ECHI DI MORTE, VOGLIA DI VITA
di monsignor Angelo Bazzari
Un risveglio da un sonno profondo. Un brivido che riaffiora. Ancora scenari di
morte a gettare squarci di inquietudine nelle nostre coscienze. Ancora immagini
di sangue a irrompere nelle nostre case, ancora urla di dolore a rimbalzare
nelle nostre menti, ancora lacrime di disperazione a rigare, impotenti, i volti
di un’umanità ferita e martoriata dall’ennesimo tributo versato alla violenza di
un mondo sempre più sinistro e sordo alle invocazioni di pace e di concorde
convivenza tra le genti... Il trionfo della barbarie nei recenti, agghiaccianti
attentati di Spagna, una Madrid squartata, violata in una mattina di pace. Il
caos puro, il nulla per il nulla… e basta! Un nuovo, orribile messaggio di
nichilismo e di morte che reclama un’altrettanto pronta ed esigente risposta di
vita. Siamo più deboli oggi, mentre cerchiamo di essere più forti.
Il senso di impotenza che ci attanaglia richiama in qualche modo l’accorato
ammonimento di mezzo secolo fa di don Carlo Gnocchi: «Nessuna guerra ha mai
raggiunto le cosmiche ed efferate espressioni di quella che noi abbiamo
combattuto e sofferto. Nessun conflitto, infatti, ha fatto così spietatamente e
così largamente soffrire gli innocenti e i fanciulli, misura ed espressione più
drammatica dell'incalcolabile massa di dolore e di sangue provocata dalla
guerra, dai bombardamenti, dalle nefande rappresaglie, dalle lotte intestine...
Possa allora la voce dolente e acerba della fanciullezza martoriata dalla
guerra, voce del sangue veramente innocente, arrivare fino al cuore paterno di
Dio e toccare quello superbo e immemore degli uomini. Perché l'avvenire del
mondo sia finalmente migliore!».
Torrenti di fango e di odio che alimentano l’oceano di sangue della storia,
oppure fiumi di amore e di compassione che confluiscono nel mare della vita?
Oggi come ieri, di fronte alla spietatezza di mani assassine, ci chiediamo che
mondo sia mai questo che ci fa così feroci e verso quale orizzonte dirige i
propri passi. Quando persone innocenti finiscono per essere considerate semplici
bersagli, allora è in agguato una nuova barbarie, che si fonda e si alimenta
nella profanazione della vita, e di ogni vita. «In un mondo come il nostro –
è ancora l’ammonimento di don Carlo – inaridito, agitato, maniaco, è
necessario mettere olio d’amore sugli ingranaggi stridenti dei rapporti sociali
e formare nuclei di resistenza morale, per non essere travolti».
Non è una delle tante sfide che abbiamo di fronte, ma la vera sfida: la
ricostruzione morale della nostra società, per un’autentica globalizzazione
nella solidarietà e nella giustizia. In tale scenario, il contributo – per certi
aspetti profetico - che può garantire la Fondazione Don Gnocchi, nell’impegno
quotidiano di ciascuno dei suoi operatori, non può che andare nella direzione
del “far vincere la vita”, ricollocando sempre la persona umana al centro,
custodendola come il dono più prezioso e facendone rispettare la sua sacralità,
proprio a partire dagli ultimi, dai più piccoli, dagli indifesi, dai più
fragili.
L’unità di intenti, il rispetto reciproco sono fondamentali nel difendere,
servire, affermare la vita; ma sono una conquista quotidiana, non un’emergenza
imposta dal dramma. Perché non l’economia, non la tecnica, non il linguaggio
sapranno rendere l’intero mondo una sola casa, mantenendo la ricchezza delle
diversità degli ordinamenti politici, delle consuetudini linguistiche, delle
elaborazioni culturali e delle confessioni religiose, ma la consapevolezza di
una fraternità fondata sulla figliolanza dal medesimo Padre che chiamerà
ciascuno a rendere conto della propria vita e della vita di ogni fratello che
cammina sul suolo di questo pianeta.
Ognuno non sta solo nel cuore della terra. Solo grazie alla coscienza di questa
verità fondativa, che non cessa di generare stupore e gioia in chi ha la fortuna
di scoprirla, l’economia saprà restituire il necessario a tutti e il giusto a
ciascuno; la scienza essere strumento del retto progresso per l’uomo; le
religioni richiamare alla ricerca dell’essenziale e i linguaggi far parlare gli
uomini nella verità.
Nel solco di questi intenti, si pone il piccolo, continuo e coerente sviluppo
della Fondazione: la recente acquisizione di un nuovo Centro a Roma, in virtù di
un accordo con la Piccola Casa della Divina Provvidenza-Cottolengo (in
copertina, un momento della cerimonia ufficiale di avvio dell’attività, alla
presenza del cardinale Angelo Sodano); i nuovi impegni in Toscana e il
potenziamento di molte altre strutture in Italia e all’estero – di cui riferisce
questo numero della rivista -, insieme a nuovi programmi e ulteriori obiettivi
sui fronti della ricerca scientifica e della formazione. L’Opera sognata
tenacemente e realizzata da don Carlo sappia ancor più diventare, nel messaggio
e nello stile di agire, un segno capace di testimoniare a una società che sta
pericolosamente regredendo, che se non vuole ripiombare nella barbarie deve
ripartire dagli ultimi e da chi è più indifeso; che il futuro della storia è
legato all’assunzione del senso di responsabilità e alla rete di solidarietà che
gli uomini, singolarmente o attraverso le istituzioni, sanno intessere.
L’anonimato copre i terroristi, il mistero protegge gli assassini, la coscienza
no. Prima o poi, come per i violenti di sempre, il conto arriverà. Da subito e
comunque, per tutti, un esame di coscienza individuale, collettivo e
internazionale si impone; questa volta e davvero, senza i “se” e senza i “ma”,
se non dettati dalla compassione umana e dalla misericordia divina. La volontà e
la gioia di vivere sono il mezzo per sconfiggere la volontà di morte espressa da
un terrorismo senza frontiere e da terroristi figli del nichilismo, ladri di
speranza e orfani di futuro.
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