NUOVE FRONTIERE NELL’IMPEGNO
PER LA VITA
di monsignor Angelo Bazzari
«Carissimi fratelli, vi esorto, come persone di scienza, responsabili della
dignità della professione medica, a custodire gelosamente il principio secondo
cui vero compito della medicina è di "guarire se possibile, avere cura sempre"».
Così chiudeva l'intervento del Papa al recente congresso scientifico
internazionale sui trattamenti di sostegno vitale e lo stato vegetativo,
promosso dalla Federazione internazionale delle Associazioni dei medici
cattolici e dalla Pontificia Accademia per la Vita, svoltosi in Vaticano.
«Sento il dovere di riaffermare con vigore - questo il nocciolo dell'accorato
appello dal Pontefice - che il valore intrinseco e la personale dignità di ogni
essere umano non mutano, qualunque siano le circostanze concrete della sua vita.
Un uomo, anche se gravemente malato o impedito nelle sue funzioni più alte, è e
sarà sempre un uomo, mai diventerà un "vegetale" o un "animale"».
Le ragioni profonde della recente estensione delle attività della Fondazione Don
Gnocchi sugli estremi confini della vita (l'assistenza ai malati terminali, con
l'avvio del primo Hospice a Monza, ormai quattro anni fa, struttura a cui se ne
aggiungeranno presto altre; l'impegno a favore di persone in stato di coma
stabilizzato, all'Istituto Palazzolo di Milano e nei Centri di Salice Terme e di
Sarzana) si innervano vitalmente e si consolidano ulteriormente nel messaggio
del Santo Padre. Nei confronti di queste persone, siano essi malati terminali o
pazienti in stato vegetativo, medici, operatori sanitari, società e Chiesa hanno
doveri dai quali non possono esimersi, senza violare i principi della
deontologia professionale, le esigenze etiche della solidarietà umana e i valori
della carità cristiana.
Un itinerario nella vita e per la vita tracciato dallo stesso don Carlo:
«Avevo cercato di cogliere l'accento della voce di Cristo nel discorso dolente e
uguale dei poveri e degli afflitti e mi era sembrato più volte che la sua ombra
leggera mi avesse sfiorato nel crepuscolo fatale dei morenti. Quegli occhi
ansiosi di luce, quel viso solcato dal dolore, quell'affanno pesante del
respiro, erano cose tanto Sue...» (da "Cristo con gli alpini"). La
continuità dell'essere e dell'operare della Fondazione, alla vigilia dei
cinquant'anni dalla morte del Venerabile Servo di Dio don Gnocchi, si radica
infatti nella sua memoria ispirativa e nella intramontabile spiritualità del
fondatore, improntata alla lettura attenta della realtà, alla assunzione
coerente di responsabilità e alla esigente operatività nello spirito della
condivisione del dolore e della testimonianza della carità. Solidarietà ancorata
inscindibilmente alla vita - con tutta la vita e con la vita di tutti -
dall'inizio fino all'ultimo respiro, dalla culla alla tomba, dall'aurora al
tramonto.
Lo sviluppo crescente della tecnologia bioingegneristica, padrona talvolta
imprudente dei processi della procreazione umana, le scoperte nel campo della
genetica e della biologia molecolare, i radicali mutamenti nella gestione
terapeutica dei pazienti gravi, insieme al diffondersi di correnti di pensiero
deboli di ispirazione utilitarista ed edonista, sono fattori che possono portare
a condotte distorte, finanche al varo di leggi ingiuste in relazione alla
sacrale dignità della persona e al rispetto dell'inviolabilità della vita umana
innocente. È fondamentale che gli operatori "di frontiera", impegnati
quotidianamente sul pianeta della salute, siano consapevoli del benefico
arricchimento che può scaturire dal coniugare il rigore scientifico con le
istanze dell'antropologia e dell'etica umana e della morale cristiana.
In questo quadro e nel paradosso che l'assistenza ai malati terminali o in stato
vegetativo mette in evidenza, tra l'incontrarsi del massimo della solidarietà
possibile e della massima fragilità dell'uomo, c'è poi tutta la lezione sulla
nostra "capacità di vita". Queste persone, nel cantiere del sempre curabile
anche se inguaribile, hanno diritto - ammonisce ancora il Papa - ad interventi
sanitari di base (comprese nutrizione, idratazione, igiene, riscaldamento...), a
interventi riabilitativi mirati e al monitoraggio dei segni clinici di eventuale
ripresa. Vale anche qui la grande e inesauribile intuizione di don Gnocchi circa
la riabilitazione e la cura: «... recuperare e intensificare la vita che non
c'è, ma che ci potrebbe essere». E non solo: queste nuove frontiere del
bisogno hanno a che fare con la fine, ma anche con il desiderio dell'uomo che la
morte non sia l'ultima e la definitiva parola. Sapere insomma che un'altra vita
ci attende, e in strettissimo rapporto con quella che abbiamo vissuto e che ci
ha dato l'identità, offre a questi nostri nuovi impegni, oltre alla
testimonianza dell'umana solidarietà, un'ulteriore caratterizzazione e al nostro
morire un ben altro significato. Una riabilitazione totale che origina dalla
convinzione della resurrezione e sbocca in un tempo senza fine.
Se è vero che le più importanti e attuali sfide che attendono l'ingegno umano
sono l'umanizzazione della scienza, l'applicazione corretta della tecnica, la
ricostruzione morale della nostra società e la globalizzazione della
solidarietà, su questo asse di tensione ideale e operativa la Fondazione Don
Gnocchi posiziona il proprio impegno e la propria attività? Dove la radicalità
delle situazioni essenzializza le scelte e impone stili di vita più consoni alla
natura autentica dell'uomo, lì sfide così impegnative e profetiche possono
essere raccolte e vinte.
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