IL PARADIGMA DELLA TENEREZZA
Di fronte all’imperversare di nuove fragilità sociali è importante risvegliare le ragioni della vita
di Savino Pezzotta *
Non è usuale per un sindacalista usare il termine “sofferenza”. Nei discorsi sindacali, di sofferenza non si parla quasi mai. Mi limiterò ad affrontare quella che possiamo definire, in termini un po’ semplificati, “sofferenza sociale”. Oggi quello che chiamiamo progresso mette in mostra una quantità di oggetti, beni materiali e immateriali, che nella storia dell’umanità nessuna generazione ha mai potuto avere a disposizione. È una condizione che ha cambiato - e forse non ce ne siamo ancora accorti - la relazione fra le cose e le persone. Credo che l’uomo si sia sentito in questi tempi un po’ onnipotente, padrone del cielo e della terra. Attraverso gli strumenti della comunicazione, l’idea di donna e uomo che ci viene trasmessa è quella della prestanza fisica, della bellezza, dei corpi profumati, ben modellati, ben vestiti, puliti, sorridenti… Questo è un elemento che non ci aiuta a cogliere ciò che veramente siamo. La sofferenza è relegata, nascosta, isolata, è un caso, un episodio, un fatto che non si deve far vedere. Ed è importante ragionare anche su alcuni elementi legati non solo alla questione esistenziale, ma anche alla dimensione sociale, per essere in grado di individuare e affrontare quelle fragilità che oggi generano sofferenza.
La fragilità “globale”
La prima fragilità è quella del mondo. Non possiamo parlare di sofferenza e fragilità senza un richiamo alla dimensione globale: noi tutti avevamo sperato che con la fine del bipolarismo mondiale, il superamento della guerra fredda, la caduta del muro di Berlino, l’esaurirsi delle grandi ideologie che avevano dominato e diviso il mondo si potesse aprire una nuova fase di sviluppo e di crescita. Non è stato così. La prima sofferenza del mondo è che la guerra continua ad esserci e che il nostro Paese manda i suoi ragazzi a combattere... Ed è sofferenza autentica, perché qualcuno ogni tanto torna a casa in una bara…
L’economia mondiale cresce, ma milioni di persone, specie bambini, continuano a morire di fame, di malattia, sono privi di acqua potabile.
La ricchezza cresce e contemporaneamente crescono i poveri. Non dappertutto, ma crescono. E pertanto si mette in condizione una parte dell’umanità di non avere alcuna possibilità, a meno di mettere i propri figli, le proprie mogli o se stessi su un barcone e rischiare di sprofondare nel Mediterraneo. E nelle nostre città si stanno creando ghetti, dove non sappiamo bene che cosa avviene, perché facciamo grandi discussioni sul velo e non sul fatto che nella mia città c’è una parte che non è più la mia città, perché ci sono cittadini che si sono autoesclusi o io li ho esclusi perché non li ho accolti. Mi vanno bene in fabbrica, mi vanno bene in stalla a curare le mucche, non mi vanno bene quando entrano nella mia città e nei miei luoghi. E questa è un’altra delle grandi sofferenze sociali…
La fragilità dell’incertezza
Non possiamo poi non vedere che per alcuni ceti, in particolare nei ceti popolari, si avverte un certo peggioramento delle condizioni di vita, una crescente difficoltà ad affrontare situazioni lavorative e familiari più esposte all’incertezza e alla vulnerabilità. La popolazione sta cambiando: l’età media dei cittadini sale inesorabilmente, facciamo fatica a recuperare il terreno della natalità e della fornitura di servizi adeguati per l’infanzia e per la vecchiaia.
Quando si parla del declino italiano, ci si riferisce a termini economici. Il vero declino italiano, che avrà effetti economici pesanti, è quello demografico, sul quale la nostra attenzione è debole. Perché le famiglie numerose fanno più fatica delle altre a vivere e perché queste famiglie normalmente sono quelle che vivono in reti di solidarietà? Semplice, perché le famiglie sono abbandonate... Se facciamo una proiezione da qui al 2015 non so quanti milioni di popolazione perderemo, ma so quanti anziani avremo in più.
Quanti sono e quanti saranno i non autosufficienti? Le persone non autosufficienti sono un problema per se stessi e per le loro famiglie.
Se è vero che per avere una vita dignitosa bisogna avere due redditi, se ho in casa una persona non autosufficiente mi salta questa possibilità. A meno che lo depositi da qualche parte... Il trend demografico non è solo una questione sociologica. È una questione economica, sociale e morale sulla quale bisognerebbe concentrare molto di più l’attenzione. È un elemento di preoccupazione che crea sofferenza.
