«CREDO IN UNA SANITA’ EFFICIENTE E SOLIDALE»
Intervista al ministro Storace: «Farò battaglie nel governo per avere più risorse»
di Emanuele Brambilla

Lei ha assunto la guida del ministero della Salute in un momento non facile per il mondo della sanità: con quale stato d’animo affronta questa sfida impegnativa?
Ho davanti a me dodici mesi di lavoro durante i quali mi sono posto delle priorità, alcune delle quali già affrontate in questo primo mese di lavoro al ministero della Salute. Il decreto per la riduzione del prezzo dei farmaci è un provvedimento di cui tutto il dicastero è orgoglioso e che sono certo porterà un sostegno concreto alle famiglie italiane senza penalizzare i farmacisti con i quali c’è una sintonia ritrovata alla vigilia dell’approdo del decreto in Parlamento. Così come l’aver voluto dare la spinta finale alla conclusione della trattativa sul rinnovo del contratto dei medici è stato un impegno che ho inteso assumere da subito. Sono sempre stato abituato a lavorare sodo, e con questo spirito affronto anche la sfida faticosa ma affascinante della tutela della salute.

Per cinque anni presidente della Regione Lazio e oggi ministro. Alla luce del crescente ruolo istituzionale riconosciuto alle Regioni in campo sanitario, come pensa di utilizzare l’esperienza maturata negli anni passati e come intende gestire il rapporto fra Stato e Regioni?
Sono cambiate le prospettive da cui si parte. Quando ero presidente di Regione mi sono battuto affinché il Lazio disponesse delle risorse necessarie a garantire servizi appropriati. Un’esperienza importante di cui farò tesoro ora che, da ministro, mi trovo dall’altra parte del tavolo. L’impegno sarà quello di garantire una risposta equa alle varie istanze che si presenteranno avendo una visione ampia che considera la situazione nel suo complesso. Sono certo che il confronto sarà sempre aperto, serio e orientato alla risoluzione concreta dei problemi. Questa almeno è la disponibilità del ministro, mi auguro che anche da parte dei presidenti delle Regioni ci sia lo stesso atteggiamento.

Uno dei grandi problemi sul tappeto è certamente quello della spesa sanitaria. Come intende affrontare il difficile compito di conciliare la qualità dei servizi con l’esigenza di evitare sprechi e che cosa ci aspetta in futuro?
Anche su questa materia, occorre evitare sovrapposizioni di competenza. Le Regioni hanno il difficile e delicato compito, parlo anche come ex presidente, di tenere sotto controllo i conti e allo stesso tempo continuare a garantire livelli elevati nella qualità dell’offerta sanitaria. Un obiettivo non semplice da raggiungere, ma possibile. Dobbiamo impegnarci tutti. Io sono pronto a fare battaglie nel governo per reperire più risorse per la sanità, anche rivedendo la distribuzione dei fondi - penso, ad esempio, ai maggiori investimenti per la ricerca - e allo stesso tempo da parte delle amministrazioni locali occorre ancora più determinazione affinché le risorse guadagnate vengano impiegate nel modo più appropriato, a vantaggio dei cittadini.

Qual è a suo giudizio la strada per coniugare efficienza e solidarietà in Italia? Come evitare insomma una sanità a due velocità: una per chi può pagare e una per i meno abbienti? E poi, di fronte a liste d’attesa troppo lunghe, scarso rispetto per il malato, sprechi, condizionamento della libertà di scelta dei pazienti… Come garantire ai cittadini un sistema sempre più equo con prestazioni accessibili a tutti?
C’è un principio alla base del nostro servizio sanitario ed è quello dell’universalità e della libertà di accesso alle cure per tutti i cittadini. Un principio che insieme all’applicazione dei livelli essenziali di assistenza garantisce una cornice unitaria alla sanità italiana. Questo significa che tutti i cittadini di questo Paese hanno diritto ad essere curati, diritto che poi non deve tradursi in servizi di serie A in alcune Regioni e servizi di serie B in altre. Io credo che il federalismo sia un fatto positivo per il Paese, anche per la sanità, e la riforma in tal senso non si pone certo l’obiettivo di dividere il Paese innescando una sanità a due velocità. Sta alle Regioni, infatti, in virtù dei poteri che il federalismo attribuisce loro, assicurare ai propri cittadini un’assistenza appropriata, e allo Stato vigilare affinché l’equità nell’accesso alle cure sia garantita in ogni zona d’Italia. Penso, ad esempio, proprio alla questione delle liste d’attesa, male sociale di cui non soffre solo il nostro Paese, ma sulla quale come istituzioni abbiamo il dovere di intervenire. È evidente che le lunghe attese creano disagi per le persone e per questo proprio in collaborazione con le Regioni stiamo cercando soluzioni che possano rispondere alle esigenze dei cittadini. Come ministro mi sono immediatamente attivato avviando un’indagine, in collaborazione con i Nas, per appurare quale sia la reale situazione del Paese sulle liste di attesa e soprattutto quale sia stato l’impegno delle Regioni nell’applicazione di un accordo firmato col Governo per mettere in atto tutta una serie di azioni volte proprio a limitare le attese per le prestazioni sanitarie. Sono pervenuti i primi risultati e ci siamo riuniti con la Conferenza dei presidenti delle Regioni per fare il punto della situazione e verificare insieme quali miglioramenti apportare per potenziare gli interventi.

