LA GIOIA DELLA CROCE SIMBOLO DI SPERANZA
Il problema da risolvere non sono i malati, ma il modo di vivere dei sani
di Gianni Colzani *
La sofferenza è sempre una tematica estremamente complessa e difficile. Difficile perché la sofferenza non bussa alla porta della nostra vita, non ha bisogno che le apriamo. Fa tutt’uno con la nostra esistenza, quando è colta nella sua finitezza e nei suoi limiti.
Il dolore è una realtà: in una personalità intelligente e libera è sempre avvertito come una condizione di illogicità, di ingiustizia, di non senso, che provoca reazione e rifiuto e porta spesso a interrogarsi sul significato globale, sul valore profondo e ultimo dell’esistenza. Così la sofferenza diventa anche un momento altamente umano, prezioso e decisivo della vita di ciascuno.
Oggi viviamo immersi in una cultura incapace di rendere ragione fino in fondo al soffrire. Interrogarsi da cristiani di fronte al mistero del dolore significa riconoscere una certa frattura fra Dio e la storia umana. Noi dobbiamo avere il coraggio di lasciarci interpellare fino in fondo da questo iato fra il bisogno di felicità e di gioia e la realtà del dolore e della sofferenza. Frattura ancor più pesante quando si tratta del dolore innocente, del dolore dei più piccoli.
Come spiegare il soffrire? La fede non è l’automatica risoluzione di tutti i problemi. Essa esige, nel suo nocciolo, di avere fiducia in Dio di fronte alle questioni della vita, di fronte anche al tema del dolore. Essa non promette una spiegazione, ma chiede semplicemente di abbandonarsi a Dio. Dostoevskij ricordava quel suo colloquio con il fratello: «Ricordi tu il giornale di ieri che parlava di quella casa che è crollata e ha ucciso una donna e i suoi due bambini? Me ne basta uno, un bambino morto, per rivolgermi a Dio, creatore del mondo e dire: no, in questo mondo non ci posso, non ci voglio più stare». Per arrivare al punto decisivo, quello del Vangelo della Croce, bisogna accettare questo forte disagio che il credente vive quando si scontra con la sofferenza degli uomini. È quasi uno “scandalo” per la fede: è il non potersi rassegnare a una vita di sofferenza.
Affrontare il dolore come spazio di libertà
Il Dio della vita è un Dio che non accetta la morte. Ma dobbiamo rendere chiara una cosa: il Vangelo della Croce non ci offre una teoria della sofferenza, non ci offre una visione ideologica che spieghi ogni cosa. Il Vangelo della Croce ci presenta un individuo che soffre e che soffrendo dovrebbe vedere in qualche modo la sua vitalità sfidata, impoverita, diminuita; al contrario ci presenta un sofferente che fa del suo dolore e del suo morire un atto di libertà e di solidarietà.
Il Vangelo della Croce non spiega il dolore, dice che lo si deve vivere. Non c’è niente di umano, nemmeno il dolore, che non sia anche profondamente cristiano. Anche il dolore - che è limite, che è sfida, che è dramma per il senso della vita - può diventare spazio di libertà.
Dobbiamo allora chiederci: che cos’è il Vangelo della Croce? È fondamentalmente il fatto che la Passione ha al centro non uno dei mille episodi di ingiustizia umana che quel tempo ha conosciuto e che il nostro tempo conosce con altrettanta frequenza sotto forma di ingiustizie, punizioni, violenze e morti di innocenti; il dolore e la Croce di Gesù hanno al proprio centro l’amore di Dio e la sua fedeltà alla storia umana in ogni momento. Il cuore della passione di Cristo non è il dolore, ma il coraggio con cui la vive come spazio di libertà e solidarietà. Egli muore non perché soffre, ma perché mentre soffre ama profondamente il Signore a cui ha dato la vita e ama profondamente il prossimo a cui chiede di ricostruire un mondo di relazioni fondato su quei valori.
Se noi entriamo in questa prospettiva possiamo dire che il Vangelo della Croce ci mette di fronte alla possibilità di vivere in modo profondamente diverso, accettando anche la sofferenza; una sofferenza che non è più frutto del male, espressione del peccato, ma è in qualche modo “rivivificata” da sentimenti che scaturiscono dalla libertà e dall’amore. In questo senso allora vengono incarnati nel dolore, perché niente rende l’amore come – e lo ricorda il Vangelo – il dare la vita per coloro che si amano. È in questo senso che possiamo parlare della necessità che il cristiano prenda la Croce. E non per una forma di masochismo: ci sono a volte modi ingenui di presentare la fede. La gioia è certamente migliore del soffrire. Ma non sempre le circostanze della vita dipendono esclusivamente da noi. E affrontare i momenti di dolore non con passività e rassegnazione, ma con quella speranza che Dio immette in noi, vuol dire saper vivere e ricolmare d’amore la vita. Questo significa annullare il dolore e simboleggiare la speranza: quella che ogni cristiano porta nel cuore, quella in un futuro nel quale il dolore e la morte non vi siano più.
La vita non è solo efficienza e consumo
Questa capacità di ricolmare la dimensione umana della forza dell’amore di Dio può simboleggiare un ordine di vita diverso, al quale guardare e al quale orientare profondamente il proprio modo di vivere. Questo Vangelo della Croce contraddice ogni forma di umanesimo tronfio, ideologico, capace solo di efficienza intesa come successo e consumo, che cancella i caratteri reali e storici della vita, che comprendono il patire. Vivere la Croce, vivere il dolore, ricolmarlo di senso, significa dargli una prospettiva che in qualche modo spalanca a tutti, a prescindere dalle loro capacità di salute, la possibilità di vivere e di dialogare con il mondo. Portare la Croce non significa soltanto sopportare, ma significa vivere. Significa sognare e custodire un mondo in cui l’amore sconfigge il dolore.
L’amore diventa il tessuto connettivo di ogni realtà: è questo che ci ha permesso di parlare in modo cristiano dei poveri, degli ammalati e degli oppressi percependo in loro un’icona di Gesù e ci permette in qualche modo di cogliere nella sofferenza la cifra di una vita e di un mondo diversi. I malati non sono il nostro problema. È il modo di vivere dei sani il problema da risolvere.
* Pontificia Università Urbaniana, Roma
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