«ABBIAMO PERDUTO UN MAESTRO E
UN PADRE»
Commozione palpabile nei Centri della Fondazione tra gli operatori, gli ospiti e
i loro familiari
Il dolore e la commozione per la scomparsa di Giovanni Paolo II attraversano
l’intera Fondazione Don Gnocchi. Un filo sottile, ma forte come l’acciaio,
unisce vertici, responsabili, operatori, familiari e ospiti dei tanti Centri
sparsi per l’Italia. Da parte di tutti emerge un fortissimo sentimento di
rispetto, che soltanto i “Grandi” riescono a suscitare: per la forza delle loro
idee, per la coerenza nel difenderle sempre e a ogni costo, per il modo di
offrirsi agli altri con amore, senza risparmiarsi mai. Non è soltanto la
tristezza per una morte attesa, vissuta fino in fondo da questo vecchio Papa
abbarbicato fino all’ultimo respiro alla Croce, unico suo modello di vita, a
unire l’Italia intera e il mondo. La Fondazione Don Gnocchi ha avuto da lui un
tributo di affetto aggiuntivo, tanto da poterlo definire un “Amico della
Baracca”.
Un affetto reciproco, manifestato più volte in occasione delle udienze e delle
visite ai Centri, effettuate nel corso dei suoi quasi ventisette anni di
Pontificato e che in questo numero speciale della rivista vogliamo documentare e
ricordare. Un rapporto intenso e profondo, che la grande famiglia della “Don
Gnocchi” ha sviluppato nel tempo, alimentandolo alle parole, agli
incoraggiamenti, agli stimoli, all’esempio, alla testimonianza e alla guida di
un Pontefice che ha sempre sentito vicino. Nel nome e nel segno di don Carlo.
«Ho sempre avuto per lui una grande ammirazione personale – afferma Giovanni
Bottari, vicepresidente della Fondazione Don Gnocchi -. L’udienza del 2002
fu un fatto davvero importante, un momento di fortissima emozione e
soddisfazione per l’intera Fondazione. Giovanni Paolo II è stato un uomo di
grande carisma che ha svolto una missione importantissima, con particolare
riguardo alle tematiche della pace e della dignità dell’uomo. Ricorderemo sempre
il suo peregrinare per il mondo come portatore del messaggio evangelico e il suo
impressionante ascendente sui giovani nel proporre i valori più alti della vita.
Negli ultimi anni, in presenza di condizioni fisiche peggiorate, ci ha dato
quotidianamente l’esempio di come si vive a contatto con la sofferenza e si
affronta la vecchiaia con coraggio, facendo sforzi fisici enormi».
«È stato un grande Papa – aggiunge Giovanni Cucchiani, consigliere di
amministrazione della Fondazione Don Gnocchi -, ma soprattutto abbiamo potuto
ammirare un uomo che ha fatto della sua vita un “servizio” fino in fondo,
arrivando persino a dimenticare se stesso per gli altri».
«Siamo tutti più soli – dice Silvio Riboldazzi, direttore generale della
Fondazione Don Gnocchi -. Il Santo Padre se ne è andato dalla vita terrena. Ma
rimane e rimarrà sempre la sua straordinaria testimonianza di umanità, di amore
e di comprensione per tutti gli uomini. La Fondazione perde un grande amico, che
in occasione di molteplici incontri ha avuto modo di esprimere il suo
apprezzamento per l’opera svolta in cinquant’anni a vantaggio dei più deboli».
Il professor Lodovico Frattola, direttore scientifico della Fondazione
Don Gnocchi, ricorda con emozione l’udienza del 2002: «I richiami più
coinvolgenti dell’incontro avvenuto con il Santo Padre restano, da un lato, la
sua partecipazione emotiva di fronte alla gioia che i ragazzi dei nostri Centri
gli hanno espresso con la straordinaria semplicità e innocenza delle loro parole
e dei loro gesti; dall’altro risuona ancora oggi l’invito a tutti i presenti di
continuare a ispirarsi allo spirito di don Carlo Gnocchi nello sforzo teso alla
“restaurazione della persona umana”».
