gratuità con la quale il dolore dell’altro veniva accolto.
Su entrambi questi fattori egli riportava sempre il
punto alla misteriosa opera della Carità soprannaturale.
Non era visionario, egli parlava sempre di cose
umane, ma legate indissolubilmente alla volontà divina.
Come è stato il suo incontro con don Carlo Gnocchi?
L’ho conosciuto un anno e mezzo prima che morisse, avevo 10 anni quando giunsi qui a Inverigo e stavo
allora cominciando a rivedere un po’ dall’occhio destro.
Non riuscivo, e non sarei mai riuscito a riprendere a
leggere e scrivere.
Ma non avevo difficoltà a riconoscere le persone.
Quando venni a Inverigo la prima volta
sentii il suo sguardo su di me, ma don Carlo non mi rivolse mai la parola.
Per quale motivo?
Non l’ho mai saputo.
Ricordo però che mi rivolse un bellissimo sorriso.
Anche questo
fa parte delle sue “misteriosità”.
Ma dopo 10 giorni da quell’incontro mi fecero visitare gli occhi dal
professor Galeazzi.
La conclusione del medico fu che l’unica soluzione per me sarebbe stata un trapianto di
cornea in Svizzera.
In Italia a quei tempi i trapianti erano proibiti.
Poi, in primavera, venni trasferito a Roma
in una scuola dove insegnavano a leggere il braille.
Nel mese di agosto il direttore mi comunicò che in
Svizzera si erano resi disponibili per sottopormi a un intervento.
Era il settembre del 1955 quando rividi don
Carlo.
Ma quella volta non era più come la prima.
Il suo volto era sofferto, i lineamenti tirati, si vedeva che
era ammalato.
In seguito mi dissero che il trapianto in Svizzera era saltato.
Poi tutto è precipitato.
Il 27
febbraio del ’56 venne a prendermi il professor Galeazzi.
Il 28 intuii che stavo per essere sottoposto a
un’operazione agli occhi, ma solo il giorno dopo compresi che il donatore era stato don Carlo.
Infatti la radio
dette l’annuncio della sua morte.
Ero stato operato a Milano, «ci penso io a lui» aveva detto pochi giorni
prima di morire, era riuscito a farmi operare in semiclandestinità presso l’istituto oftalmico dal professor
Galeazzi e mi aveva donato i suoi occhi.
Perché scelse proprio lei nonostante non le avesse mai rivolto la parola?
Il motivo preciso non lo so.
Io me lo spiego con un gesto d’amore che trascende il livello confidenziale di un
rapporto.
Ero lì e avevo bisogno di un trapianto, lui ha fatto sì che questo avvenisse, punto.
Le altre ragioni
che abitavano nella sua mente le ignoro, ma penso che questo gesto sia stata la conseguenza ultima di
un’anima abituata a donarsi completamente.
Non credo che questa interpretazione sia lontana dal vero.
Spesso si utilizza la parola “miracolo” per descrivere fenomeni soprannaturali e inspiegabili.In questo caso di miracolo non si tratta, ma di un trapianto medico.
Eppure qualcosa fa sì che questa sua esperienza possa essere chiamata miracolosa, perché ?
In genere dovrebbero essere altri, e non uno come me, ad attestare l’autenticità o meno di un miracolo.
Io
mi limito a dire che gli effetti del trapianto che ho subito durano da 53 anni e mezzo, perfettamente.
Quando
sono tornato a vedere, non ho acquistato una vista d’aquila, non mi è successo quello che accade ad alcuni
pazienti che recuperano 9 o 10 decimi.
Recuperai soltanto 2,60 decimi, fin da subito.
Un mezzo insuccesso
apparentemente.
Eppure da allora non sono peggiorato nemmeno di un centesimo alla vista.
Sono riuscito a
studiare, a laurearmi e a lavorare per tutto il resto della mia vita.
Lo stato del trapianto è esattamente quello
del primo giorno.
Per i medici questo fatto, per quanto eccezionale, è comunque accettabile da un punto di
vista scientifico.
Ma personalmente lo giudico come un perenne segno della presenza di don Carlo nella mia
vita.
Lo considero come il mantenimento di un legame e di una promessa che egli ha fatto alla mia vita.
Oltre al trapianto di cornea, per che cosa lei è più grato alla figura di Carlo Gnocchi?
In primo luogo egli ci ha raccolti dalla strada.
Era un’epoca nella quale senza il suo abbraccio saremmo
cresciuti come dei poveri derelitti abbandonati senza alcuna possibilità nella vita.
L’opera dei mutilatini è
consistita nel rilanciare numerose vite spezzate.
E questo non è poco, considerando anche i sacrifici immani
ai quali don Carlo si è sottoposto lungo l’arco di tutta la sua vita per noi.
Ma soprattutto sono grato a don
Gnocchi per averci offerto la possibilità di continuare la sua opera, in primo luogo insegnandocene il valore
profondo e poi offrendoci la possibilità di portare a compimento la nostra vita seguendo il percorso da lui
iniziato.
Di redazione