CONTINUARE SULLE ALI DEL SOGNO
di monsignor Angelo Bazzari

Quattro alpini a sorreggere la bara, altri a portare sulle spalle i piccoli mutilatini in lacrime; la commozione delle centomila persone che gremivano il Duomo e la piazza e l’intera città di Milano a tributare onore e affetto, saracinesche abbassate e chiese listate a lutto: in questo scenario, il 1° marzo 1956 l’arcivescovo Montini - poi Papa Paolo VI - celebrò i funerali di don Gnocchi. A quasi cinquant’anni, per la prima volta, quella folla in lacrime si è moltiplicata nella vastissima platea televisiva degli oltre 7 milioni che hanno seguito in tv la fiction “Don Gnocchi, l’Angelo dei bimbi”, prodotta da Mediaset e trasmessa in prima serata, in due puntate, da Canale 5.

È una meta che inseguivamo da tempo: far conoscere e riconoscere, anche al grande pubblico, una figura straordinaria come quella del nostro fondatore. Esaltato nei ricordi - ma forse a volte anche prigioniero del passato, in una sorta di confino dorato fatto di libri, di fotografie, di icone - don Gnocchi è tornato redivivo tra gli italiani, entrando di forza e con tenerezza nelle case della gente.

Dobbiamo ringraziare chi ha creduto in questo progetto se don Carlo e il suo messaggio stanno oggi diventando cibo per la riflessione di quanti non lo conoscevano, o addirittura non ne avevano mai sentito parlare, specie tra i giovani. E se il linguaggio delle immagini non ha consentito, in alcuni passaggi, il rispetto integrale della cronologia della sua vita e la storia dell’Opera da lui fondata, ne sono passati comunque lo spirito e i valori. Il don Carlo della regista Torrini e interpretato da Daniele Liotti, sacerdote di grande spiritualità, educatore formidabile, alpino in guerra con un cuore di pace, apostolo dei ragazzi mutilati dalla ferocia dell’uomo, padre che accarezza il dolore innocente e accende “zolfanelli dio speranza” restaurando la persona umana è il “vero” don Gnocchi.

Scriveva sul Corriere della Sera il grande giornalista Orio Vergani, il giorno della morte di don Carlo: «Aveva cominciato con pochi ragazzetti, e adesso erano migliaia e migliaia. Non poneva limiti alla capacità dei soccorsi come non lo poneva alla necessità di approfondire la conoscenza del dolore umano. Credeva nel lavoro, e dunque il cieco, il fanciullo senza gambe, il ragazzo piegato dalla paralisi, il bambino mulatto affranto nel complesso del colore, non erano più i dolenti dispersi nell’amaro deserto della vita». E così, se un bimbo senza mani scriveva, se un fanciullo con le stampelle giocava al pallone, se un mulattino gli chiedeva di imparare a suonare uno strumento, il passo verso la speranza era compiuto. E allora occorrevano minestre e scuole, aule e palestre, il mare e i monti per rinvigorire tutti, le Alpi per i piccoli che forse non potevano camminare, il mare per i fanciulli che non avevano braccia per nuotare. «Un immenso “assurdo” per un cervello abituato ai problemi usuali. Ma la pietà non conosce mai - e questo è stato l’insegnamento di don Gnocchi - limiti “assurdi”. Tutto è possibile all’uomo di buona volontà».

Quella volontà - stimolata da un sogno, fattasi idea, progetto e infine realizzazione concreta - è diventata in questi cinquant’anni una grande impresa che continua ad esprimere il desiderio profondo di chi guarda al mondo con la lente di ingrandimento di un amore intuitivo ed operoso.

È la “baracca”, che don Gnocchi sul letto di morte affidò totalmente e definitivamente agli amis. In questo paterno abbraccio che tutti coinvolge, la Fondazione - figlia di un sogno - vuole rimanere se stessa e rendere un servizio alla Chiesa e alla società civile rilanciando la propria attività sulle ali del sogno. Questo bagno salutare nell’idealità delle origini, ci sprona a tenere sempre alto il senso di responsabilità, continuando a prendere fra le braccia la disperazione, tutelando la salute ed erogando benessere e facendo soprattutto percepire al malato l’interesse per la sua vita, con una vicinanza concreta solidale.

Ammoniva don Carlo: «Tutte le cose cui tanto teniamo, l’ingegno e la cultura, le ricchezze e la posizione sociale, la casta e il sangue, finiscono per dividere gli uomini e metterli qualche volta gli uni contro gli altri, ferocemente. La carità non mai. La carità unifica e salva. È un valore assoluto, universale e costante, per tutti i tempi e per tutti gli uomini».

Nella scena finale del film, riecheggiano le parole che don Gnocchi ci ha lasciato nel proprio testamento, riferendosi ai ragazzi ospiti dei Centri: «Altri potrà servirli meglio ch’io non abbia saputo e potuto fare, nessun altro, forse, amarli più che io non abbia fatto». Oggi come ieri, quando la Fondazione si dimostra capace di infondere nel paziente la certezza che la sua persona e la sua storia sono candidate alla speranza; quando gli dimostra che è molto di più della sua malattia o della sua disabilità; quando gli comunica la materna tenerezza di un Padre che infinitamente lo ama, allora anche ogni intervento si trasforma in atto di carità, capace di trasformare il senso stesso della malattia e del dolore.

Don Carlo, bentornato “redivivo” nella memoria e nel cuore degli uomini.
 

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