UNA FINESTRA DAL CIELO
Monsignor Angelo Bazzari,
presidente Fondazione Don Carlo Gnocchi Onlus
I giorni intensamente vissuti della malattia sono stati l’ultima “enciclica” di
Giovanni Paolo II. Questo Papa straordinario, che con amore ha sblindato
l’insondabile mistero di Dio, rivelandone il volto paterno a tutte le fedi e
agli uomini di buona volontà, è andato incontro al Signore concludendo il suo
più lungo viaggio terreno, trasformando l’ospedale Gemelli nel Vaticano III e il
suo letto di sofferenza in cattedra di pedagogia del dolore. Esausto e costretto
all’immobilità, ha saputo ancora viaggiare non viaggiare non tra oceani e
continenti, tra civiltà e religioni, ma nelle lande delle coscienze singole e
nel mare dei pensieri che inquietano l’umanità. Completamente afono e incapace
di proferire parola ha “urlato” con il linguaggio del silenzio messaggi
esistenziali di universale e perenne valenza, dai toni ancora più forti di
quelli vergati nelle 14 encicliche e negli altri suo scritti. Perfino nella
fredda fissità del corpo definitivamente paralizzato dalla morte, nel contrasto
struggente tra il pastore pellegrino e l’immobilità delle membra - che richiama
il Cristo morto del Mantegna - Giovanni Paolo II ha testimoniato a milioni di
fedeli tornati a trovarlo a Roma, alle oceaniche folle delle platee televisive e
all’intimità delle case della gente il Dio della carità e della speranza.
Il Papa atleta e infaticabile, è stato il Papa che non ha esitato ad esibire i
muscoli della sofferenza. A pochi anni dall’attentato subito in piazza San
Pietro ad opera di una volontà assassina armata da ideologie totalitarie, ma
disarmata poi dal suo incondizionato perdono, Giovanni Paolo II ha scritto nella
lettera “Salvifici doloris”: «L’uomo diventa in modo speciale la via della
Chiesa quando nella sua vita entra la sofferenza. La sofferenza sembra essere,
ed è, quasi inseparabile dall'esistenza terrena dell'uomo. Dato dunque che
l'uomo, attraverso la sua vita terrena, cammina in un modo o nell'altro sulla
via della sofferenza, la Chiesa in ogni tempo dovrebbe incontrarsi con l'uomo
proprio su questa via. La Chiesa, che nasce dal mistero della redenzione nella
Croce di Cristo, è tenuta a cercare l'incontro con l'uomo in modo particolare
sulla via della sua sofferenza».
E così, nelle udienze in Vaticano e negli incontri sulla scacchiera mondiale, in
sperduti villaggi, storiche piazze o nelle bidonville delle grandi metropoli,
questo Papa ha insistentemente cercato e si è amorevolmente trattenuto con i
malati. In Africa, nel continente dimenticato, ha abbracciato i lebbrosi, figli
dell’incuria occidentale. A Hiroshima e Nagasaki si è chinato sui sopravvissuti
alla morte atomica, proclamando senza se e senza ma una pace universale. A Los
Angeles, nel cuore dell’opulento nord del mondo, ha emblematicamente accarezzato
un bambino vittima innocente dell’Aids…
È la speciale lezione di vita che già don Carlo Gnocchi – con le Opere prima e
con il proprio testamento spirituale poi – ha impartito ai vecchi e nuovi “amis”:
«Quando un bambino sarà riuscito a comprendere la somiglianza che esiste tra
il suo dolore e quello di Cristo, la preziosità che egli può conferire ad ogni
sua sofferenza, per sé e per gli altri, inserendola in quella di Cristo, il
dovere che egli ha di imitare il comportamento e i sentimenti di Gesù nei
momenti di dolore, con questo egli avrà toccato il centro più inesplorato, il
più originale ed operante di tutto il cristianesimo. E quando si ha la ventura
di toccare così da vicino Iddio, il suo segno gaudioso resterà valido e
indelebile per tutta la vita».
A più riprese e in diverse circostanze, nel corso di questi anni, la Fondazione
Don Gnocchi ha toccato con mano l’incondizionata stima e il grande affetto che
il Papa nutriva per don Carlo: «Commemorare figure come quella di don Gnocchi
– aveva ricordato in una delle udienze concesse alla Fondazione, memorabili
incontri che ripercorriamo con viva emozione e che documentiamo con gratitudine
in questo numero speciale di “Missione Uomo” - dà modo, specialmente ai
credenti, di toccare quasi con mano la realtà di una vita che perdura, anzi, che
in qualche modo cresce oltre la soglia della morte. Per il cristiano l'atto del
morire rappresenta il compimento della vita, della propria vocazione e missione.
Egli, alla sequela di Gesù, ha imparato a morire a se stesso e a realizzarsi nel
dono di sè, a ritrovarsi compiutamente ed in verità "perdendosi", come il chicco
di grano. Per chi ha conosciuto e crede all'amore di Dio, l'unica cosa
essenziale è amare, sia vivendo che morendo. E il senso autentico e pieno del
vivere diventa “dare la vita”».
Una vita riuscita che Giovanni Paolo II ha sempre e comunque affidato alla
protezione della madre di Gesù e madre nostra. Un legame profondo, quello con
Maria, che lega intimamente Papa Wojtyla al “papà dei mutilatini”. Sentimenti di
devozione e venerazione alla Vergine che trovano ulteriori analogie in Maria: Il
solenne e programmatico “Totus tuus” del Santo Padre e la dedica filiale
al nome di Maria di tutte le strutture che don Gnocchi ha fondato.
«Affidandosi a Maria – ha scritto il Papa nell’enciclica “Redemptoris
Mater” – ogni cristiano cerca di entrare nel raggio d’azione di quella
materna carità con la quale la Madre del Redentore si prende cura dei fratelli
del Figlio suo, alla cui rigenerazione ella coopera secondo la misura del dono,
propria di ciascuno per la potenza dello Spirito di Cristo».
Don Gnocchi lo ripeteva ai propri operatori: «La lotta e la vittoria contro
il dolore sono una seconda generazione, non meno grande e dolorosa della prima,
e chi riesce a ridonare a un bimbo la sanità, l’integrità e la serenità della
vita non è meno padre di colui che alla vita stessa lo ha generato».
Una paternità che Giovanni Paolo II ha sempre rivendicato e declinato,
vestendola con il calore delle parole, la dolcezza del sorriso, la serenità
dello sguardo e la forza della testimonianza. Una paternità del Papa nei
confronti della Fondazione che ha radici profonde negli atti dei suoi
predecessori, esercitata e consolidata dal riconoscimento formale della
Venerabilità di don Gnocchi: un regalo impegnativo e un dono da valorizzare.
La Fondazione non dimenticherà la sua affettuosa promessa: «Non sentitevi
soli e abbandonati. Molte persone sono solidali con voi. E anch’io vi seguo con
la preghiera, affinché la vostra fede non venga meno e non tramonti la speranza
nel vostro cuore».
Con questo semplice biglietto da visita, che ha la forza del testamento, l’Opera
di don Gnocchi scommette sulla sua privilegiata e speciale protezione dal Cielo.
Grazie, Santità, padre di tutti e nostro “amico”!
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