CINQUANT’ANNI DOPO, TUTTI GLI “AMIS” IN DUOMO
Migliaia alla solenne celebrazione eucaristica che ha dato il via alla festa del cinquantesimo
di Emanuele Brambilla

La stessa città, la stessa cattedrale. Il medesimo abbraccio di amici. E l’identica commozione. Cinquant’anni dopo l’indimenticabile addio a don Carlo, Milano e la Fondazione Don Gnocchi hanno commemorato il “papà dei mutilatini”, lo scorso sabato 25 febbraio, in un Duomo gremito e raccolto in preghiera.
All’altare, come mezzo secolo fa, l’Arcivescovo e una folta rappresentanza della chiesa ambrosiana. L’affetto dell’amico monsignor Montini ieri, le parole calde e incoraggianti del cardinale Tettamanzi oggi: «Celebriamo intorno all’altare del Signore la memoria di don Carlo Gnocchi a cinquant’anni dalla sua morte, avvenuta il 28 febbraio 1956. La celebriamo in questo Duomo, nel quale era stato ordinato sacerdote il 6 giugno 1925 dal cardinale Eugenio Tosi e nel quale era stato accolto per i suoi solenni funerali per esplicita volontà dell’amico Giovanni Battista Montini. Il corteo funebre fu davvero imponente. Esso entrava in Duomo quando non erano ancora partite le ultime fila di gente dalla chiesa di San Bernardino alle Ossa, ove la salma di don Carlo era stata esposta per l’ultimo saluto…».
Tante le autorità, quel giorno; tante quelle accorse, cinquant’anni dopo, a testimoniare la grandezza di un uomo e di un prete che ha segnato la storia italiana del secolo scorso. Ai piedi dell’altare, i gonfaloni di enti e istituzioni di tutta Italia; tra le panche, sindaci, rappresentanti di regioni e province, parlamentari, vertici militari e personalità di spicco del Paese.
Gli alpini, quel triste 1° marzo ’56: quattro di loro a sorreggere la bara, gli altri a spingere carrozzelle, a portare tra le braccia i mutilatini, la lacrime agli occhi e un saluto strozzato in gola. Mezzo secolo dopo, centinaia e centinaia di penne nere si sono strette ancora una volta attorno all’amato cappellano. Nel cuore, la dolce nenia di quella canzone che don Gnocchi volle per l’ultima sua Messa: “Se tu verrai un giorno su queste pietre,dove mi hanno sotterrato, c'è un prato pieno di stelle alpine, sotto di loro io dormo quieto…”.
I ragazzi. Tanti ragazzi, i suoi ragazzi. Domenico, la loro voce cinquant’anni fa: «Prima ti dicevo: “Ciao don Carlo”. Oggi ti dico: “Ciao, san Carlo”». Aveva poco più di dieci anni e fu scelto dall’Arcivescovo Montini per portare il suo saluto al “papà di tutti i mutilatini e poliomielitici”.
È salito dalla sua Puglia per ringraziare il prete che l’ha restituito alla vita: «Temevamo di restare orfani, non ci siamo mai sentiti soli…».
E i ragazzi di oggi, ospiti dei 28 Centri della Fondazione. Accompagnati da operatori e volontari, in file ordinate sulle loro carrozzelle, tra le mani il bigliettino poi affidato a palloncini colorati, perché potesse arrivare dritto in cielo: « Caro Don Carlo, c'è un amico mio che non sta bene e io ogni volta che lo vedo giù di morale vorrei poterlo vedere sorridere. Aiutaci…».
Ancora, le preghiere degli “amis”, eredi e continuatori di quella baracca ormai diffusa in tutto il territorio nazionale. Smarriti e incerti sul futuro, quel giorno di dolore. Oggi alla ricerca di nuove energie e nuovi entusiasmi, per continuare il prezioso servizio accanto alla vita: «Perché la riabilitazione della persona umana nella sua integralità e il servizio alla vita - a tutta la vita e alla vita di tutti - siano sempre il fine ultimo della Fondazione Don Gnocchi in ogni settore della sua molteplice attività, per continuare con coerenza e fedeltà lungo la via tracciata da don Carlo…»
Infine, la gente. Inginocchiata sui marciapiedi al passaggio del feretro ieri. Oggi unita più che mai nella solenne preghiera per la beatificazione di don Carlo: «Concedi che possa risplendere nella Tua Chiesa la luce eroica delle virtù del Tuo Servo, il quale, sulle orme di Cristo Maestro e Sacerdote, Ti ha amato e servito nei piccoli…»
A suggellare l’intensa concelebrazione, le parole del Santo Padre («Il Sommo Pontefice auspica che la memoria dell’eroica testimonianza evangelica dell’amato don Gnocchi continui a suscitare in quanti fedelmente ne seguono le orme un rinnovato impegno nel portare a compimento l’opera da lui avviata») e del presidente della Fondazione, monsignor Angelo Bazzari, terzo successore di don Carlo: «Quest’occasione richiama a tutti il dovere di curvarsi verso i più bisognosi, perché l’esempio della pietà coraggiosa di don Gnocchi continui a commuovere, a parlare, a indurre a ripetere il suo gesto amoroso verso tanti piccoli, grandi sventurati. E ancora una volta - come ammonì il cardinale Montini, il giorno della traslazione della salma dal cimitero monumentale di Milano alla chiesa del Centro “S. Maria Nascente” di Milano, dove ancora oggi riposa nel sarcofago in profido donato dai suoi alpini - insegni a tutti che il bene è più forte del male; che in una società civilmente e cristianamente ordinata le sventure altrui sono un dovere comune e che non vi è opera più nobile e non vi è gioia più commovente, di quella che si prodiga in favore dei più deboli».
 

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