SHUTTLE, DALLO SPAZIO DATI
PREZIOSI PER LA RICERCA
Presentati con successo i primi risultati dei test eseguiti sulla navetta,
coinvolta la Bioingegneria
Quasi un anno fa il mondo assisteva alla sfortunata missione della navetta
spaziale americana “Columbia”, conclusasi con la perdita dell’intero equipaggio.
A distanza di tempo, il sacrificio dei sette astronauti dell’STS 107 non si è
però rivelato vano, visto che il loro lavoro sta comunque offrendo un importante
contributo alla scienza che vede protagonisti anche alcuni ricercatori italiani:
ciò grazie a importanti dati scientifici inviati a terra dalla navetta via
satellite prima dell’esplosione in volo.
Uno dei progetti di ricerca ospitati dalla navetta spaziale era infatti stato
promosso dalla divisione di Bioingegneria del Centro IRCCS “S. Maria Nascente”
di Milano della Fondazione Don Gnocchi, in collaborazione con l’ASI (Agenzia
Spaziale Italiana), l’ESA (Agenzia Spaziale Europea), la NASA (Agenzia spaziale
americana), il Politecnico di Milano, l’Istituto Auxologico Italiano e
l’Università di Milano-Bicocca: si trattava di un ciclo di esperimenti sullo
Shuttle tendenti a valutare in un ambiente privo di gravità l’adattamento
dinamico del sistema cardiovascolare e in particolare del baroriflesso (uno dei
meccanismi di “controllo” del corpo umano più importanti per la regolazione
della pressione arteriosa). L’obiettivo del progetto consisteva nel decifrare i
“segreti” dei meccanismi nervosi che regolano la pressione e il battito
cardiaco, con ricerche condotte appunto sugli astronauti dello Shuttle Columbia
al fine di trarre utili conoscenze per curare e riabilitare le persone malate:
il comportamento del sistema cardiovascolare in assenza di gravità può essere
infatti paragonato a quello di un paziente che rimane a letto per lungo tempo.
Con questo studio si intendeva anche investigare sulle cause dell'ipotensione
ortostatica: quest'ultima è una sindrome più nota come il fenomeno dei
cosiddetti “giramenti di testa” conseguenti a repentini cambi di posizione;
nelle persone sane tale evento avviene solo occasionalmente, ma in alcuni
soggetti (persone anziane o diabetici) può rappresentare una vera e propria
patologia con vertigini e svenimenti e conseguenti possibilità di lesioni,
talvolta molto gravi. Poiché un cattivo funzionamento del baroriflesso può
essere tra le cause dell’ipotensione ortostatica, un approfondimento del
funzionamento di questo sistema di controllo permette di sviluppare contromisure
in grado di limitare in futuro gli svenimenti improvvisi e le conseguenti cadute
da parte dei soggetti più esposti.
I primissimi risultati parziali dei test condotti nello spazio sono stati
presentati nelle scorse settimane a Roma, durante il congresso della Società
Italiana di Cardiologia, dall’ingegner Marco Di Rienzo (coordinatore del
progetto e responsabile della Bioingegneria della Fondazione Don Gnocchi) e dal
professor Gianfranco Parati (cardiologo dell’Istituto Auxologico e
dell’Università di Milano-Bicocca).
«Grazie alle sofisticate apparecchiature scientifiche utilizzate per queste
ricerche e alla trasmissione immediata a terra dei dati riguardanti gli
esperimenti in volo – affermano Di Rienzo e Parati – è stato possibile
raccogliere moltissime informazioni sui meccanismi nervosi preposti al controllo
del sistema cardiovascolare. Tutto questo nonostante il drammatico epilogo della
missione. I dati raccolti sono attualmente in fase di elaborazione e una
valutazione definitiva del loro significato scientifico sarà possibile solo al
termine delle analisi. Tuttavia, gli interessanti risultati preliminari che
stiamo osservando in questi giorni ci rendono estremamente ottimisti sulla
possibilità di poter giungere entro breve a una positiva conclusione della
ricerca».
Lo scorso anno alcuni dei ricercatori coinvolti in questo studio si erano recati
negli Stati Uniti, presso i laboratori della NASA, allo scopo di coordinare
l’esecuzione degli esperimenti a terra sugli astronauti e poi di raccogliere i
dati sperimentali provenienti dalla navetta durante il volo.
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