DARE SENSO AL DOLORE PER “FAR VINCERE LA VITA”
Tra catastrofi umanitarie e dibattiti sull’eutanasia, il valore profetico dei servizi della Fondazione
di monsignor Angelo Bazzari

Mai come di questi tempi, negli scenari completamente nuovi che il terzo millennio prefigura, le grandi sfide che provocano l’intelligenza e la coscienza degli uomini sembrano emergere in tutta la loro drammatica attualità. Da un lato, l’assordante clamore esploso con la vicenda di Terri Schiavo, sullo sfondo del dibattito sulle domande “ultime” dell’esistenza, vivacizzato in Italia dal prossimo appuntamento referendario sulla legge per la procreazione medicalmente assistita; dall’altro, lo sgomento e l’impotenza suscitati dalla catastrofe umanitaria nel sudest asiatico, fatalità che alimenta il bilancio di sangue e morte che la volontà di potenza umana manda in scena nei teatri di guerra attivi nel mondo.
Restituire l’etica alla società, umanizzare la scienza, mondializzare la solidarietà, promuovere la pace appaiono così imperativi ineludibili e impegni indifferibili dei grandi del mondo e dei singoli cittadini, per contribuire al trionfo della speranza, figlia della passione umana e della provvidenza divina.

Oggi, infatti, il discrimine tra la vita e la morte passa attraverso una scelta etica, capace di piantare i paletti di confine tra il bene e il male. È una sfida chiara, che talvolta appare sfuocata anche alle coscienze più integre e illuminate. Certe vicende umane che non conoscono un tenero e rispettoso silenzio, ma che assurgono alla cronaca - nutrite da una strisciante cultura edonistica, sia pure mascherata di pietà, ma incapace di dialogare con la sofferenza - spingono sempre più verso una sorta di soppressione legale dell’”inutile”. Forzato lo spiraglio del moralmente sostenibile, sfondata la soglia del tecnicamente possibile, dove si pone il confine del limite? Pensiamo agli handicappati, alcuni dei quali assistiti nei nostri Centri, ai disabili gravi e gravissimi; pensiamo ai tanti anziani, anche tra gli ospiti delle nostre residenze assistenziali, che al tramonto della loro esistenza abitano smarriti la demenza senile...

Per muoversi, con convinzione, nella direzione del “far vincere la vita” è indispensabile battersi per rimettere la persona, ogni persona, al centro della cultura e delle attività umane, custodendola come una preziosa reliquia e facendone rispettare la sua sacralità, proprio a partire dagli ultimi, dai più piccoli, dai più indifesi, dai più fragili. Nei confronti di queste persone - disabili, anziani, malati terminali o pazienti in stato vegetativo - ci sono diritti/doveri dai quali non si può prescindere senza violare la deontologia professionale di ippocratica memoria, i diritti universali delle Carte costituzionali, le esigenze etiche della solidarietà umana e i valori della carità cristiana. È l’itinerario nella vita e per la vita, tracciato con chiarezza da don Gnocchi, che la Fondazione cerca di percorrere da oltre mezzo secolo nelle diverse stagioni della vita, dall’inizio fino all’ultimo respiro, dalla culla alla tomba.

È il difficile, coraggioso e intramontabile compito di dare senso al dolore e alla sofferenza, poiché l’umanità, sazia di benessere, sembra nasconderne la presenza, esorcizzarne l’aggressività e persino mimetizzarne la gravità e la responsabilità, inventando sofisticati e intelligenti strumenti di morte capaci di rendere apocalittiche le dimensioni del dolore stesso: guerre, genocidi, pulizia etnica, campi di sterminio, epidemie, povertà...
Nella secolare dottrina sociale della Chiesa - i cui principi e valori sono stati riaffermati in un recente volume dal titolo “Compendio della dottrina sociale della Chiesa”, del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace - la solidarietà non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine e lontane. Al contrario, è la volontà ferma e determinata di spendersi responsabilmente per il bene comune. È la sfida della solidarietà globalizzata, recentemente riproposta e amplificata dalle vicende drammatiche dello tsunami e dagli echi assordanti di morte che rimbalzano dai conflitti aperti nel mondo.

Anche la Fondazione non può vivere questo terzo millennio senza operare per la globalizzazione della solidarietà, perché universale è il valore della prossimità. In qualsiasi angolo del mondo, la dimensione del prendersi cura attraversa ogni cultura e fede, per testimoniare tutti “i prodigi della carità soprannaturale”, come insegna don Carlo nella “Pedagogia del dolore innocente”.
Di fatto la Fondazione Don Gnocchi, nelle scelte strategiche che supportano e orientano il proprio espandersi, in Italia e nel mondo, non si sta sottraendo a tali imperativi. Anzi, la radicalità delle situazioni essenzializza le scelte e impone stili di vita più consoni alla natura autentica dell’uomo. In questa logica si comprende maggiormente il significato profetico che assumono gli impegni crescenti nell’area della solidarietà internazionale e sui confini estremi della vita.

Nel romanzo “La peste”, Albert Camus descrive come di fronte alla morte di un ragazzo, per la salvezza del quale hanno lottato insieme nella notte, il medico ateo e il prete si stringono la mano, dicendosi: «Dio stesso ora non ci può separare». Hanno capito, al di là delle bestemmie e delle preghiere, che entrambi operano per la salute/salvezza dell’uomo. Dio e l’uomo si incontrano presso chi soffre, da sempre e per sempre. Qui le barriere ideologiche cadono e il dialogo costruttivo tra scienza e fede non solo è possibile, ma diviene effettivo, esplorando spazi ancora sconosciuti.
Don Carlo - e oggi la Fondazione che ne prosegue l’Opera - sperò e si attivò perché fosse possibile questo dialogo tra gli uomini, chiunque essi fossero e qualunque fosse la speranza che li animava, aprendo nuove frontiere di impegno tra scienza, tecnologia e carità.
 

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