SCOMMESSA PROVVIDENZIALE
Nuovi Centri in Basilicata e in Campania: le ragioni dell’impegno della Fondazione nel sud del Paese
di monsignor Angelo Bazzari

In una visione strategica che cerca di scovare i bisogni sommersi e intercettare quelli emergenti, elaborando soluzioni anche sperimentali e operando in quelle zone geografiche ove maggiori sono i bisogni sociali e minori le risposte, la Fondazione Don Gnocchi si appresta a concretizzare alcuni progetti, realizzando servizi sanitari nelle regioni centro-meridionali d’Italia con un occhio attento alla Comunità Europea, che desideriamo meno monetaria e più sociale. A conclusione di iter lunghi e complessi, il prossimo ottobre verranno inaugurati il nuovo presidio specialistico “Gala-Don Gnocchi” di Acerenza, in stretto collegamento con l’ospedale “San Carlo” di Potenza, e il nuovo polo riabilitativo all’interno dell’ospedale “Criscuoli” di Sant’Angelo dei Lombardi (Avellino). Nel frattempo, fervono i lavori di ristrutturazione del nuovo “polo per le attività specialistiche riabilitative”, che sarà gestito dalla Fondazione all’ospedale di Tricarico (Matera), la cui apertura è prevista nella primavera 2006.

La Fondazione, galleggiando nel tempestoso mare sanitario italiano, non sta alla finestra, non si chiude nelle sagrestie riabilitative, non si rifugia nel privato e non intende dare deleghe in bianco a nessuno. Ritiene che sia tempo di assicurare “presenza”, perché c’è troppa sfasatura tra i problemi di salute della gente e le istituzioni. C’è crisi di senso e di progetti, vuoto di cultura e difficoltà a regalare prospettive. La Fondazione Don Gnocchi vuole aprirsi alle strutture regionali, a cui oggi sono riconosciute competenze di legislazione, programmazione e gestione. Desidera partecipare alla vita dei comuni, delle città, dei territori vitali, senza trascurare la presenza nel mondo della salute ai livelli nazionale, europeo e mondiale.

Infatti, il potenziamento della Fondazione nella popolosa e relativamente giovane Campania (il tasso medio di invecchiamento della popolazione è il più basso del Paese), dove già opera da oltre mezzo secolo il Centro “S. Maria al mare” di Salerno e lo sbarco finalmente operativo nella laboriosa e austera Basilicata, costituiscono un ideale anello di saldatura con “l’obiettivo 1” della Comunità Europea, fruendo entrambe le regioni di benefici finanziari di tale privilegiata condizione.
La formula della presenza - collaudata in altre regioni d’Italia - si colloca nell’alveo delle possibili collaborazioni e organiche sinergie tra l’universo eterogeneo del non profit e le istituzioni pubbliche: qui la posta in gioco non è solo la coesistenza sotto lo stesso tetto di due realtà diverse, pubblica e privata, ma la ricerca di una condivisione feconda per l’integrazione strutturale e funzionale dei saperi, di esperienze-pilota e di servizi di qualità. Il tutto mixato a vantaggio della domanda di salute della gente del sud e del soddisfacimento di diritti inalienabili, senza nuove edizioni di viaggi-pellegrinaggio della speranza verso i santuari della salute del nord del Paese.

In queste strutture specialistiche nuove, la “Don Gnocchi” intende travasare tutto il proprio bagaglio di conoscenze e il patrimonio di esperienze maturate e affinate in oltre cinquant’anni di attività e presenza nel quadro della sanità italiana: uno stile costantemente proteso a ricercare quella meravigliosa sintesi tra scienza e prossimità, ingegno e carità, efficienza e solidarietà che costituisce la spina dorsale di un lavoro che non può non generare eccellenza di prestazioni e qualità di servizi. Nel rispetto di politiche culturali e approcci socio-assistenziali peculiari e diversi da quelli di altre Regioni, la volontà della Fondazione rimane quella di incanalare gli stimoli provenienti dal territorio geografico e umano per garantire “il farsi carico del sofferente nella sua dimensione globale di persona”, espresso nella Carta dei Valori.

Inoltre, il rafforzamento della presenza della Fondazione nelle regioni centro-meridionali del Paese - tracciando una sorta di linea immaginaria della riabilitazione “dongnocchina” che attraversa diagonalmente l’Italia, collegando il Centro di Falconara Marittima (Ancona) alla Basilicata, la Campania ai Centri di Roma - trova un conforto storico e una conferma vocazionale nei pensieri chiaroveggenti e nelle lucide strategie dello stesso don Gnocchi. Egli, a chi gli è stato vicino fin dalla prima ora, lasciò come eredità spirituale e promessa operativa il grande progetto di costruire due Centri-pilota per poliomielitici: il primo a Milano, l’altro a Salerno, come testa di ponte per la penetrazione assistenziale nel sud. L’idea di estendere l’attività al Mezzogiorno era anche dettata dalla volontà di arginare la massiccia emigrazione verso il Settentrione del Paese. Infatti, i ragazzi poliomielitici curati e assistiti nei collegi dell’allora “Pro Juventute” provenivano in buona parte dalla Campania, dalla Puglia e dalla Sicilia.

«Buona parte dei 2.500 minori ospitati nei 10 Istituti della Fondazione - si legge nelle cronache del tempo - sono nati in Italia meridionale: il loro ricovero nei lontani Centri del Nord li allontana dalle famiglie con grave lesione degli affetti familiari». Il sogno dell’imprenditore della carità di realizzare una struttura analoga al Centro-pilota di Milano restò solo una brillante idea.

Come non scorgere, tuttavia, in quel desiderio paterno di non allontanare gli orfani di guerra, i mutilatini, i poliomielitici dalle loro famiglie, analogie significative con il percorso inverso che la Fondazione sta compiendo, chiarendo il significato di impegni che si sono modificati negli anni fino a raggiungere gli adulti e gli anziani che sono i “mutilati” di oggi, prodotti da una guerra silenziosa che si combatte nelle nostre città e rischia di togliere libertà ai più fragili di scegliersi i servizi adeguati alle proprie esigenze di salute?

Rispondere a questo diritto primario, in uno sforzo condiviso e integrato delle istituzioni civili, delle Chiese locali e dei mondi vitali del terzo settore, è la scommessa culturale, prima ancora che operativa, che la Fondazione punta a vincere, aprendo nuovi servizi nel centro-sud dell’Italia.
Desidero applicare a queste nostre intenzioni e impegni quanto scrisse Ionesco in altro contesto: «Gli uomini girano intorno in quella loro gabbia che è il pianeta, perché hanno dimenticato che si può guardare il cielo». Pertanto, in questa nostra impegnativa e rischiosa impresa, guardiamo il cielo “che è sempre più blu”.
 

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