LE TRE LEZIONI DI DON CARLO
Serena operosità, eroismo e speranza: a cinquant’anni dalla morte il grande esempio di don Gnocchi rimane ancora vivo
del Card. Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano

Celebrare la memoria di don Carlo Gnocchi, a cinquant’anni dalla sua morte, sprigiona in noi, anzitutto, sentimenti di lode riconoscente e gioiosa. Credo che don Carlo sia veramente contento di sentire che, a suo nome e con lui, noi oggi con intensità particolare leviamo a Dio l’inno di lode della Vergine: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore».
Egli – lo sappiamo – fu particolarmente devoto alla Madonna. A lei dedicò tutti i suoi Centri. A lei affidò l’intera sua opera, come ci ricorda il suo Testamento: «Integro di mente e d’animo sereno dichiaro le mie ultime volontà. E prima innalzo a Dio Padre il mio ringraziamento per la vita che mi diede, e che mi toglie per sua estrema bontà, richiamandomi a Sé. Soprattutto lo ringrazio, in Cristo suo divin Figlio, per i Sacramenti di Redenzione offerti all’anima mia, massime per il Sacerdozio, fonte della Santa Eucaristia. Chiedo venia alla Chiesa d’ogni manchevolezza mia, professando il mio devoto amore in virtù di Spirito Santo. Alla Madre di Gesù, tenerissima mediatrice di Grazia, raccomando l’Opera alla quale sono lieto di aver dedicato la mia povera vita». Come la Madonna, don Carlo fu un uomo, un sacerdote, che custodì nel suo cuore la dimensione della lode e che, con essa, seppe cogliere la presenza tenera e forte dell’amore di Dio in ogni giorno della sua vita. Come don Carlo, noi pure dovremmo dire ogni giorno, anche in mezzo alle tribolazioni e alle sofferenze della vita: «L’anima mia magnifica il Signore».
Egli ne fu capace. La prova sta in quel sorriso che aleggiò sempre sul suo volto, quel sorriso che colpì profondamente il suo arcivescovo Montini, quel sorriso immortalato in tutte le fotografie che lo ritraggono mentre sorregge tra le braccia con immensa tenerezza un piccolo, un orfano, un mutilatino. Proprio con questo sorriso, dolce e aperto, don Carlo fu capace di lenire il dolore innocente di migliaia di piccoli. E non poteva che essere così, poiché lui vedeva e contemplava in ognuno di loro il volto stesso del Signore Gesù.
È quanto don Carlo stesso ci ha svelato sul letto di morte, allorquando corresse le bozze del suo ultimo libro, “Pedagogia del dolore innocente”. È un libro struggente, questo, soprattutto là dove don Carlo descrive l’intuizione che ebbe dopo aver incontrato il piccolo Marco, sottoposto ad un complesso intervento chirurgico – in particolare l’amputazione delle due gambe – per aver giocato su un campo minato. Qualche tempo dopo l’operazione, don Carlo va a trovarlo e gli chiede a chi pensasse quando, con tanto dolore, gli cambiavano la medicazione.
Il piccolo Marco, tutto meravigliato della domanda, risponde con un filo di voce: «A nessuno». E don Carlo allora a insistere: «Ma tu non credi che ci sia Qualcuno al quale forse tu potresti offrire il tuo dolore, per amore del quale tu potresti reprimere il tuo lamento e inghiottire le tue lacrime e che potrebbe anche aiutarti a sentire meno il tuo dolore?». Marco, con l’unico occhio rimastogli, fissa stranito quel prete e, scuotendo lentamente la testa, ripete: «Non capisco…». E torna a giocherellare con l’orlo del lenzuolo.
«Fu in quel momento – scrive don Carlo – che io ebbi la precisa, quasi fisica, sensazione di una immensa irreparabile sciagura: della perdita di un preziosissimo tesoro, più intimamente dolorosa dell’incendio di un quadro di Raffaello, o della distruzione di un diamante di inestimabile valore. Era il grande dolore innocente di un bimbo che cadeva nel vuoto, soprannaturalmente perduto per lui e per l’umanità perché non diretto all’unica mèta nella quale il dolore di un innocente può prendere valore e trovare giustificazione: Cristo crocifisso».
Carissimi, sono parole che non possono non scuoterci e in profondità, tanto più in questi tempi di estrema ed impressionante violenza, che sembra travolgere il mondo e le civiltà.

