EDITORIALE

DON GNOCCHI, ANGELO DEI BIMBI

di monsignor Angelo Bazzari

Bambini di guerra. Quanti ne ho visti, di bimbi, nel mio triste pellegrinaggio di guerra. Tragico fiore sulle macerie sconvolte e insanguinate d'Europa, pallida luce di sorriso sulla fosca agonia di un mondo! Poveri bimbi, con lo stupore della fame e della sconfitta nel viso scarnito. Miserabile frotta di fanciulli che sostavano tutto il giorno alle porte delle caserme e degli accampamenti, con latte di pomodoro, scatolette della carne e gavette arrugginite tra le mani, aspettando avidi e silenziosi la distribuzione degli avanzi di cucina e un po' di rancio dai soldati… Poveri bimbi della mia guerra, miei piccoli amici di dolore, dove sarete oggi e che sarà di voi?

Eppure soltanto da voi ci è stato dato di cogliere qualche gesto di dolcezza e di speranza in così orribile tragedia di odi e di sangue. Quando s'arrivava nelle città conquistate e infrante, i visi e le case dei nemici si sbarravano astiosamente; dietro gli spiragli lampeggiavano sguardi di rancore e covavano propositi di vendetta.

Ma i bimbi no. Dopo la prima sorpresa, uscivano timidi dalle case, si accostavano curiosi alle potenti macchine di guerra, s'intrufolavano nei crocchi dei soldati e, se qualcuno di essi aveva sete, saettavano con la gavetta a prendergli l'acqua… E il soldato più anziano, levatosi il casco che gli dava un'inutile fierezza, seduto a metà sul parafango di un carro armato, chiamava con qualcosa di buono il più piccino, il più biondo o quello che somigliava di più al suo bambino lontano e lo carezzava pensoso…

Nel fanciullo si riconciliava e rinasceva la vita infranta della guerra.

(Don Gnocchi, “Cristo con gli alpini”)

Bambini di vita. All'imbrunire, il portinaio si avvicinò a don Gnocchi e gli disse: «C'è una donna che cerca di lei. Ha un bambino». Era una donna ancora giovane, ma con i capelli grigi e il volto consumato. Appena vide il sacerdote, si mise a piangere silenziosamente. Accanto aveva un bambino di 8 anni, suo figlio Paolo, che si reggeva a malapena sulle stampelle: «È stata una bomba, padre. Se ne è andata la gamba. Ho speso tutto tra medici e operazioni. Ora non ho più niente. Me lo prenda lei il bambino: che almeno possa vivere. Io posso anche morire sotto un treno…».

Dopo essersi curvata su di lui, gli diede un bacio lungo e poi fuggì. Per giorni il bambino delirò tra febbri altissime, chiedendo continuamente della mamma. Don Carlo non si separò mai da lui. Inutilmente cercò di rintracciare la donna, perché tornasse e rimanesse anche lei nella casa. Non tornò mai più. Nei momenti di lucidità il ragazzino picchiava e graffiava, invocando la presenza della mamma. Poi, un giorno, gettò le braccia al collo di don Carlo e tutti e due piansero sommessamente…

(R. Parmeggiani, “Ho conosciuto don Gnocchi”)

Bambini di dolore. Dopo lo scoppio della bomba, Marco, l'unico superstite dei quattro bambini che ignari e spensierati giocavano su un campo minato, era stato immediatamente sottoposto all'intervento chirurgico: amputazione delle gambe, estrazione del bulbo oculare e regolarizzazione delle vaste e numerose ferite che ne crivellavano il corpo palpitante. Lo vidi qualche tempo dopo l'operazione, quando ancora le medicazioni quotidiane lo facevano soffrire e gli domandai: «Quando ti strappano le bende, ti frugano nelle ferite e ti fanno piangere, a chi pensi?».

«A nessuno…», mi rispose con una punta di meraviglia nella voce.

«Ma tu non credi che ci sia qualcuno al quale forse tu potresti offrire il dolore, per amore del quale tu dovresti reprimere i lamenti e inghiottire le tue lacrime e potrebbe aiutarti a sentire meno il tuo dolore?». Marco fissò nel vuoto il viso devastato, guardando con l'unico occhio stranito e poi, scuotendo lentamente la testa, disse: «Non capisco…».

Fu in quel momento che io ebbi la precisa, quasi materiale, sensazione di un'immensa, irreparabile sciagura: della perdita di un tesoro, più prezioso di un quadro d'autore o di un diamante di inestimabile valore. Era il grande dolore innocente di un bimbo che cadeva nel vuoto…

(Don Gnocchi, “Pedagogia del dolore innocente”)

Bambini di riscatto. L'altra sera, una chiara e fredda sera invernale spazzata dal vento, i miei piccoli, gli orfani dei miei alpini dormivano tutti naufragati nei grandi letti bianchi della casa austera e serena da poco preparata per loro. Dormivano il loro sonno di seta, popolato di corse spensierate al paesello alpestre…

E nell'oscurità frusciante di innocenti pensieri e di sogni ridenti, tornai a vedere gli occhi desti e trafiggenti dei miei morti. Lente e stanche le palpebre del sonno scendevano su di essi. I miei morti, finalmente, riposavano in pace.

(Don Gnocchi, “Cristo con gli alpini”)

Bambini d’amore. Mi concedo “post mortem” due desideri, ugualmente intensi: poter riposare, se possibile, nella chiesa dei poliomielitici e offrire idealmente ai morti in Russia la medaglia d'oro procuratami dal dolore dei mutilatini. Ai ricoverati delle nostre case, a tutti e a ciascuno, sia distribuita, segno della mia fraterna tenerezza, l'immagine ricordo.

Altri potrà servirli meglio ch'io non abbia saputo e potuto fare; nessun altro, forse, amarli più ch'io non abbia fatto.

(Don Gnocchi, dal testamento)

A partire dalla culla-madre della vita, nel segno della speranza, auguri di buone Feste e di un sereno Anno nuovo!

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