RIFORMA SANITARIA, IL PARERE DI MINISTRI E ASSESSORI

Tina Anselmi
, ministro della Sanità ai tempi dell’approvazione della legge 833, non ha dubbi: «Il tragitto della riforma fu molto lungo e anche pieno di difficoltà. D’altra parte non si può immaginare altrimenti una rivoluzione. Perché questo ha rappresentato la riforma sanitaria: un cambiamento radicale che investiva, in primis, la cultura del Paese, che poneva al centro l’uomo e la persona con la sua dignità, con i suoi diritti». L’ex-ministro non nega le lacune attuative della legge, ad esempio sul fronte della politica del farmaco, «ma in ogni caso le difficoltà non sono mai state superiori alla nostra volontà e capacità di risolverle, se ne avessimo avuto maggiore cognizione. Del resto, chi cerca una soluzione privatistica a questo problema, sa bene che il privato non è in grado di dare una risposta soddisfacente. I Paesi che hanno abbracciato la via della privatizzazione, oggi non sono in grado di tutelare la salute dei loro cittadini: per tutti vale l’esempio degli Stati Uniti».

Secondo Mariapia Garavaglia, ministro della Sanità all’inizio degli anni ’90, «le caratteristiche fondamentali dell’impianto della riforma si sono rivelate anche le sue più acute fragilità. Innanzitutto la modalità di finanziamento: la fiscalità generale corrisponde a un principio irrinunciabile, perchè la salute come diritto individuale e interesse collettivo deve garantire parità di trattamento in base al bisogno, prescindendo dal reddito del cittadino. È un principio di grande civiltà, che tuttavia si è scontrato con la limitatezza delle risorse che si possono raccogliere rispetto alla domanda. Per il venticinquesimo compleanno e perché siano ancora molti gli anni e i successi del Servizio Sanitario Nazionale a favore della popolazione, occorrono alcune riforme di mentalità. Innanzitutto è indispensabile un’alleanza fra tutti i protagonisti: cittadini, operatori, gestori, decisori politici. Oggi non è più possibile mantenere un sistema universale e di qualità senza che si aggiungano risorse finanziarie a quelle disponibili».

A giudizio di Rosy Bindi, ministro della Sanità durante il governo Prodi, «il nostro sistema sanitario attraversa oggi un passaggio cruciale, nel quale è in gioco la sua stessa sopravvivenza; accendere i riflettori sulla portata della legge 833 equivale a riflettere sull’attualità dei suoi principi fondamentali, equivale a prendere posizione, a schierarsi a favore o contro un sistema sanitario fondato sull’equità e la solidarietà. Ma la maggioranza politica che guida il Paese non può e non vuole esprimersi con chiarezza sul futuro della sanità, non può dire come intende procedere e, soprattutto, non crede nell’efficacia del Servizio sanitario nazionale e si muove da tempo per realizzare un sistema alternativo».

«Il sistema sanitario italiano – ribatte invece Cesare Cursi, sottosegretario al ministero della Salute dell’attuale governo - è riconosciuto a livello internazionale come uno dei migliori e se siamo arrivati fin qui vuol dire che l’azione di rimodellamento, resa necessaria dalla scarsità di risorse economiche a disposizione, non ha intaccato i principi fondamentali di tutela sui quali è basato il Sistema Sanitario Nazionale. Sono entrati in gioco elementi concorrenziali perché il sistema era ingessato, imbrigliato in una visione, gestione e organizzazione centralistica troppo lontana dalle richieste dei cittadini. L’evoluzione federalistica in atto rappresenta un passo in avanti positivo, che deve portare il Servizio Sanitario Nazionale ad essere capace di rispondere alle domande e necessità di un’economia di mercato che si evolve sempre più velocemente».

Carlo Borsani, assessore alla Sanità della regione Lombardia, ritiene questa legge «ormai ampiamente superata, perché ha venticinque anni e li dimostra tutti. L’evoluzione del sistema sanitario – afferma -, le esperienze e la storia hanno dato vita già dal ‘92 a una “riforma della riforma”. Posso dire che il sistema sanitario lombardo oggi sia quasi agli antipodi della 833, grazie ai principi basati sulla libertà di scelta del cittadino, sulla razionalizzazione delle strutture pubbliche, sulla parità fra strutture pubbliche e private, sull’aziendalizzazione e la separazione fra Asl e aziende ospedaliere. Se dovessi fare un bilancio oggi della 833, potrei dire che oscilla fra luci e ombre: altamente positivo nei principi, per la volontà di garantire a tutti il diritto alla salute, superato per quanto riguarda la concezione organizzativa, e negativo per le gravi conseguenze economiche causate dalla sua attivazione avvenuta nel corso degli anni e che solo ora faticosamente stiamo recuperando».

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