L’ITALIA COMMOSSA RIABBRACCIA DON CARLO
Grande successo per la fiction tv dedicata al papà dei mutilatini. L’”Angelo dei bimbi” nelle case della gente
di Emanuele Brambilla

Una ininterrotta scalata verso Dio, in compagnia degli uomini, per guidare con mano compassionevole di padre chi, da solo, non ce l’avrebbe mai fatta. Può essere definita così la vita straordinaria di don Carlo Gnocchi che la tv ha portato nelle case di milioni di italiani nelle serate del 29 e 30 novembre scorsi, grazie alla mini serie prodotta da Mediaset, andata in onda su Canale 5 per la regia di Cinzia Th Torrini. Nelle vesti del papà dei mutilatini, l’attore Daniele Liotti, già sant’Antonio per la Lux Vide e Mediatrade.
Dati d’ascolto e commenti a margine del film confermano l’ottimo successo di un prodotto che si inserisce nel riuscito filone delle fiction dedicate, negli ultimi anni, a figure straordinarie di santi o giganti della carità: da padre Pio a papa Giovanni, da Madre Teresa di Calcutta a santa Rita, da don Bosco a quella (attualmente in lavorazione) che racconterà la storia di papa Wojtyla.
«Il nostro team - ha spiegato Guido De Angelis, produttore del film, una carriera iniziata come musicista, in coppia con il fratello Maurizio, con il quale ha firmato celebri colonne sonore negli anni Settanta, tra cui quelle del film “Per grazia ricevuta”, con Nino Manfredi, e di “Sandokan”, sceneggiato tv con Kabir Bedi - ha studiato a lungo, nei mesi scorsi, il volume biografico che i professori Giorgio Rumi ed Edoardo Bressan hanno dedicato a don Gnocchi. E un po’ ci siamo innamorati anche noi di questo illuminato sacerdote: un uomo che ha speso la propria vita, consumandosi fino all’estremo, per riscattare i più deboli, i più fragili, restituendo loro dignità e un ruolo attivo nella vita sociale. Un prete modernissimo, forse non molto conosciuto dal grande pubblico. Ecco perché abbiamo deciso di portarlo in tv: la fiction è sicuramente il mezzo migliore e più efficace per portare don Gnocchi nelle case della gente».
E così è stato: quasi sette milioni e mezzo di italiani hanno assistito alla seconda puntata del film, commuovendosi di fronte alle immagini che hanno raccontato gli inizi dell’Opera a favore di orfani e mutilatini.

Santo tra gli alpini,
e padre dei mutilatini
Figlio orfano di un’umile famiglia (era nato a San Colombano al Lambro, nel lodigiano, il 25 ottobre del 1902; il padre marmista, stroncato giovanissimo dalla silicosi; la madre, sarta, a cui resterà profondamente legato), Carlo Gnocchi fu seminarista intelligente e attivo, prete dinamico ed entusiasta in parrocchia, acuto educatore in oratorio, sapiente guida spirituale in collegio, preparato e brillante conferenziere nell’ambiente universitario, ma soprattutto zelante e coraggioso cappellano militare volontario, alpino tra gli alpini sul fronte greco-albanese e poi nella drammatica ritirata di Russia. E ancora sensibile e generoso confidente dei sofferenti, apostolo del dolore innocente nel farsi “padre”, a guerra finita, di quelle migliaia di mutilatini, vittime innocenti di un conflitto che continuava a mietere dolore e sangue. E poi acceso sostenitore della ricerca medica, antesignano della moderna riabilitazione, fino a profeta della cultura del dono d’organi con la decisione in punto di morte di donare le proprie cornee a due ragazzi ciechi, quando ancora i trapianti nel nostro Paese non erano regolati dalla legge.
«È stato veramente un bel viaggio quello che ci ha portato a ripercorrere la vita di don Gnocchi – ha spiegato la regista, Cinzia TH Torrini - Le riprese non sono state semplici, ma siamo veramente felici. Ci siamo tutti innamorati di don Carlo e sul set la commozione è stata tanta. Questa è la storia di un santo».
La presentazione ufficiale del film è avvenuta a Roma, nella suggestiva cornice del Centro “S. Maria della Pace” (una delle due strutture della Fondazione nella capitale): proiezione in anteprima della prima puntata del film e conferenza stampa alla presenza dei produttori, della regista e dello sceneggiatore, degli attori principali e dei responsabili di Mediaset e della rete ammiraglia Canale 5 e del presidente della Fondazione, monsignor Angelo Bazzari.

