EDITORIALE

NUOVO OSSIGENO PER RIPARTIRE…
Le celebrazioni degli ultimi anni hanno contribuito a rinsaldare le tante attività alla “mission” ereditata da don Carlo
di monsignor Angelo Bazzari

La celebrazione del cinquantesimo della morte di don Gnocchi, che ci ha visti impegnati, a diversi livelli e in molteplici iniziative, per l’intero 2006 e oltre, ha suggellato un cammino importante e significativo, seguendo la crescita della Fondazione in questi ultimi dieci anni. È stato un percorso entusiasmante ed affascinante, che ha visto protagonisti di volta in volta i singoli Centri e tutta la Fondazione, senza escludere nessuno e coinvolgendo tutti.
La celebrazione ha coronato e alimentato la riflessione sul nostro essere, vivere e operare all’interno dell’Opera di don Carlo, verificandone lo stile e l’impegno con i pazienti e le loro famiglie, con i disabili, gli anziani, i malati terminali, le persone in stato vegetativo persistente alla luce del patrimonio ideale ereditato e della specifica declinazione della missione sanitaria, socio-assistenziale, educativa, formativa, di ricerca scientifica e di solidarietà internazionale della Fondazione nel nuovo scenario dei diritti e dei bisogni essenziali.

1996: Ripartire da don Gnocchi. L’occasione propizia per “ripartire” con passione e coraggio è stata il quarantesimo anniversario della morte di don Carlo. In questa società “liquida”, per affrontare le sfide complesse sul piano sanitario e prima ancora culturale e sociale, non c’era che una strada: tornare alle radici, riscoprire il carisma e l’ispirazione dell’autentica lezione di don Gnocchi.
Non certo un sussulto di nostalgia per qualcosa di bello andato perduto, né semplicemente un nobile gesto di riconoscenza verso il fondatore della nostra opera. Attraverso proposte culturali e operative forti (tra cui la pubblicazione dei suoi principali testi e l’avvio di una collana editoriale) abbiamo rivolto lo sguardo a don Carlo come fonte inesauribile, punto imprescindibile e bussola d’orientamento della vita e delle attività della Fondazione.

2002: Una missione che continua, da don Gnocchi alla “Don Gnocchi”. Seconda tappa di questo straordinariamente ordinario cammino è stata il 2002, centenario della nascita di don Gnocchi. Le iniziative e le manifestazioni che ci hanno accompagnato sono state un lungo ed appassionante viaggio nella memoria, per la riscoperta gioiosa del nostro essere e appartenere all’Opera voluta da don Carlo, un vitale ritorno alle fonti al fine di affinare sempre più la qualità dei servizi offerti ai quasi 10.000 utenti giornalieri delle nostre strutture. Una fatica sisifica per incanalare gli stimoli di novità provenienti dal mondo della sanità e ricomprenderci come “azienda” erogatrice di servizi alla persona, con cinquant’anni di esperienza alle spalle e un futuro sazio di sfide a cui partecipare: l’umanizzazione della scienza e l’uso corretto della tecnica; la ricostruzione morale della società e la globalizzazione della solidarietà.
Nuovo ossigeno per quel fuoco d’amore che don Carlo accese oltre mezzo secolo fa: ecco il senso dello slogan che ha sintetizzato il pensiero e accompagnato il laboratorio di eventi. “Una missione che continua”: è la saldatura tra la mission ereditata e la volontà di declinarla nella storia, attenti a che i bisogni umani siano correttamente letti, scrupolosamente analizzati e adeguatamente affrontati.
Chiamati dal nostro fondatore ad “assumere il dolore ovunque si trovi”, abbiamo voluto ribadire la nostra adesione a quel progetto comune rivolto alla salvaguardia della dignità della persona umana, a partire dagli ultimi e dai sofferenti, nell’esplicito intento di “recuperare e intensificare, attraverso la riabilitazione, la vita che non c’è, ma che ci potrebbe essere”.

2006: Accanto alla vita. Sempre. “Ripartire”, “continuare” per sfociare nel servizio alla vita umana, sempre e ovunque, mix di lucidi propositi e di efficaci opere. A tal proposito, significativa è la leggenda attribuita a San Francesco di Sales, applicata a Cristo Redentore e ripresa da don Gnocchi nella “Pedagogia del dolore innocente”: «C’è un uccello capace di guarire l’uomo dall’itterizia. Quando un malato di questo male si stende sotto un albero, in preda al suo dolore, il piccolo volatile si mette a guardarlo intensamente e ne prova tanta compassione che le sue penne cominciano a prendere il colore triste di quella malattia, mentre poco a poco si va sbiancando la pelle dell’uomo malato; e quando finalmente il piccolo volatile si è fatto tutto giallo e l’uomo ha riacquistato la bianchezza della salute, allora l’uccellino intona un canto di mesto saluto e va a morire lontano per non essere visto da alcuno».
È il paradigma più alto dell’approccio della Fondazione all’umanità sofferente e come tale ha il valore di un richiamo ideale, prima ancora che la forma di un modello concreto di intervento. La valenza simbolica della parabola richiama una profonda verità: è l’imperativo a cui sono chiamati coloro che si accostano quotidianamente alle persone sofferenti, è l’esortazione di don Gnocchi a continuare la missione del “prendersi cura”, del “farsi carico”, dell’”assistere” (nel senso di ad-sistere, “stare accanto”) alla vita. Di tutta la vita e della vita di tutti. Sempre, in qualsiasi stagione e a qualunque costo.

Abbiamo capito tutti ciò che dobbiamo fare e con quale spirito e stile operare. Il testimone da raccogliere è questo, per coniugare insieme il Vangelo della carità con il Vangelo della vita in un mondo che cambia. Una carità della vita all’insegna della gratuità, del darsi senza ritorno, dello spendersi senza riserve.
In questo decennio, ricordare e celebrare don Gnocchi, nel tentativo di impiantarlo nei nostri cuori e restituirlo alla memoria collettiva del Paese, non ci ha aiutato a staccare un biglietto per visitare un museo - pur eccellente e rinomato - ma ha favorito la ricerca delle motivazioni originarie, delle ispirazioni più sincere, dell’innervarsi più vitale, non solo della Fondazione, ma anche della società odierna, che ci consegna incertezze e precarietà, ma che ci regala anche lo spazio di amarla, immaginarla e sognarla un po’ diversa.

 

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