«AGLI UOMINI VIVI E PALPITANTI …»
L’amico e confratello Giovanni Colombo, indimenticato Arcivescovo di Milano, aiuta a decifrare la grande lezione di don Gnocchi
di monsignor Angelo Bazzari

 «La vita di un uomo può dare a volte l’impressione di un susseguirsi, anzi di un agglomerarsi fortuito e confuso di fatti insignificanti e memorandi, di gioie e dolori, di speranze e delusioni, di successi e insuccessi, d’arrivi e di partenze. Ma può venire un momento in cui, nel raggio di una improvvisa illuminazione, tutte quelle vicende che sembravano senza senso rivelano più o meno chiaramente una linea, un filo conduttore, un’intelligenza misteriosa d’amore che tutto ha strumentalizzato e finalizzato a uno scopo ben preciso. Di solito questa illuminazione avviene verso l’ora estrema: è verso l’ora estrema che la nostra vita manifesta il suo senso, perché essa è come una parola di cui non è possibile afferrare il significato, se non quando è stata scritta, o almeno si può indovinare anche l’ultima sillaba. Ci sono poi certe vite in cui il disegno che le costituisce nel loro intimo appare allora in modo evidente e luminoso. Sono vite particolarmente guidate da chi, nel rispetto assoluto della libertà, sa condurre lo spirito umano verso mete prefissate, alle quali ha voluto affidare un messaggio provvidenziale per la moltitudine. Io non temo d’affermare che la vita di don Gnocchi fu una di queste vite particolarmente guidate e osando decifrare il messaggio che essa ci ha recato io dico che il nostro dolce amico è stato mandato per annunciare al nostro mondo, spesso così orgoglioso e duro, la poesia, la teologia, la pedagogia del dolore innocente. Io sento che tutti gli avvenimenti della sua vita sono stati ordinati precisamente a questo».

 Nel 1966, in Duomo, Giovanni Colombo (arcivescovo di Milano dal 1963 al 1979), in occasione della solenne commemorazione di don Gnocchi, a dieci anni dalla scomparsa, pronunciò parole che conservano ancora oggi l’intimo calore di un’amicizia profonda, nata negli anni della giovinezza trascorsa insieme, cresciuta tra gli entusiasmi e i sogni nei seminari ambrosiani e saldatasi durante l’operoso ministero sacerdotale, pur vissuto lungo strade diverse.  La singolarità di quel rapporto aiuta a comprendere ancor più e meglio il fascino di don Carlo e a decifrare la sua vita come un imperituro messaggio agli uomini.
«Don Carlo - continua il cardinale Colombo nel magistrale discorso - era nato con un’anima di poeta. Amava il teatro, gustava l’arte, componeva bozzetti, inni goliardici, recitava ed era tra i pochi che abbandonando i toni declamatori allora nell’uso e nel gusto seminaristico sapeva parlare con verità e semplicità.  Già lasciava intuire, a chi avesse allora potuto capirlo, che qualunque cosa avrebbe fatto nella vita egli l’avrebbe inquadrata in una cornice di bellezza, di poesia, che a qualunque azione sarebbe stato chiamato egli non si sarebbe rivolto ai libri, ma alle anime, agli uomini vivi e palpitanti...».
Una vita costantemente segnata dal dolore: dalla morte del padre e dei due fratelli in tenera età, alle drammatiche esperienze di guerra come cappellano militare degli alpini, fino all’incontro con quella madre in lacrime che gli affidava il corpo straziato del suo bambino, indubitabile segno della provvidenza verso il quale don Gnocchi orienterà tutta la sua vita e la sua frenetica attività.
«Ecco perché a lui era stata data un’anima di poeta: non perché facesse versi, ma perché rivestisse di poesia il dolore innocente. Il dolore, tutto il dolore, anche quello colpevole, è sempre un grande mistero a cui non è dato alla nostra ragione di scandagliare il fondo; quello innocente è ancora più oscuro, più problematico, più straziante. Solo la liberazione di Dio a chi l’accoglie con fede può illuminare questo mistero, perché solo la teologia mostra l’Unigenito Figlio di Dio crocifisso volontariamente per amore. Bisogna dare una teologia al dolore innocente e don Gnocchi lo seppe fare».

 A questo humus vitale si alimentano le radici della Fondazione, a questa fonte l’Opera di don Carlo ha saputo attingere energie di fecondità e di durata che l’hanno resa capace di attraversare il tempo, di crescere, di fruttificare in oltre cinquant’anni di presenza in Italia e nel mondo. «Ma perché tutto questo avvenga è necessario che il dolore innocente sia consapevolmente educato. Non bastano la poesia e la teologia del dolore innocente, occorre anche la pedagogia del dolore innocente, altrimenti questo dolore giunto all’età della riflessione matura delle esperienze piene della vita e dei confronti con gli altri, potrebbe avere due sbocchi drammatici: o la ribellione disperata, o una rassegnazione fiacca, inerte, improduttiva». 
E allora risuona ancora oggi la voce di don Carlo «a ripetere a questi figli della sua anima, a questo dolore innocente, la sua parola d’amore più grande: questa sofferenza non deve andare perduta, come una cosa che conta niente; sarebbe un tesoro sciupato. Ciascuno di voi, guardando Gesù crocifisso, deve riuscire nella sua fede a trovare il coraggio per sopportare, offrire e soffrire in pace».
«Anche quanti pensano che l’unica sopravvivenza sia quella del ricordo - sono ancora parole del cardinale Colombo - nel giorno dei funerali di don Carlo sentirono che ciò non era possibile, che sarebbe stato assurdo che tanta gentile bontà svanisse tutta e per sempre e finisse come finisce il petalo di rosa dopo aver profumato l’aiuola, o come la cicala dopo il canto della sua breve estate. E con la speranza di un regno migliore oltre la tomba, rinasceva in tutti il desiderio di essere più buoni, di fare del bene, perché solo la carità passa per la stretta porta d’ingresso di quel regno che è di là dalla morte».
Ricordava Papa Giovanni Paolo II: «È proprio dei santi restare misteriosamente contemporanei di ogni generazione: è la conseguenza del loro profondo radicarsi nell’eterno presente di Dio».
 

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