Presentazione a Roma:
«Un’emozione intensa»
Un luogo significativo (in sala anche medici e dirigenti, insieme a religiosi e testimoni che hanno conosciuto e lavorato con don Carlo) come ha spiegato nel suo saluto il direttore del Centro, Salvatore Provenza: «Nei miei 35 anni di servizio in Fondazione - ha detto - tante volte ho provato a immaginare la figura di don Carlo nell’istituto, in mezzo ai suoi ragazzi, nelle stanze, nei corridoi e nei cortili del Centro. Ho ascoltato tanti testimoni diretti parlare affascinati da lui, del suo grande cuore, della sua grande intelligenza, della sua grande statura di uomo e di sacerdote, del suo stile di vita semplice e austero, tutto dedito al servizio della gioventù sofferente. Ho visto tante foto, ho letto i suoi scritti: per questo è per noi un’emozione forte assistere alla ricostruzione della sua vita e delle sue opere in questa fiction. Questo Centro ha visto tante volte don Carlo, tante volte è stato nei suoi pensieri, nel suo cuore, nel suo lavoro “anche non senza fatica e croci” come ebbe a scrivere a un fratello delle scuole cristiane. Qui don Gnocchi vide sviluppare la sua opera: l’assistenza ai primi mutilatini. Qui accolse i primi poliomielitici. Qui gettò le basi per il grande raduno dei mutilatini d’Europa… E proprio qui, il 27 agosto 1953, nel corso della grande serata d’onore dinanzi alle delegazioni estere e alle rispettive rappresentanze diplomatiche, sei mutilatini (un francese, un belga, un greco, un tedesco, un danese e un italiano) lessero nelle rispettive lingue il solenne “impegno di pace”. In questo Centro don Gnocchi inaugurò la prima palestra di fisioterapia e la prima piscina della Fondazione e ancora qui, nel giugno del 1954, inaugurò il Villaggio del lavoro. Proprio a tale proposito don Carlo scrisse che “ogni uomo ha il valore di portare la propria pietra al cantiere della vita”. Oggi, a quasi 49 anni dalla sua morte, rivediamo don Carlo con gli occhi, la mente e il cuore degli artisti che hanno realizzato la fiction. Bentornato don Carlo! E grazie di cuore ha chi ha pensato di farti rivivere in mezzo a noi».

Scene che toccano
le corde del cuore
Nella stessa serata il film è stato presentato anche a Milano, con una solenne anteprima nella suggestiva cornice dell’Aula Magna dell’Università Cattolica, l’ateneo nel quale don Gnocchi fu assistente ecclesiastico.
Gli applausi, commossi e scrocianti al termine della proiezione, hanno testimoniato il gradimento dei numerosi presenti per un film che ha dimostrato di saper toccare le corde del cuore. Ecco alcune reazioni raccolte.

Silvio Riboldazzi: direttore generale della Fondazione Don Carlo Gnocchi.
Un bel lavoro, capace di suscitare emozioni intense. Certo, raccontare don Carlo e soprattutto le origini di quella straordinaria Opera che è oggi la Fondazione che porta il suo nome non era impresa semplice. La regista ha scelto la chiave dei sentimenti e ha fatto bene, perchè è sicuramente il modo più efficace per giungere al cuore di quanti non conoscevano don Carlo. Ma ci sono aspetti che il film non ha potuto descrivere: l’abilità imprenditoriale di don Gnocchi, la sua capacità di coinvolgere non solo l’opinione pubblica, ma anche e soprattutto le istituzioni, l’attenzione al problema dei mulattini e poi dei poliomielitici insieme ai mutilatini... Riassumere in una fiction una figura così carismatica e così poliedrica era impresa impossibile: mi auguro che questa occasione straordinaria finisca per stimolare molti ad approfondire la conoscenza di don Carlo e della Fondazione.

