NOI, CAMPIONI DI CORSA A OSTACOLI
di Franco Bomprezzi

Senza barriere. Abbattere le barriere. Superare gli ostacoli... Finalmente ho capito. Le persone con disabilità si devono ispirare al film “L’uomo chiamato cavallo”. Siamo come campioni da equitazione, addestrati a valutare la consistenza degli ostacoli, la difficoltà del percorso, a fiutare il vento e le gibbosità del terreno, ma anche a valutare il tempo che abbiamo a disposizione, con un occhio verso il pubblico che osserva, comodamente seduto in tribuna, con un binocolo puntato verso di noi, che sul prato, come i purosangue, ogni tanto scalciamo e facciamo oscillare il collo e le spalle, prima di prendere la grande decisione, quella che non ammette ripensamenti e ti conduce, dopo una breve rincorsa, nel silenzio generale, a spiccare il salto, a raggiungere la sommità del volo, giusto qualche centimetro al di sopra della siepe e delle travi incrociate, poste sempre più in alto, con colori sgargianti e bandierine in grande evidenza.
Poi, quando sotto i nostri occhi osserviamo soddisfatti il movimento perfetto e il superamento dell’ostacolo, che vibra leggermente e oscilla, ma non esce dai supporti e anzi si risistema docile al suo posto, appena sfiorato dal nostro movimento agile e deciso, si compie la prima metamorfosi culturale. Il pubblico balza in piedi. Il binocolo non serve più e vedi da lontano un festoso batter di mani che accompagna la tua impresa e il tuo valore di campione, uomo-cavallo capace di superare le barriere e di fendere il vento con orgoglio, scalpitando e rallentando il ritmo, con il cuore che batte vibrante sotto il petto squassato dalla stanchezza per una fatica tremenda, che ti ha portato ai limiti delle tue capacità.
Campioni di razza e brocchi, mezzosangue e cavalli da riproduzione, ma pur sempre esseri degni di umanità e di comprensione, oggi affrontiamo il 2004, stanchi come si può essere stanchi dopo dodici mesi di prove continue, a volte inutili e noiose, a tratti esaltanti e drammatiche, vissute in quel 2003 dedicato proprio a noi, finalmente, soggetti politici, sociali e umani, ossia non più handicappati, ma persone, cittadini con diritti e dignità, testimoni dotati di voce e di penna, in grado di autorappresentarci, e di affrontare, mese per mese, un percorso per temi e per ambienti, parlando di barriere, di scuola, di lavoro, di affetti, di tempo libero, di pensioni, di residenze, di trasporti. Che cosa resterà del fiume di parole e di strette di mano è difficile dirlo.
Che cosa invece resta da affrontare è evidente e palpabile. Sono caduti gli ostacoli che erano marci, si sono sfaldate le vecchie travi dell’indifferenza e del pietismo. Nessuno oggi potrebbe ragionevolmente proporre modelli di solidarietà basati sulla carezza e sulla frase consolatoria. Il volontariato ha scelto da tempo la via della competenza e della formazione, il percorso più arduo ma esaltante del confronto e dello scambio alla pari, dare e ricevere, sempre, ogni giorno. Le istituzioni non possono più dire: io non sapevo. Tutti sappiamo che cosa serve e che cosa manca.
Queste barriere sono cadute, ma non per questo davanti al nostro sguardo si delinea un prato verde e pianeggiante. Uscendo dalla lunga metafora, penso che sia il momento di porre mano con convinzione a una riscrittura semplificata delle norme che definiscono i diritti dei cittadini con disabilità. Troppe contraddizioni, troppe procedure contrastanti, un eccesso di burocrazia malfidente, stanno rischiando di perpetuare una situazione di discriminazione di fatto, che è forse peggiore di una esclusione sociale basata su di una esplicita convinzione di superiorità sociale.
Il lavoro è ancora una conquista da consolidare, l’integrazione scolastica è un diritto che si scontra con i budget degli enti locali, la mobilità personale si scontra con il permanere di troppe barriere architettoniche, il tempo libero è a volte una chimera, anche per la famiglia. Non possiamo non dirci ancora insoddisfatti. Anche se molto è stato realizzato, anche se esistono nuovi strumenti di partecipazione e di confronto.
La cultura prevalente nella nostra società sembra privilegiare comunque una ben precisa concezione dell’efficienza, della bellezza, della ricchezza, dell’egoismo: non è un caso se il primo vero problema delle famiglie è la solitudine. Questo è l’obiettivo vero del 2004: costruire la rete dei sentimenti e della vera solidarietà. Per non doversi più sentire come dei cavalli da equitazione, costretti a superare ostacoli, ogni volta diversi e sempre più alti.

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