«LA MIA VOGLIA DI VIVERE»
Sopravvissuto miracolosamente alla tragedia di Linate, Pasquale racconta il
suo cammino di riabilitazione
di Monica Cavicchia
Può capitare che una mattina il personale sia insufficiente, che il lavoro sia
troppo e che i colleghi ti chiedano per questo di dare loro una mano. Può
capitare così che il destino, qualche volta davvero beffardo, ti metta proprio
dove non dovevi essere.
«I colleghi mi hanno chiesto di andare con loro, io avevo iniziato prestissimo
quel lunedì mattina e mi sarei dovuto trovare al vecchio toboga…». Fatica ancora
molto a parlare Pasquale Padovano, 55 anni, dipendente della Sea di Linate,
unico superstite della tragedia consumatasi all’aeroporto milanese la mattina
dell’8 ottobre 2001, quando un Boeing di linea della svedese “Sas”, scontratosi
con un Cessna, si è schiantato sul molo adibito allo smistamento bagagli,
causando la morte di 118 persone.
Ricoverato in condizioni disperate al Centro Ustioni dell’Ospedale di Niguarda,
l’uomo ha subito da allora ben 24 interventi chirurgici. Il corpo devastato dal
fuoco, gambe e mani seriamente compromesse e un percorso riabilitativo difficile
e travagliato non gli hanno tolto la forza di lottare.
«Pasquale è ottimista – spiega la moglie Teresa - e non ha mai perso la voglia
di tornare alla vita. Speriamo di riprendere presto la riabilitazione al Centro
Don Gnocchi».
«Il caso ci è stato segnalato da un medico dello stesso Niguarda. Ci capita
spesso di collaborare con loro - aggiunge il dottor Daniele Pellegatta,
responsabile dell’Unità di Recupero e Rieducazione Funzionale dell’Ircss “S.
Maria Nascente” di Milano, che insieme al dottor Francesco Panzuti ha sottoposto
Pasquale Padovano a una serie di complessi trattamenti di riabilitazione motoria
-. È un caso davvero delicato: le ferite faticano a chiudersi e per questo
spesso siamo costretti a sospendere per qualche tempo le cure. Il nostro
personale, come succede con molti nostri pazienti, si è affezionato a Pasquale
che ha sempre mostrato una straordinaria volontà e un’ammirevole forza d’animo».
«Mio marito è ancora in ospedale – conclude la moglie -. Il professore che lo ha
in cura ha preferito trattenerlo ancora qualche giorno prima di dimetterlo e
fargli riprendere la riabilitazione. Ma ci vorranno poi altri giorni di day
hospital, perché i medici devono preparargli una dieta particolare che aiuti le
ferite a rimarginarsi…».
Se pure il calvario non è finito, all’orizzonte si annunciano forse giorni più
sereni. La moglie
ha fretta, la voce della figlia Anna, di 13 anni, avverte che occorre correre in
ospedale. È così da oltre due anni. «Forse domani lo dimettono nuovamente.
Tornare al Don Gnocchi per noi significa che il peggio probabilmente è passato.
Stateci vicini…».
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