RIFORMA E SALUTE: IN ATTESA DEL REFERENDUM, ACCESO DIBATTITO TRA I DUE POLI

Al termine di un dibattito che ha profondamente lacerato il mondo politico italiano, è stata varata la riforma costituzionale, che modifica 52 articoli (su 139 complessivi) della nostra Carta. Per entrare in vigore, la riforma sarà ora sottoposta a referendum confermativo, da fissare nella primavera del prossimo anno. La riforma introduce una serie di novità legate ai poteri dello Stato. Tra i punti più controversi, senza dubbio la cosiddetta “devolution”: si tratta della devoluzione alle Regioni, da parte dello Stato, di alcune importanti materie.
Materie elencate dal nuovo testo dell’articolo 117: «Spetta alle Regioni la potestà legislativa esclusiva nelle materie di assistenza e organizzazione sanitaria, di organizzazione scolastica e gestione degli istituti scolastici e di formazione, di definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della regione e di polizia amministrativa regionale e locale». Sempre nell’ambito del nuovo articolo 117 vengono aggiunte fra le materie di esclusiva legislazione dello Stato anche «le norme generali sulla tutela della salute».
La riforma assegna dunque alle Regioni il compito di provvedere all’assistenza e organizzazione sanitaria e allo Stato quello di emanare norme generali sulla tutela della salute: uno nuovo “equilibrio” sul quale è in corso un ampio dibattito relativo alle ricadute future nell’ambito della sanità italiana. Ricadute che deriveranno peraltro anche dalle nuove norme sul federalismo fiscale: il testo approvato prevede infatti che entro tre anni dalla data di entrata in vigore della legge di riforma costituzionale sarà assicurata l’attuazione del federalismo fiscale, pur in presenza di limiti secondo i quali, in nessun caso, l’attribuzione dell’autonomia impositiva alle Regioni, alle Province e ai comuni potrà determinare un incremento della pressione fiscale complessiva.
Numerose e variegate le reazioni alla riforma. Allo scontro fra i Poli si sovrappongono e intrecciano anche le reazioni degli enti locali, delle parti sociali e del mondo associativo: i sostenitori del nuovo testo – in primis la maggioranza di governo, pur con diverse sfumature - sostengono che la riforma, in ambito sanitario, avrebbe il merito di porre fine agli innumerevoli conflitti di attribuzione fra Stato e Regioni, nati a seguito delle modifiche del 2001.
Di parere opposto il centrosinistra, secondo cui la nuova costituzione e la devolution sono contro gli interessi del Paese. Tra gli aspetti negativi paventati dall’opposizione in campo sanitario ci sono un aumento delle spese per la burocrazia, le conseguenze negative connesse al cosiddetto “federalismo fiscale” (con il rischio di creare 20 sistemi sanitari regionali diversi e cittadini di serie A e B, a seconda del luogo di residenza) e le possibili nuove controversie fra Stato e Regioni in virtù della doppia esclusività sulla materia.
Il ministro della salute, Francesco Storace, chiarisce: «La devolution non alza alcuna frontiera tra Regioni italiane. Stiamo parlando di modelli di assistenza e organizzazione sanitaria, che è una cosa ben diversa dalla tutela dei livelli essenziali di assistenza».
L’ultima parola spetta comunque ai cittadini italiani: saranno loro a dire se il nuovo testo costituzionale è destinato a restare sulla carta, oppure no.

 

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