ALLA MEDICINA SERVE UN SUPPLEMENTO D’ANIMA
Nella cura dei malati sappiate diventare autentici santi della carità professionale
di Dionigi Tettamanzi *
Il Vangelo è un testo che ha un suo grande valore anche per i non credenti: può, dunque, essere preso in considerazione con interesse da tutti, senza distinzioni di culture e di religioni. In particolare, anche sul tema specifico del “guarire”, il testo evangelico offre spunti di profonda, anzi eccezionale umanità; registra analisi psicologiche finissime; contiene annotazioni e richiami di forte suggestività. Ho scelto di soffermarmi su due brani del Vangelo: la guarigione della suocera di Pietro e la guarigione del servo del centurione romano.
Vorrei prima richiamare, però, una linea costante dei brani evangelici che ci parlano del rapporto tra Gesù e i malati: la malattia del corpo è solo una delle dimensioni della sofferenza di chi chiede aiuto al medico. È questo un dato che emerge con grande chiarezza dalle pagine del Vangelo, per il quale l’infermità e la malattia sono spesso solo l’apparire di un dolore più profondo, il manifestarsi di un malessere dell’animo, di un disordine della persona.
Una sofferenza, questa, che non è certo assente dall’uomo moderno. Anzi, essa appare talora come la forma di bisogno più acuta che il medico e le altre figure della cura psicologica e spirituale della persona incontrano nella loro attività e di fronte alla quale essi si trovano spesso a essere impotenti.
C’è in questo solo il dato di un limite umano che segna anche la medicina, oppure c’è l’invocazione di un qualche altro aiuto, di natura più spirituale e religiosa? Non si deve forse prestare più attenzione ad alcune realtà - come la riconciliazione con Dio, l’abbandono fiducioso alla sua volontà, la preghiera, il ricorso ai sacramenti e qualche forma di impegno caritativo - che possono rappresentare un percorso spirituale di uscita dalla crisi profonda della persona od offrire, almeno, uno spiraglio di luce, di speranza che si accende nella vita di queste persone?
Proprio questo interrogativo ci invita a prendere in considerazione qualche esempio concreto di guarigione narratoci dal Vangelo.
La guarigione della suocera di Pietro
La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito a Gesù parlarono di lei. «Egli – scrive l’evangelista - accostatosi, la sollevò prendendola per mano: la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli». Il contesto è quello familiare, domestico: Gesù non prende le distanze dai suoi amici, dagli apostoli e dai discepoli, non “si protegge” dalle loro domande e dalle loro richieste. Non ha paura di farsi commensale con chi ha bisogno di lui. Anzi, cerca lui stesso il rapporto diretto, immediato, faccia a faccia.
Già questo interpella tutti noi, sfida i medici e gli operatori sanitari, entra nella nostra psicologia, mette a nudo i nostri percorsi interiori prima ancora che si facciano evidenti con determinati gesti e comportamenti. Tutti corriamo il rischio di allontanarci dal volto di chi ci cerca, di trincerarci dietro al tempo che manca, di non reggere al confronto con le domande più disarmanti e sincere dei nostri ammalati e dei loro cari.
Per ascoltare queste domande, per raccogliere questo grido - che può essere silenzioso o urlato nel pianto -, bisogna entrare nella “dimora” della persona, occorre farsi accogliere da essa, proprio come Gesù che sapeva farsi accogliere nelle case di chi più amava perché più aveva bisogno di lui.
Sta qui la dimensione che possiamo chiamare della “commensalità del dolore” e della “familiarità dello sguardo umano”. È la dimensione che nasce da una dedizione incondizionata all’uomo sofferente, che è la forma compiuta della “carità professionale”, cioè la declinazione o concretizzazione della carità - che è l’istanza etica più alta della nostra vita - dentro l’esercizio quotidiano della professione medica e sanitaria.
Gesù non misura la sua fatica.
In questo contesto di familiarità si svolge quella che appare essere la “visita domiciliare” alla suocera di Simon Pietro. La giornata di Gesù era stata intensa e verosimilmente doveva essere stanco e avrebbe voluto sedersi in compagnia dei suoi amici pescatori. Ma non può restare indifferente di fronte a una donna che soffre. Lui non calcola, non misura la sua fatica, non si risparmia.
Così è anche per voi, medici e operatori sanitari. C’è sempre un’energia ancora da spendere, anche quando siete arrivati a sera e il peso della giornata grava sulle vostre spalle. Lo sapete: l’eroico è il quotidiano vissuto per qualcosa di più grande di noi; la santità è il quotidiano vissuto secondo le esigenze dell’amore pieno, lasciandoci ispirare dal comportamento di Gesù stesso.
È in questa prospettiva ampia che vorrei così esprimermi: se quando ci accade di dire “basta”, “per oggi è troppo”, “non c’è più posto per questo”, provassimo davvero a pensare che cosa farebbe Gesù se fosse qui al nostro posto? La sera a casa nostra quando squilla di nuovo il telefono, la notte in reparto quando ci cercano e noi stiamo per smontare dal turno di guardia, non ci sentiremmo più chiamati a diventare patetiche “vittime del nostro lavoro” ma autentici “santi della carità professionale”, cioè uomini e donne cristiani che sanno offrire la loro vita perché l’amore stesso di Dio si manifesti nel mondo attraverso l’opera della cura dei malati cui essi sono chiamati, per vocazione, a dare forma umana concreta.
Gesti di vicinanza
Gesù avrebbe anche potuto non avvicinarsi alla suocera di Pietro; eppure decide di “accostarsi”, di “prenderla per mano” e di “sollevarla”: esattamente come fa il medico durante una visita al letto del paziente. Sono gesti di vicinanza fisica, sensibile: gesti che possono far sentire non solo la presenza umana, ma anche - per quanti hanno fede - la presenza stessa di Gesù come il segno concreto dell’amore del Padre verso una sua creatura che soffre.