Ma noi non siamo qui solo per commemorare. Siamo qui per meditare, per imparare, per imitare. Ciò che don Carlo è stato, ciò che lui ha fatto è certamente suo, suo in modo singolare ed unico. E appartiene al suo tempo ed al suo mondo.
Ma lo spirito con cui lo ha fatto, il cuore con cui ha operato, lo stile e la qualità umana ed evangelica delle relazioni che ha avuto, l’attenzione e la simpatia al mondo che lo hanno ispirato: tutto questo non cambia; tutto questo attraversa il tempo e lo spazio e li riempie. Cambiano i tempi, ma rimane l’amore operoso che ci è chiesto e che don Carlo ha vissuto nel segno di una dedizione costante, generosa e gioiosa. Cambiano i luoghi, ma rimangono l’entusiasmo e il coraggio che egli ci ha raccomandato. Cambiano i modi, ma rimane la disponibilità con cui ha agito e che ci ha insegnato.

In particolare, don Carlo ci consegna una triplice lezione.
La prima è la serena operosità. Ad un amico prete che gli raccomandava di riposarsi un poco, perché lo vedeva deperire – erano i segni del tumore galoppante –, don Carlo rispondeva: «Devo spendere bene i miei giorni». Sì, questo vale anche per noi.
La seconda lezione è a non temere cose grandi ed impegnative, a non temere di essere come aquile che sfidano il sole. Don Carlo aveva particolarmente care – e spesso le ripeteva – le parole di Paul Claudel: «siamo fatti per l’eroismo e non per il piacere».
La terza lezione riguarda la speranza, l’ottimismo. Non a caso il 24 maggio 1997 papa Giovanni Paolo II lo definì «seminatore di speranza». In effetti don Carlo lo fu e a noi così parla: «Siate sempre ottimisti nella vostra opera di educatori. Fate che i giovani credano nel bene, quello vivente e operante nel mondo. Anche nel mondo moderno. Perché, dopo tutto, questa è la verità. Chi di noi può essere pessimista?».
Noi non possiamo essere pessimisti, tanto meno oggi. Perché quanto più numerose e gravi si fanno le difficoltà, tanto più necessaria si fa la speranza: una speranza non ingenua, certo, ma solida e coraggiosa perché totalmente fiduciosa nell’aiuto di colui che guida la storia e al quale nulla è impossibile!

Cinquant’anni fa moriva un giovane prete che agli amici che andavano a trovarlo in quegli ultimi giorni di vita diceva accorato: «Amis, ve racumandi la mia Baracca!».
Noi tutti qui presenti siamo il segno che lo abbiamo ascoltato, che abbiamo custodito la sua «Baracca». Quanto cammino da allora: dalla Pro Infanzia Mutilata, alla Pro Juventute, alla Fondazione Onlus don Carlo Gnocchi, diffusa in tutto il mondo come profumo di bontà e di bene!
Quanto cammino ancora ci attende! Guardiamo in avanti senza paura, come don Carlo, che ripeteva: «L’amore è la forza più benefica del mondo, (poiché) Dio stesso è amore».
Sono le stesse parole con cui si apre la splendida prima enciclica di Benedetto XVI. E sono parole – come scrive il Papa – «di grande attualità e di significato molto concreto», soprattutto oggi, «in un mondo in cui al nome di Dio viene a volte collegata la vendetta o perfino il dovere dell’odio e della violenza».
Sì, carissimi, noi lo sappiamo e lo vogliamo proclamare e testimoniare anche a costo della vita: non è l’odio, ma è l’amore la forza che fa camminare il mondo e lo rende sempre nuovo e più bello e abitabile per tutti!


(dall’omelia alla Messa solenne in Duomo a Milano, 25 febbraio 2006)

 

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