LA MIA BARACCA: UN LIBRO RACCONTA LA FONDAZIONE

«Ho personalmente conosciuto don Carlo Gnocchi negli anni lontani della mia infanzia e adolescenza. Di lui, assistente spirituale all’Istituto Gonzaga, ero un “assistito” che ricorda il viso sorridente, il gesto amico, la parola affabile, l’insegnamento dato anche senza parole. Nei tempi bui della guerra, al ritorno dalla campagna di Russia, il suo interessamento alle sorti di quanti cercavano in Svizzera una terra d’asilo lo portò nel paese prealpino, prossimo alla frontiera, nel quale la mia famiglia era sfollata per via dei bombardamenti aerei su Milano. Nel santuario del paese, dedicato a san Pancrazio, alla presenza di alcuni reduci e di una piccola folla, disse una Messa in suffragio degli alpini caduti. A me posò una mano sul capo dicendo: “Non dimenticarti di essere buono”. A quella memoria questo libro è da me dedicato».
Così Giorgio Cosmacini, medico da quasi mezzo secolo, primario radiologo, storico di fama internazionale, laureato in filosofia e docente alla facoltà di Lettera dell’Università degli Studi di Milano, conclude l’introduzione al volume in fase di preparazione per la casa editrice Laterza “La mia baracca. Storia della Fondazione Don Gnocchi”. Il libro ripercorre gli oltre cinquant’anni di vita dell’Opera voluta dal “papà dei mutilatini”, rileggendola nel contesto della storia civile, sociale e sanitaria del nostro Paese. «Don Gnocchi non fu un medico – scrive ancora Cosmacini -, non fu né un pediatra, né uno psicologo dell’età evolutiva; ma da curante vero del corpo e dell’anima fu insieme tutto ciò, avendo compreso, senza averlo appreso da alcuno, che aldilà di ogni guarigione impossibile, colui che assiste con amore un bambino in stato di bisogno può molto. Tanto più se il bisogno è un deficit o un handicap, dove la mancanza o l’ostacolo diventano una sofferenza. In questa sfera d’azione il vero curante non è mai uno sconfitto, anzi è sempre un vincitore. La sua è la vittoria dell’ad-sistere, dello “stare continuamente e ripetutamente accanto” alla persona che soffre.

Oliviero Arzuffi

Clicca sulla stampante se vuoi stampare questo documento