Come Vescovo non posso non mettermi nei panni dei medici cristiani per pregare per loro e per offrire loro questo augurio: vi auguro di sapervi chinare sui vostri ammalati, con la coscienza di un gesto che Dio ha compiuto anzitutto verso ciascuno di voi; vi auguro di prendere loro la mano nella certezza che il Signore ci prende tutti ogni giorno per mano, per non lasciarci smarrire lungo le strade della nostra vita; vi auguro di sollevarli, durante la visita o l’incontro, nella memoria di Gesù che ci ha sollevati dal giogo del peccato e della morte per chiamarci alla libertà dei figli di Dio. Allora - ne sono sicuro - cambierebbe e in profondità il nostro atteggiamento verso chi sta di fronte a noi nella sua umanità sofferente.
Il servizio è contagioso
«La febbre la lasciò ed essa si mise a servirli». C’è in questo versetto un elemento di grande interesse. In realtà, il servizio ai malati, il “ministero della salute” è capace non solo di guarire, ma anche di suscitare a sua volta - in chi ne fa esperienza - apertura, disponibilità, amore e servizio verso l’altro. La suocera di Pietro non si attarda troppo nel suo letto, ma subito riprende la sua operosità domestica.
La disponibilità al servizio genera ulteriore disponibilità al servizio: la “carità professionale” ha in sé una capacità di “contagio”, è benignamente ma efficacemente contagiosa. E questo a cerchi concentrici: dai più vicini agli altri, sino ai più lontani. Anzi questo “contagio” può sviluppare una valenza, una carica tipicamente sociale, destinato come è ad entrare nella stessa società e in qualche modo a modificarla culturalmente, ossia nella mentalità e nel costume.
Se i cristiani medici e operatori sanitari faranno della loro professione un autentico “ministero della salute”, la società italiana sarà attraversata da una testimonianza capillare, possente e convincente: una testimonianza capace di favorire il rinnovamento di altri impegni professionali, sociali e politici, di far cessare la “febbre dell’arricchimento e del potere” e di mettere le competenze e le energie di ogni cittadino al servizio del bene comune.
La guarigione del servo del centurione
Un secondo episodio che ci mostra il “ministero della salute” vissuto da Gesù è quello della guarigione del servo del centurione. Gesù era appena entrato in Cafarnao, quando «gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: “Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente”».
Gesù non discute con il centurione sulla opportunità o meno che egli si rechi in casa sua per guarire il servo. Egli ha già deciso: «Io verrò e lo curerò». Gesù segue un comportamento esemplare per ogni medico e operatore sanitario, che non può concepire la propria professione esclusivamente secondo la regola del “cartellino da timbrare”, dell’orario di ambulatorio, del mansionario ospedaliero.
Ma il centurione non se la sente, in coscienza, di accogliere Gesù nella propria casa: probabilmente si riteneva un peccatore, un “lontano da Dio”: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito».
Ci potremmo allora chiedere: qual è la “grandezza” della fede del centurione? E’ l’avere creduto senza avere visto. Gli occhi della fede ci fanno vedere la realtà e la sua consistenza ultima con una certezza non minore che gli occhi del corpo.
Dinnanzi al malato, lo sguardo del medico cristiano non può essere solo quello clinico, capace di scorgere i segni di una sofferenza, di riconoscerne le cause e di discernere il trattamento più efficace per alleviare il dolore. Occorre guardare il paziente anche con lo sguardo della fede, che non disgiunge la richiesta della salute dalla domanda della salvezza. Se è vero che il medico è chiamato per restituire la salute a un corpo malato, egli non può dimenticarsi che il destino della persona ammalata è la sua salvezza.
Così, se anche non gli riuscirà di strappare dalla malattia o dalla morte quella persona che gli è stata affidata, il medico sarà certo e lieto - nella fede della risurrezione - che l’ultima parola sulla vita di quell’uomo o di quella donna, così come l’ultima parola sulla propria vita, non è la sofferenza e la morte, ma la pace e la vita che in Cristo ci sono state donate.
Ai medici non bastano conoscenze e abilità
La fede salva la vita - anche quella del paziente e del medico - dalla presunzione che l’uomo possa bastare a se stesso e agli altri uomini, possa essere artefice unico e sommo del proprio destino. Come ricorda Benedetto XVI, «dove portiamo agli uomini soltanto conoscenze, abilità, capacità tecniche e strumenti, là portiamo troppo poco». Serve un “supplemento d’anima” alla medicina! Serve uno sguardo meno angusto sulle miserie e sulle grandezze dell’uomo perché l’uomo, medico e paziente, riprenda a sperare, cioè ricominci a vivere davvero.
Penso sia questa la grande lezione che ci viene dalle pagine del Vangelo, delle quali non dovremmo stancarci di essere discepoli attenti e diligenti: anche nell’ambito della medicina, in particolare nei rapporti che si devono instaurare tra il medico e il malato, tra il medico e il sofferente.
La fortuna donata al cristiano è quella di credere nella presenza e nell’opera del Signore Gesù nella storia di tutti e di ciascuno, nelle vicende serene e in quelle faticose e inquietanti.
Proprio con la luce della sua parola e con la grazia del suo amore, il Signore Gesù, “medico della carne e dello spirito”, continua invisibilmente ma efficacemente a spalancare l’orizzonte della nostra vita, sia personale che professionale, e in tal modo a restituirci la gioia del vivere.
*arcivescovo di Milano
(Dall’intervento all’incontro
del “Movimento Medicina e Sacerdozio”
Milano, giugno 2007.
Il testo integrale su www.chiesadimilano.it)
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