LA DERIVA UTILITARISTICA MINACCIA PER LA VITA
Qualunque legge sull’eutanasia è una pessima risposta a un problema che è reale

di Francesco D’Agostino *

Vorrei svolgere il tema della sofferenza della vita umana riconducendolo al dibattito ideologico che domina oggi in bioetica e non solo: quello tra due diversi paradigmi, il paradigma utilitaristico-teleologico da una parte e il paradigma personalistico-deontologico dall’altra. Badate: la contrapposizione tra questi due paradigmi non va banalmente assimilata alla stantia contrapposizione tra cattolici e laici in bioetica. La differenza non si avverte a livello empirico, ma livello categoriale. Nell’immediatezza dell’esperienza i paradigmi filosofici evaporano ed è giusto che sia così. A livello categoriale, però, le due posizioni esistono in quanto irriducibili e questa irriducibilità produce alcuni effetti significativi.

Partiamo dal paradigma utilitaristico: l’utilitarismo non ha un’ontologia, ha invece un’assiologia debole, cioè una debole teoria dei valori. I valori sono davvero ridotti al minimo. Anzi, per quello che ci interessa ce n’è uno solo: la lotta contro la sofferenza. La sofferenza appare agli utilitaristi come negatività assoluta e insanabile. Quindi, coerentemente, è una negatività che va strenuamente combattuta con strategie razionali, nelle quali il calcolo costo-beneficio deve possedere un valore determinante. Poiché l’imperativo assoluto è quello di abolire le sofferenze, l’utilitarista coerente (ce ne sono pochi, ma questo è un altro discorso) in casi estremi riterrà non solo ragionevole, ma razionale e doverosa l’eliminazione del soggetto sofferente ove la sua sofferenza sia assoluta e insanabile.

In altre parole, riterrà non solo ragionevole, ma razionale e doverosa l’eutanasia come metodo unico in casi estremi per l’abolizione di questo male assoluto che per l’utilitarista è il dolore. Va notato che molti utilitaristi insistono nel dire che il bene dell’eutanasia sta non solo nell’abolire la sofferenza del malato, ma anche nell’abolire la sofferenza dal contesto umano in cui vive il malato, perché la sofferenza che la malattia induce nei parenti, negli amici, ma anche nel personale che si prende cura di lui è una negatività che va combattuta e se possibile superata.

L’utilitarista coerente non sarà un fautore dell’eutanasia volontaria, su richiesta cioè della persona che soffre, ma sarà coerentemente sostenitore anche dell’eutanasia involontaria, perché il cuore del problema è abolire il dolore e non abolire il dolore quando lo vuole la persona che soffre. È il dolore in sé che è il male.

Di questo fatto abbiamo mille esempi: pensate alla legge olandese sull’eutanasia, che apparentemente è un omaggio alla volontà del paziente che vuole essere soppresso, ma poi viene ripetutamente applicata a pazienti psichiatrici che non possono manifestare una valida volontà e da parecchi mesi, da quando è stato approvato il protocollo di Groningen, si tende ad applicarla anche a neonati irrimediabilmente portatori di handicap, irrimediabilmente malformati.

La sofferenza è sempre fonte e creatrice di valori

Per le posizioni deontologico-personalistiche la sofferenza è invece certamente un male, ma non rappresenta una negatività assoluta. Perché, anche quando sia atroce, la sofferenza non è mai assolutamente distruttiva ma è sempre in qualche misura, paradossalmente, creatrice di valori. Questo concetto così forte va inteso nel senso che la sofferenza attiva comunque solidarietà, senso di prossimità, cura, donazione di sé da parte di chi è portato ad alleviare le sofferenze altrui e perfino la sofferenza è in grado di attivare una logica di senso.

Questa era una cosa che agli occhi dei greci era assolutamente chiara. Cito i greci per fare vedere che non voglio fare un discorso religioso e meno che mai cristiano. In tutte le tragedie greche, ma in alcune più di altre, emerge quel tema secondo cui «si impara attraverso il dolore», cioè il dolore genera conoscenza, il dolore attiva senso. Oppure, per andare all’induismo, malati e mendicanti, quando chiedono per strada aiuto e soccorso, rivolgono questa frase a chi li potrebbe aiutare: «Ti do l’occasione di conquistare merito…». È qualcosa di lontano dalla sensibilità comune, ma che merita riflessione.

La prospettiva deontologico-personalistica, che io condivido, combatte quindi contro due avversari: da una parte combatte contro il dolorismo, contro la stupida esaltazione sentimentale e romanticheggiante del dolore. L’altro fronte contro cui combatte è la pretesa utilitaristica di razionalizzare analgesicamente il corpo umano, intendendolo come naturalmente difettivo e quindi bisognoso di essere difeso con l’inevitabile e coerente esito, per gli utilitaristi, dell’eliminazione dei corpi umani irrimediabilmente difettivi. In positivo, invece, c’è come obiettivo quello di ricordare sempre a tutti che la persona comunque non può essere ridotta a un fascio di sensazioni, né piacevoli, né dolorose e che difendendo la persona dal dolore si dice sì all’unico e autentico bene, che è quello della persona stessa e non a quel bene astratto che è la capacità di provare piacere o dolore proprie del paradigma utilitaristico.

Concludo con un riferimento che è assolutamente di attualità. Non è dell’eutanasia, come parossistico gesto pietoso che dobbiamo avere paura. Come gesto di eccezione e pietoso l’eutanasia c’è sempre stata e ci sarà sempre e non ci saranno leggi che riusciranno a contenerla o ad abolirla. Ciò di cui io credo dobbiamo avere paura è quell’eutanasia propagandata che si pone come una prassi razionale tendente a introdurre nelle spirali del dolore ricette di carattere freddamente burocratico. Qualunque legge sull’eutanasia – penso ai Paesi che sono andati avanti in questa direzione, come l’Olanda, il Belgio e in qualche misura la Svizzera - è una pessima risposta ad un problema reale. A mio giudizio per individuare veramente qual è la realtà del problema dobbiamo con ogni sforzo costruire un’antropologia che superi il riduttivismo della prospettiva utilitaristica.

* presidente Comitato nazionale Bioetica

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