Edoardo Bressan: storico, autore della biografia a cui è liberamente ispirato il film.
Mi sembra che la fiction abbia colto molto bene il carattere di don Gnocchi “prete” ed “educatore”, che agisce sempre in questa prospettiva e non certo in base ad altre considerazioni, ad esempio di tipo politico.. I suoi ragazzi -di cui si sottolinea, in un clima come quello degli ultimi anni del regime fascista, la non facile ricerca di un’identità - avvertono che il carisma e il fascino personale di don Carlo sono legati a una vera profondità spirituale, che si esprime in ogni circostanza, dalla vita quotidiana alla tragedia della guerra. Grazie anche ad un’intensa interpretazione, tutti hanno potuto percepire il punto di partenza di una straordinaria opera di carità.

Giorgio Cosmacini: storico della medicina e della sanità, docente universitario e autore del libro “La mia baracca. Storia della Fondazione Don Gnocchi” (Laterza, Roma-Bari 2004).
Dapprincipio ha avuto qualche difficoltà d’ordine fisionomico a identificare nelle fattezze del bravissimo interprete protagonista della fiction la figura di don Carlo Gnocchi come io lo conobbi negli anni lontani della mia infanzia e adolescenza: un sacerdote pallido e sorridente, dal gesto amico e dalla parola affabile, che in un momento critico della mia vita mi posò una mano sul capo dicendo: “Non dimenticarti di essere buono”.
Poi, man mano che si svolgevano sullo schermo le vicende della guerra atroce e del dopoguerra operoso, sono stato via via sempre più coinvolto, finchè la mia attenzione e la mia memoria hanno lasciato spazio alla mia commozione. Alla fine, con il cuore in gola e con gli occhi umidi, ho laicamente pregato: è stato un modo, propiziato dalle immagini, per “non dimenticarmi di essere buono”.

Mons. Giovanni Barbareschi: amico di don Carlo e suo esecutore testamentario.
Sono veramente contento. E sono certo, di lassù, lo è anche don Carlo. Il film delinea bene la figura di don Gnocchi, il suo spessore spirituale e umano. Mi rendo conto di come non fosse impresa facile: eppure sceneggiatori, regista e attori ci sono riusciti. Ho rivisto don Carlo… L’ho rivisto in quegli occhi, in quegli sguardi. L’ho riascoltato in molti dei dialoghi. Davvero un’emozione fortissima. Spero che tutto questo serva a far conoscere un uomo così a un Paese che ancora non ne aveva colto la portata. Don Gnocchi è una delle figure di primo piano della storia civile ed ecclesiale del secolo scorso. Ci sono piccoli errori e il film naturalmente non poteva dire tutto di don Carlo. Ma sono stati bravissimi tutti, attori e regista: li voglio proprio incontrare…

Corrado Perona: presidente nazionale Associazione Nazionale Alpini.
Scivere, raccontare la vita di don Gnocchi non è facile. Non lo è stato neppure per gli autori del film e in particolare per la parte relativa alla campagna di Russia. La storia proposta in tv è sicuramente accettabile sotto il profilo dello spettacolo, un po’ meno sotto quello storico. Molti particolari non sono stati curati bene, lo spirito alpino non è stato ben compreso e forse la regista ha ancora troppo vivo il ricordo del romanzo di appendice. Comunque sia, si è parlato di un grande personaggio degli alpini, di una mirabile figura di sacerdote, di un santo a noi molto caro. Lo si è avvicinato a chi non lo conosceva. Chissà che, aperta la strada da don Gnocchi, le tv nazionali non possano anche occuparsi un po’ più degli alpini di oggi, in servizio e in congedo. Sarebbe un nuovo miracolo di don Carlo...

Giovanni Bottari: vice presidente della Fondazione Don Carlo Gnocchi.
Il mio giudizio è sicuramente buono. E questo per due considerazioni: è un film che narra la storia di un prete convinto dell’importanza di restare accanto ai giovani, specie nei momenti più difficili e strazianti, e poi pronto a prendere le difese dei più deboli, dei più piccoli, dei bambini indifesi, delle vittime innocenti. Questo è un messaggio importante, soprattutto in un momento quale quello che stiamo vivendo. E la seconda ragione è che dal film traspare inequivocabile un messaggio forte e senza remore contro la guerra, contro l’inutilità e la barbarie della guerra. Mi pare si possa anche dire che il prodotto è complessivamente ben fatto, molto bene interpretato da parte di tutti, dall’attore protagonista ai comprimari. La regista vi ha poi trasposto la giusta sensibilità, ci sono scene davvero che toccano il cuore: ho sentito parecchie persone, a tutte è piaciuto.