«La sua – commenta Gianbattista Martinelli, direttore dell’Istituto
Palazzolo di Milano – è stata una presenza importante, che mi ha accompagnato
nella tarda adolescenza (quando è stato eletto avevo 17 anni), nella gioventù e
ora nell'età matura. Non ho mai avuto occasione di incontrare il Papa durante le
giornate mondiali della gioventù o in altri momenti collettivi. L'unico
incontro, seppur brevissimo ma individuale, è stato quello del novembre 2002 in
occasione dell'udienza per il centenario della nascita di don Gnocchi. Io
nell'età matura, lui vecchio e malato: un attimo tra i più belli ed emozionanti
della mia vita. Rivedere da un lato in televisione i momenti dell’inizio del suo
mandato, i suoi primi discorsi e la sua fisicità così piena ed energica, e
ripensare dall’altro all'incontro del 2002 e alle immagini recenti, mi ha fatto
riflettere. In entrambi i momenti ho ritrovato la stessa energia e lo stesso
coraggio dei primi anni di pontificato, quando usava parole e gesti forti e
decisi; poi, con l’avanzare della vecchiaia e della malattia, è subentrata una
grande forza interiore, apparentemente imprigionata da una fragilità fisica e
sofferta. Davanti a quest'uomo, annientato nel corpo ma non nello spirito, non
ho potuto fare a meno di pensare anche agli anziani del Palazzolo e in generale
alle persone assistite e curate nella Fondazione. Il Papa ha testimoniato che
vale davvero la pena di vivere la vita, comunque e fino in fondo».
«L’ho incontrato tre volte nella mia vita, occasione delle udienze concesse alla
Fondazione Don Gnocchi, negli anni ’80, nel 1997 e 2002 - riflette Silvio
Colagrande, direttore del Centro “S. Maria alla Rotonda” di Inverigo -. Se
ripenso al pontificato di Giovanni Paolo II, la cosa che più mi ha colpito è la
sua incidenza in termini storici sulla vita della Chiesa, alla quale ha dato
un’impronta davvero universale. È stato un uomo forte, con una visione grande
nei confronti del profilo umano: da qui ritengo si sia generata tutta la
solidarietà internazionale attorno a lui, senza distinzioni di fedi e di
confini».
«È davvero difficile esprimersi in un momento come questo – dice Giuseppe
Alquati, direttore del Centro “S. Maria al Castello” di Pessano con Bornago
-. In questi giorni lo abbiamo ricordato intensamente anche qui a Pessano. Sono
ancora emozionato al pensiero degli incontri con lui nel 1997 e 2002: ripenso a
quella stretta di mano, agli occhi che mi hanno guardato nel profondo. Vedendo
in tv l’esposizione della sua salma nella sala Clementina ho ripensato
all’incontro di otto anni proprio fra quelle mura. Papa Wojtyla ci lascia un
grande insegnamento che consiste nella costante attenzione ai bisogni dell’uomo
e alla tutela della sua dignità in ogni momento: un messaggio che ha forti
affinità con il pensiero di don Gnocchi e con quello che tutti noi cerchiamo di
mettere in pratica quotidianamente con il nostro lavoro».
«Negli ultimi anni – sottolinea Lino Lacagnina, direttore del Centro
“Girola” di Milano -, anche grazie all’incarico di presidente nazionale dell’Agesci
(Associazione guide e scout cattolici italiani), ho avuto modo di incontrare o
vedere il Papa più volte: l’ultima è stata lo scorso 23 ottobre, proprio con gli
scout. La sua figura sofferente mi ha fatto molto riflettere: penso ad esempio a
questo Pontefice “disabile”, capace di tradurre in gesti e vita vera le
enunciazioni di principio che riguardano le persone disabili. Per chi come me ha
vissuto vent’anni accanto ai disabili è una cosa di importanza enorme: le
disabilità un conto è raccontarle, paventarle o minacciarle, un altro è viverle…
Lo stesso discorso riguarda la vecchiaia: il suo modo di affrontarla mi ha
suggerito spunti importanti relativamente al saper affrontare l’ultima fase
della vita e al saper morire. Anche qui Giovanni Paolo II ci ha fatto superare
ogni esercizio teorico sulla morte e sulla sua preparazione, dando una
testimonianza grande e forte. Ci ha inoltre dimostrato che la vecchiaia non è un
momento passivo o di inutilità, ma rappresenta invece una grande occasione per
mettersi in gioco fino all’ultimo».
