CINQUANT’ANNI DOPO
Il 28 febbraio di mezzo secolo fa la morte prematura di don Gnocchi. Il
significato e il valore attuale di una celebrazione
di monsignor Angelo Bazzari
«Don carlo era sotto la tenda a ossigeno. Quella mattina chiese il piccolo
crocifisso che la mamma gli aveva regalato per la Prima Messa e volle che fosse
appeso sulla tenda per vederlo sempre. Lo appendemmo con del nastro adesivo. Don
Carlo lo guardava e gli parlava con gli occhi. Le ultime parole che disse
furono: “Grazie di tutto...”. E poi quell’esortazione: “Amis, ve raccomandi la
mia baracca”. Verso sera si aggravò. Improvvisamente si appoggiò con i pugni al
materasso; prese il crocifisso, strappando l’adesivo, lo appoggiò alle labbra,
lo baciò e così morì».
Cinquant’anni dopo, il racconto degli ultimi istanti di vita del “papà dei
mutilatini” - spentosi prematuramente alla Clinica Columbus di Milano il 28
febbraio 1956, tra la commozione dell’Italia intera - conserva intatti
l’emozione struggente del ricordo e l’imperativo ineludibile del mandato.
Il dovere della memoria e la coerenza alla “mission” del fondatore saranno i
capisaldi ispiratori dell’appuntamento che ci apprestiamo a celebrare nel 2006.
Nessuna concessione festaiola, ma ancora una volta - sulla scia di un percorso
avviato nel 1996, a quarant’anni dalla scomparsa di don Gnocchi, e proseguito
nel 2002, centenario della sua nascita e cinquantesimo di attività della
Fondazione - la ferma volontà di riannodare menti e cuori alla figura e al
pensiero di don Carlo, nella riscoperta gioiosa della nostra appartenenza alla
sua Opera, allo scopo di affinare la qualità dei nostri servizi e potenziare le
risposte alle domande di bisogno che ci vengono quotidianamente rivolte.
Rileggere la vita e rivisitare il pensiero di don Carlo permette infatti di
comprendere molto bene la straordinaria capacità della Fondazione di declinarsi
nella storia, attenta a che i bisogni umani vengano correttamente letti,
scrupolosamente analizzati e adeguatamente affrontati. L’attenzione della “Don
Gnocchi” al dolore umano si tramuta - e in ciascuno dei 28 Centri oggi attivi in
nove regioni d’Italia - in compassione e in “capacità di recuperare e
intensificare, attraverso la riabilitazione la vita che non c’è, ma che ci
potrebbe essere”. I rimedi sperimentati per lenire la sofferenza nel contempo
sono causa ed effetto della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica,
inducendo una sorta di circuito virtuoso di azione e pensiero.
Se però i bisogni dell’uomo mutano e nuove povertà si aggiungono o si
sovrappongono alle vecchie - come non ricordare le ultime sfide fatte proprie
dalla Fondazione nelle trincee del bisogno, accanto ai malati oncologici
terminali e alle persone in stato vegetativo persistente; e ancora gli impegni
avviati nel sud del nostro Paese, dove minori sono le risposte di servizi alla
domanda di salute della gente; o infine i progetti avviati nei Paesi in via di
sviluppo, dove si alza l’urlo silenzioso di tanta infanzia martoriata - la
presenza della “Don Gnocchi” non cambia, perché si radica in quel movimento
creativo proteso “a sviluppare il massimo delle capacità di vita” di ogni
persona.
Ecco perché ripercorrere la storia della Fondazione nell’intreccio con
l’evoluzione della sanità in Italia durante questi ultimi cinquant’anni vuol
dire scoprire che solo la memoria è capace di futuro e solo un sogno d’amore può
salvare l’umanità aggredita costantemente dalla tentacolarità del dolore.
Sta qui il senso di un anniversario che non vuole essere semplice rivisitazione
o nostalgica rievocazione di un passato, perché mirato a innestare e saldare
sempre più le attività dei nostri Centri al carisma di un fondatore che la
Chiesa potrebbe presto proclamare beato. E va in questa direzione, l’enorme
sforzo culturale che in questi anni - con il prezioso sostegno di autorevoli
firme e di prestigiose case editrici e di coraggiosi produttori televisivi - ha
portato don Gnocchi, e continuerà a farlo con nuove iniziative in corso, nella
case della gente e nei cuori degli uomini.
Raccontano le cronache del tempo, a proposito dei solenni funerali celebrati il
1° marzo ‘56: «Quattro alpini a sorreggere la bara, altri a portare sulle spalle
i piccoli mutilatini in lacrime. Poi la commozione del Paese, centomila persone
a gremire il Duomo e la piazza e l’intera città di Milano a tributargli onore ed
affetto, saracinesche abbassate e chiese listate a lutto. L’arcivescovo Montini
ha celebrato in questa straordinaria cornice i funerali di don Carlo
Gnocchi...».
Lo stesso cardinale, accompagnando qualche anno dopo la salma di don Carlo - per
sua espressa volontà testamentaria - dal cimitero monumentale di Milano alla
chiesa del Centro pilota per poliomielitici, così si esprimeva: «Quando, nei
momenti più tragici della ritirata, egli promise ai morenti che sarebbe
diventato il padre dei loro orfani figli; e quando, a guerra finita, egli guardò
alla pietà immensa di file e file di ragazzi e di bambini mutilati dalla cieca
crudeltà della guerra, la sua anima completamente si rivelò: era un soldato
della bontà. Darsi per il bene degli altri, consolare, sorreggere, rieducare,
far vivere: questa era la sua milizia, questa la sua vocazione. Eroi eravate
tutti: ma lui, per giunta, era un santo».
Saremo dunque chiamati tutti alla partecipazione ideale a quell’evento non di
morte, ma di vita. Tale avvenimento rappresenta oggi un forte richiamo per un
sempre più proficuo, indispensabile e vitale collegamento tra il carisma di don
Gnocchi e l’azione della sua Fondazione. La coerenza con la “mission”, il
pensiero, i valori e il mandato di don Carlo non possono essere ridotti a
semplice elemento aggiuntivo di legittimazione sociale, ma devono diventare
realmente riferimento ideale di ogni ripensamento organizzativo e gestionale per
future progettualità a livello nazionale e internazionale. Per questo, come filo
rosso di ogni iniziativa e vincolo di continuità celebreremo il tutto
all’insegna dello slogan “Da don Gnocchi alla ‘Don Gnocchi’ nel territorio”.
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