Luisa Arnaboldi: presidente Associazione Ex Allievi di don Carlo Gnocchi.
Per noi che siamo stati e siamo i “ragazzi” di don Carlo, le emozioni che il film ha trasmesso vanno moltiplicate all’infinito. È stato impossibile non cedere alla commozione: quell’affetto, quell’amore, quella generosità vissuta fino all’estremo, quella capacità di farci crescere persone felici e realizzate noi le abbiamo vissute e sentite sulla nostra pelle. Non possiamo che essere grati a chi ha voluto, promosso e realizzato questo film: ora, finalmente, spariamo di aver fatto capire a milioni di italiani che cosa vuol dire essere “figli” di don Gnocchi. Nelle immagini è straordinaria la descrizione del legame tra don Carlo e i suoi bambini: mutilati o poliomielitici, che grazie a lui hanno capito di poter giocare un ruolo importante nella società dei “normali”. E noi siamo qui a testimoniarlo.

Suor Plinia Penon: religiosa salesia, Centro “S. Maria della Pace” di Roma.
Ho avuto il privilegio di poter assistere alla presentazione del film in conferenza stampa, con la proiezione in anteprima della prima puntata, quella incentrata sulla guerra. Le immagini mi hanno colpito e commosso, ma soprattutto mi ha profondamente toccato l’umanità che il protagonista ha saputo rendere dallo schermo. Io ho avuto il privilegio di incontrare personalmente don Carlo: non ho mai dimenticato il suo sguardo chiaro e profondo. Lavorare accanto a lui mi ha trasmesso una luce di bontà che non si è mai più spenta nel mio cuore. Mi è parso di cogliere sprazzi di quella luce negli occhi dell’attore che lo ha interpretato. Gliel’ho detto e l’ho ringraziato, m’è parso commosso anche lui…

Luigi Gelmini: ex mutilatino di Verona.
Devo ringraziare la Fondazione Don Gnocchi e il suo presidente, monsignor Angelo Bazzari, per aver potuto assistere alla messa in onda del film sulla vita dell’indimenticabile don Carlo Gnocchi. In qualità di ex mutilatino, ho avuto modo di conoscere le virtù eroiche di questo sacerdote che ha saputo tirar fuori dall’isolamento e dall’emarginazione migliaia e migliaia di bambini straziati dai residui bellici dell’ultimo conflitto mondiale. Il mio cuore ha vibrato di forti emozioni e parecchie lacrime hanno irrigato le mie guance. Credo, e ne ho la prova, che moltissimi cittadini abbiano sentito eguale emozione nell’assistere a tutte quelle immagini che scorrevano sullo schermo. Nell’istituto di Roma, accanto all’amico Silvio Colagrande “compagno di scuola” sono stato fisicamente, moralmente e spiritualmente ricostruito e benedico ancora il coraggio di mio papà Severino che, quando non ancora dodicenne, mi prese sulle spalle e in treno mi portò a Roma. La mia permanenza in quel luogo, durata cinque anni, precisamente dal 1954 al ‘59, è stata un periodo assai fecondo per me e di conseguenza mi ha consentito di immettermi nella società civile come un qualsiasi altro cittadino cosiddetto “normodotato”, permettendomi così di portare il mio contributo lavorativo in mezzo al consorzio umano, realizzandomi come soggetto attivo, ciò che don Carlo sognava per tutti i suoi ragazzi che sono transitati nei suoi Centri.
Non mi stancherò, per tutto quello che ho avuto, di pregare perché il buon Dio conceda la grazia di vedere don Carlo annoverato in cielo tra tutti i Santi, convinto sempre che da quella posizione non abbandonerà tutti i suoi bambini, estendendo su loro e sugli altri disabili le sue mani misericordiose. Grazie a tutti coloro che hanno lavorato alla realizzazione di quest’opera che farà tanto bene all’umanità intera. Di nuovo grazie!