L’età media della popolazione è in progressivo e costante aumento. Si tratta per gran parte di cittadini che richiedono servizi non più appartenenti alla tradizionale medicina per acuti, ma propri invece dell’assistenza, della cronicità della riabilitazione: tutti campi nei quali opera da sempre la Fondazione Don Gnocchi. Quali sono le linee strategiche per far fronte a questa nuova domanda di salute del Paese?
Credo che il contributo dell’associazionismo in questo campo sia fondamentale. Laddove il servizio pubblico non arriva, abbiamo visto che invece le associazioni, il volontariato, sono in grado di portare un valore aggiunto del quale non possiamo fare a meno. Il ministero della Salute ha avviato importanti forme di collaborazione con il mondo del volontariato che si sono rivelate vincenti e anche con il governo sussistono collaudate esperienze che dimostrano quanto sia utile e rilevante investire su un versante, come quello dell’assistenza, fondamentale nelle patologie croniche, penso alle fasi terminali delle malattie evolutive che necessitano di strutture appropriate o della riabilitazione. Patologie che, del resto, ci dovremo preparare ad affrontare con sempre maggiore frequenza. Con l’innalzamento dell’età media della popolazione, dovuto anche alla diminuzione della mortalità per patologie acute, si è determinato, infatti, un aumento delle patologie cronico-degenerative collegate all’età e spesso associate alla disabilità. Si stima che nel 2050 la spesa sanitaria per l’assistenza agli anziani costituirà più del doppio di quella destinata per la acuzie.
Questo significa dover soddisfare una domanda di assistenza di natura diversa da quella tradizionale, caratterizzata da nuove modalità di erogazione basate sui principi della continuità delle cure per periodi di lunga durata e dell’integrazione tra prestazioni sanitarie e sociali. In questa consapevolezza, già nelle prime settimane da ministro ho insistito molto sulla necessità di portare avanti il programma sugli hospice per le cure palliative che registra troppi ritardi da parte delle Regioni, sollecitando le amministrazioni locali a non rinunciare a questa importante opportunità, proprio perché credo che la “buona” sanità non si esaurisce solo ed esclusivamente negli ospedali.

Rinnovi contrattuali, riforme del sistema, problemi vecchi e nuovi: il personale sanitario manifesta sovente segni di sfiducia e gli infermieri scarseggiano. Non c’è il rischio di compromettere anche i migliori progetti in un campo delicato come quello della salute?
L’aver vinto la battaglia per il rinnovo contrattuale dei medici credo sia stato un segnale di fiducia importante verso una categoria che per troppo tempo si è sentita forse un po’ abbandonata. Non sono mancate occasioni, e certo non ne mancheranno altre, per un confronto con le parti sociali al fine di verificare quali sono le problematiche in campo e, considerando anche i tempi ormai stretti di questa legislatura, quali basi porre per arrivare a soluzioni che possano colmare quel gap di disaffezione alle istituzioni del personale sanitario che non ci possiamo permettere. I medici sono il fulcro della sanità. Occorre permettere loro di lavorare serenamente, di tornare a contare nelle scelte operate nelle strutture sanitarie di appartenenza e motivarli nuovamente attraverso il riconoscimento della loro professionalità.
 

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