STATI VEGETATIVI: LA LOGICA
DELL’AMORE
Polemiche e discussioni spesso accese sul destino di questi pazienti creano
confusione e sconcerto
di Anna Mazzucchi*
La ripresa da uno stato di coma, qualsiasi sia stata la causa che l’ha prodotto,
transita attraverso uno stato, nella maggior parte dei casi transitorio,
definito “vegetativo” in cui la persona è vigile (tiene gli occhi aperti), ma
non è cosciente. Infatti la ripresa di coscienza è un “percorso”, non è un
fenomeno che coincide con la riapertura degli occhi. Il percorso verso la
ripresa della piena coscienza può, in tempi più o meno lunghi, giungere a
compimento, oppure può arrestarsi in uno degli stadi intermedi che lo
compongono: lo stadio di “minima coscienza” o di “minima responsività” o lo
stadio di coscienza alterata e confusa. Tutto dipende dalla eziologia e dalla
distribuzione delle lesioni cerebrali, sempre e comunque gravi, che hanno
determinato la comparsa del coma e poi consentito il recupero dello stato di
coscienza.
Negli ultimi dieci anni molto è stato lo spazio dedicato allo stato vegetativo e
di minima coscienza: in ambito scientifico, in ambito clinico, in ambito
bioetico, ma anche legislativo e di organizzazione sanitaria. Moltissimo spazio
è stato dedicato a questo tema anche dalla stampa internazionale e dagli organi
di comunicazione più in generale, attraverso dibattiti serrati e posizioni
etiche spesso contrastanti, che hanno creato nell’opinione pubblica sicuro
interesse, ma anche confusione e talvolta sconcerto.
Quale definizione?
In ambito scientifico possiamo dire che l’interesse a questo tema è stato
soprattutto legato a tre aspetti: la chiarificazione di cosa si intenda per
stato vegetativo e stato di minima coscienza e quindi quale definizione debba
essere attribuita a ciascuno dei due stati; la ricerca approfondita, anche con
strumenti di indagine sofisticati, di possibili tracce di coscienza residua nei
pazienti che ne sono affetti; la discussione se e come tenere in vita le persone
che si trovano ormai cronicamente in questo stato, sapendo che la prognosi è da
considerarsi senza speranza.
Non entreremo qui nel dibattito, ancora non del tutto concluso, su quale
definizione si debba assegnare a questi stati per i quali, di fatto, il termine
“vegetativo” vuole indicare che il soggetto manifesta lunghi periodi di veglia,
ma che vive una vita esclusivamente “fisica”, che può anche crescere e
svilupparsi (ad esempio, bambini che possono diventare adulti), ma in assenza
qualsiasi “risposta adattativa”, di attività mentale, di emozioni, di pensiero.
Sul fatto poi che sia più adeguato aggiungere al termine di stato vegetativo
l’aggettivo “permanente”, “persistente” o “prolungato”, quando il suddetto stato
viene considerato sostanzialmente irreversibile, esistono ancora pareri non
univoci. Per quanto riguarda lo stato di minima coscienza, è stato invece
raggiunto un sostanziale accordo sul fatto che i pazienti che ne sono affetti
dimostrano possibilità di fornire risposte finalistiche (verbali, gestuali,
motorie) “riproducibili ma inconsistenti”, dove “inconsistente” significa che la
persona non fornisce sempre una risposta a seguito di una precisa richiesta.
Il dilemma dei familiari
Ciò premesso, ritengo sia utile approfondire le motivazioni alla base delle
ricerche intese a stabilire, in modo più sicuro possibile, se queste persone
possiedano o no dei frammenti di pensiero, delle tracce di coscienza, anche se
il loro stato sembrerebbe escluderlo. Le motivazioni sono molteplici. La prima,
la più drammatica, quella che maggiormente divide scienziati, giuristi,
filosofi, teologi, familiari e persone comuni che si interrogano su questo tema,
è la seguente: dobbiamo continuare a mantenere, a far sopravvivere, con un
prezzo sociale consistente e con un prezzo emotivo familiare assai elevato,
persone che non pensano più, che non provano più emozioni, in cui lo spirito
sembra essersene già andato?
