LE PAROLE DI DUE OPERATRICI DI MILANO

Carissimo Papa Giovanni Paolo,
io sono una ragazza cubana che ha vissuto a Cuba fino a 23 anni, dove non c’è un culto così profondo verso la religione cattolica. Non avevo idea di quale emozione, invece, avrei provato solo guardando i tuoi occhi e stringendo la tua mano già così tremante. Grazie per avere acceso in me questo sentimento così profondo. Rimarrai sempre nel mio cuore.
Yamilia, assistente socio-sanitaria - Centro di Milano

Per chi, come me, ha 30 anni il Papa è stato praticamente “tutto qua”, tutto dentro la figura di Giovanni Paolo II e questa è la prima cosa che lo rende straordinariamente unico, come esempio di estrema umanità eppure al tempo stesso di altissima spiritualità ai miei occhi. Pensare al Papa significa anche pensare inevitabilmente al viaggio a Roma del 2002 insieme ai ragazzi della Fondazione. Un viaggio lungo, a tratti faticoso, durante il quale ho visto davvero chiunque (familiari, volontari, alpini, colleghi, suore, direttori) mettersi a disposizione degli altri.
Ricordare il Papa significa ricordare la sala Nervi in religioso silenzio e la gente quasi soggiogata dal suo arrivo, dalla sua fatica, dal suo coraggio nel mostrarsi a chiunque anche nella sua più intima sofferenza. Significa ricordare la commozione sincera di mia madre al mio fianco, l’agitazione di Giordana nel chiamarlo “papà”, l’emozione forte nel trovarsi vicino ad un uomo così carismatico nella sua tenerezza. Ora il Papa è anche semplicemente una persona che ha vissuto, tanto, tutto e intensamente.
È giusto rendergli omaggio, è lecita ogni manifestazione di affetto e di riconoscenza, ma sarebbe bello anche che tutto questo, tra qualche giorno, non si spegnesse in un soffio come una candela, ma continuasse, sinceramente, molto più silenziosamente, nel raccoglimento di una semplice preghiera.
Perché chi il Papa l’ha vissuto “da dentro”, è solo “da dentro” che continuerà a tenerlo in vita.
Francesca, assistente sociale - Centro di Milano
 

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