Ermanno Biselli: direttore del Centro “S. Maria alla Pineta” di Marina di Massa.
Il film mi è piaciuto molto. Quello che ho apprezzato di più è stato il fatto che ne è uscita la figura di un uomo e non un “santino”. Un uomo con le sue debolezze e le sue sfaccettature. Un uomo che ha vacillato di fronte all’orrore della guerra, ma che si è ritrovato e realizzato nella sua grande Opera.

Guglielmo Pavesio: fratello delle Scuole Cristiane, già direttore del Centro “S. Maria ai Servi” di Parma.
La fiction mi ha davvero coinvolto emotivamente: credo sia un gran bel lavoro. Ne emerge un don Carlo straordinario educatore: ed è questa la sua vera natura. Proprio per questo ho un solo rammarico: nel film non si ricorda il ruolo e la presenza dei Fratelli delle Scuole Cristiane. Si parla dell’Istituto Gonzaga, è vero, ma dei Fratelli non c’è traccia. Peccato, la Fondazione ha avuto loro come pilastri.

Gianbattista Martinelli: direttore dell’Istituto Palazzolo di Milano.
è straordinaria la delicatezza e la sensibilità con cui il film delinea scenari che sono di guerra, di dolore e di disperazione. L’umanità di don Gnocchi emerge limpida, la paternità nei confronti dei suoi ragazzi e dei mutilatini illumina l’intera vicenda. Ho visto il film con le mie figlie, hanno voluto stare sveglie, nonostante siano ancora molto piccole: l’affetto di don Carlo per i suoi “cuccioli” le ha davvero coinvolte. Ne è nato un piccolo confronto sui temi della pace, della guerra e del dolore che penso sia stato utile ed educativo.

Paolo Perucci: direttore del Centro “E. Bignamini” di Falconara.
Credo sia il caso di fare i complimenti alla regista per come ha saputo rendere la figura di don Carlo Gnocchi: un uomo di grande spiritualità, tormentato dai drammi del suo tempo, ma allo stesso tempo capace di affrontarli e di trovare la via per rileggerli e interpretarli alla luce della fede. Sono interessanti anche le figure dei personaggi che gravitano attorno al protagonista, specie dell’alunno prediletto Matteo, quasi un “grillo parlante”, che al termine si riscatta e testimonia la continuità di un’Opera che ancora oggi, mezzo secolo dopo la morte di don Carlo, continua seguendo il suo mandato.

Oliviero Arzuffi: consulente editoriale della Fondazione Don Gnocchi.
Ricostruire la vita di don Carlo non poteva essere impresa facile. Non lo è neppure per gli storici, data la personalità poliedrica del personaggio e la profondità del suo messaggio. E’ difficile persino per noi, che stiamo lavorando da anni attorno alla sua vita, al suo pensiero e alla sua opera, figuriamoci per un cast televisivo, che doveva tradurre nell’arduo linguaggio delle immagini una figura variegata che sfugge ad ogni catalogazione, restituire un pensiero che non si presta a semplificazioni di sorta, dare visibilità ad un cammino di santità che rifugge da ogni riduzione oleografica. Perciò ero francamente molto curioso… Dopo la visione completa della fiction devo riconoscere che la regista ha fatto un buon lavoro sia nella scelta degli attori, sia nell’interpolazione della storia di Franceso, Matteo e Sara, che fanno in realtà da fabula all’intera narrazione, sia nella tecnica cinematografica. Infatti l’uso frequente di primi piani, concentrati soprattutto sugli sguardi, i chiaro-scuri caravaggeschi, il linguaggio ridotto all’osso, quasi allusivo in alcuni tratti, atto a suggerire più che a dire, la meticolosa ricostruzione dei costumi e l’abile ambientazione nelle sequenze cronologiche sono riusciti a restituire complessivamente la figura di don Carlo soprattutto sul piano emozionale, che è quello che più conta presso il grande pubblico.

Mauro Cozzoli: fotografo, autore del calendario 2004 della Fondazione.
Il film mi ha sorpreso: devo confessare che non mi sono mai commosso così tanto. Ora capisco davvero che cosa significhi lavorare in una realtà che si ispira a un fondatore di questo spessore. Devo solo ringraziare per le emozioni così intense che ho provato. E sono contento di conoscere ancor meglio di prima un “santo” come don Carlo Gnocchi.

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