«Nel nostro Centro la notizia della scomparsa del Santo Padre è stata accolta
con grande partecipazione e commozione – sono le parole di Ermanno Biselli,
direttore del Centro “S. Maria alla Pineta di Marina di Massa -. Molti
dipendenti hanno chiesto un momento di preghiera e di approfondimento, altri
hanno invece pensato all’invio di una rappresentanza del Centro ai funerali. Le
richieste sono state talmente insistenti che ci siamo organizzati per andare a
Roma. Giovanni Paolo II verrà ricordato certamente per la testimonianza di fede,
amore, impegno per la pace e per il dialogo che ha sempre cercato e instaurato
con le altre religioni. La sua grandezza è stata soprattutto l’umiltà e il suo
essere sempre vicino ai più bisognosi. La morte del Santo Padre ha lasciato un
grande messaggio di speranza e pur nel dolore del distacco non si può provare
una vera tristezza. E’ la “vita che non muore”: il suo messaggio non morirà, non
si perderà, ma continuerà a vivere nei valori che lui stesso ci ha insegnato».
«Giovanni Paolo II è stato protagonista il 23 dicembre 1990 di una visita
memorabile alle nostre strutture – ricorda Salvatore Provenza, direttore
del Centro “S. Maria della Pace” di Roma -. Era il quarantesimo anniversario
dell’avvio dell’attività della Fondazione nella capitale. Il Pontefice all’epoca
era fisicamente forte e fu accolto dall’allora presidente, monsignor Pisoni, in
una grande atmosfera di partecipazione e di festa. Con tutti noi fu commovente:
abbracciava i bambini uno per uno, aveva parole di conforto per tutti. Fu una
visita senza fretta, caratterizzata da grande familiarità. Il tempo sembrava non
esistere. Ebbe parole accorate per i sofferenti e raccomandò al personale che
accanto alla dovuta professionalità non fosse mai dimenticato l’insegnamento di
don Gnocchi, chiamando ciascuno ad agire sempre con amore verso i pazienti in
cura. Personalmente ricorderò sempre questo Papa come una delle più grandi
figure del ventesimo secolo. Un uomo con una statura morale eccezionale, che ha
saputo coinvolgere tutti: giovani, capi di stato, popoli interi. Un grande
comunicatore, ma soprattutto un grande credente. La sua è stata la testimonianza
di un uomo di Dio, di colui che ha saputo incarnare appieno il dono del
sacerdozio e lo ha manifestato con pienezza durante il corso della sua vita».
«Questo Papa è stato anzitutto un paladino della pace e della libertà – rimarca
Paolo Perucci, direttore del Centro “Bignamini” di Falconara Marittima -.
Le sue grandi doti di dialogo, la straordinaria umanità e le capacità
comunicative sono state la chiave dell’enorme popolarità della sua figura. Il
Pontefice si è distinto soprattutto per il dialogo interreligioso e per le
grandi encicliche sociali che resteranno nella storia della Chiesa. La
sensibilità sociale di quest’uomo non nasceva dal nulla, ma era il frutto di una
vita vissuta intensamente negli anni giovanili in Polonia: prima come studente,
poi operaio, seminarista, sacerdote e vescovo in un periodo drammatico che lo ha
visto sperimentare sulla propria pelle i drammi del totalitarismo nazista e del
comunismo. Karol Wojtyla lascia un’eredità grande e molto pesante. Che emozione
a quando accarezzò e salutò molti ragazzi del “Bignamini”, in occasione delle
udienze concesse alla Fondazione Don Gnocchi: tutti noi, operatori, ragazzi e
familiari, tornammo a casa con un ricordo davvero positivo».
«Avvertiamo tutti un grande vuoto – conclude Giovanni Cassisi, direttore
del Centro “S. Maria ai Colli” di Torino -. È questa la sensazione prevalente
fra i nostri dipendenti e ospiti. Si respira un’aria di solitudine, di amarezza,
di perdita di certezze. Mi ha stupito la reazione dei nostri dipendenti:
solitamente sono così riservati, invece questa volta tutti ne hanno parlato
apertamente, manifestando la propria partecipazione a un fatto che ci tocca
tutti da vicino».
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