A questa prima, si aggiungono poi altre motivazioni, forse meno appariscenti
perché non coinvolgono la società nel suo insieme, ma non meno drammatiche e
dolorose per chi vive questa realtà.
Pensiamo innanzitutto ai familiari che, nel momento in cui i medici comunicano
che il loro caro non si riprenderà più da questa condizione, devono fare scelte
di vita angoscianti: devono decidere se riportarlo a casa, con sacrifici
personali ed economici a volte devastanti; oppure, in alternativa, devono
decidere se affidarlo ad una struttura che li accudisca, con sensi di colpa che
li possono accompagnare per la vita. Per un familiare è fondamentale poter saper
con maggiore sicurezza possibile se sussistono dei frammenti di coscienza oppure
no, per sapere se il loro sacrificio possa servire a dare anche un minimo di
conforto al loro caro oppure no; per sapere se l’affidarlo ad una struttura
potrebbe fargli anche vagamente percepire uno stato di abbandono oppure no.
Strutture d’accoglienza
Anche il clinico vorrebbe essere certo delle conclusioni diagnostiche a cui è
pervenuto, conclusioni che potrebbero influenzare le decisioni terapeutiche e
che deve comunicare ai familiari.
Il clinico, infatti, sa che gli “errori” prognostici in questo campo non sono
per nulla infrequenti, almeno entro il primo anno dopo la lesione cerebrale. Il
clinico possiede tuttavia pochi mezzi diagnostici, quelli che possiede non sono
del tutto affidabili e lasciano un discreto margine alla soggettività, si basano
più sulla elencazione di ciò che non si evidenzia alle sollecitazioni (risposte
verbali, mimiche o motorie) e alle indagini strumentali (tecniche
elettrofisiologiche e di imaging) e molto poco su quello che potrebbe esserci
(tracce di coscienza).
Ma al clinico, che deve essere necessariamente prudente nelle sue conclusioni
diagnostiche, non è nemmeno consentito di attendere più di un anno per prendere
decisioni operative: altri pazienti hanno necessità di poter accedere alle cure.
Da qui l’esigenza di trovare soluzioni di accoglienza che diano garanzia alla
persona, alla sua famiglia e al clinico che la vigilanza sul paziente in stato
vegetativo e di minima coscienza è garantita più a lungo di quanto è consentito
nei reparti di cura, nel rispetto della sua dignità di persona.
La vera sfida
Ciascuna delle persone in gioco dovrebbe essere in grado di fornire delle
risposte dettate dalla logica e dai principi della conoscenza, ma anche dai
principi della morale e dell’etica.
Ma la sfida vera è riuscire a dare delle risposte che siano dettate anche dalla
logica dell’amore.
Quando ad esprimere la loro opinione sono i familiari, la logica dell’amore
viene sempre affermata come motivazione di fondo, sia da parte di coloro che si
schierano per il sostegno alla vita, sia da parte di coloro che sostengono di
voler interrompere per il loro caro una sofferenza prolungata e priva di
speranza. Quando ad esprimere la loro opinione sono “i tecnici”, a qualsiasi
branca della scienza appartengano, la logica dell’amore sembra invece venire
accantonata, forse per evitare scelte dottrinali e pragmatiche non abbastanza
oggettive.
Ma è proprio così vero che oggettività e amore per l’altro sono così
inconciliabili? Questo è uno dei tanti punti su cui interrogarsi, senza
affidarsi a “schieramenti” o “ideologie”, avendo come primum movens il bene
dell’altro, il meglio per l’altro, il bene di chi si trova a doversi affidare
totalmente agli altri, familiari e operatori, perché impossibilitato ad
esprimere un proprio parere, una propria volontà.
* neurologa, Centro “S. Maria ai Servi” di Parma –
Fondazione Don Gnocchi
Membro della commissione ministeriale
per lo stato vegetativo e lo stato di minima coscienza
Clicca sulla stampante se vuoi stampare questo documento