La fragilità del lavoro
Per quanto riguarda il lavoro, si avverte una tendenza alla polverizzazione sociale, all’aumento della distanza economica e sociale tra chi entra nella fascia alta del mercato del lavoro e chi invece coniuga la precarietà lavorativa con una bassa qualifica e un salario modesto. Poi ci lamentiamo se i ragazzi ogni tanto scoppiano, vedi l’esempio delle banlieu francesi...
Proviamo però a chiederci: dopo averli invitati per anni a studiare, alla fine diciamo loro di andare a lavorare al “call center”? Quante sofferenze generiamo sulla scia di promesse mancate? Complessivamente l’investimento in formazione è carente, priva le persone, specie i giovani, degli strumenti per affrontare le sfide della società della conoscenza.
La sicurezza sul lavoro è inadeguata e in Italia si mantiene il triste primato dei morti e degli infortuni. Il lavoro nero è diffuso, con forme di sfruttamento altissimo come il caporalato. L’evasione contributiva, che io metto tra le sofferenze di questo Paese, priva di risorse indispensabili per la sicurezza sociale.
Forze positive da valorizzare
Vedo infine altre nuove “fragilità sociali”: la crescita delle disuguaglianze; l’aumento dell’instabilità sociale e dell’insicurezza; un sovraccarico enorme operativo sulle famiglie; l’estensione della composizione multietnica della nostra popolazione alla quale noi non siamo ancora preparati e che crea tensioni, lacerazioni, conflitti.
C’è poi una sensazione diffusa di insicurezza, anche in assenza di un aumento oggettivo di pericolosità. Sembra che stiano prendendo forza le dimensioni dell’esclusione e della selezione. Diventa molto difficile sostenere il confronto con le diversità, con la pressione della vicinanza, con la fragilità propria e altrui, con la cura e più radicalmente con la dimensione della sofferenza.
Non possiamo però rassegnarci: se guardiamo la realtà, di fronte alla disgregazione e alla frammentazione esistono in Italia (ed è una ricchezza che andrebbe valorizzata di più) forze positive che operano per la composizione e la coesione sociale. Proprio per quella frammentazione che si è determinata per il passaggio da un sistema industriale a uno post-industriale, da un’economia e da un’organizzazione sociale di un certo tipo a un’altra, oggi più di ieri c’è bisogno di costruire uno spazio comune dove persone abili o non abili, possano incontrarsi, riconoscersi, aiutarsi.
Un nuovo progetto sociale
Per questo io credo serva una nuova progettazione dell’agire sociale e politico. È arrivato il tempo di chiederci se lo stato sociale che abbiamo costruito negli anni anche attraverso grandi lotte sindacali o lotte di democrazia politica sia ancora in grado di rispondere a questi cambiamenti. Io ho dei dubbi...
Serve una nuova dimensione fondativa dell’impegno sociale e politico che si basi su buone ricerche di senso, di vocazioni, di attese di futuro, di giustizia dentro la convivenza. Nel nostro vivere avvertiamo che le attese di relazione, di amicizia e di convivenza restano tante volte deluse e che si devono scontrare ogni giorno con le logiche del mercato, del consumo e della forza del potere.
Dobbiamo dire con chiarezza che non c’è un solo modello di economia. Dobbiamo saper valorizzare quelle esperienze di economia civile (dal non profit, al volontariato) che producono beni che devono essere contabilizzati dentro l’economia nazionale.
Se vogliamo creare un nuovo mondo solidale in cui il soffrire, il penare, l’essere fragili non sia vissuto in solitudine, noi dobbiamo fare una battaglia politica che cambi alcune di queste contraddizioni. Noi abbiamo bisogno di uno stato sociale che sia più centrato sulla promozione, sull’uscire insieme, perché questo genera opportunità nuove. Credo che ci siano oggi le risorse per poter fare queste cose...
Per farle occorre introdurre nell’agire sociale e politico il paradigma della tenerezza, di una tenerezza consapevole, che non è facile far entrare nel dibattito pubblico, perché si può correre il rischio di essere accusati di sentimentalismo, di buonismo, di debolezza.
La politica - ritengono molti - ha bisogno per essere esercitata di una forte dose di cinismo, di freddezza e di forza. Resto convinto del contrario. La tenerezza, l’amicizia, la relazione sono forza, segno di maturità, di vigoria interiore. Introdurre allora nel dibattito politico questo tema, vuol dire introdurre la vita in tutte le sue sfaccettature. È un pensare e un agire socialmente e politicamente con lucidità. È una sollecitazione a risvegliarci e confrontarci con le ragioni della vita e con le sue contraddizioni, nella ricerca di un senso per il quale valga la pena battersi e sperare.
Questo è il terreno sul quale ci dobbiamo impegnare tutti come cittadini, per ridare una nuova vitalità al nostro fare, ma anche per rispondere a quella crisi della politica e della democrazia che sta attraversando il nostro Paese. E contribuire a migliorarlo.
* presidente Fondazione Tarantelli,
già segretario generale della Cisl
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