TIBET, IL PROGETTO
L’attesa di quei bimbi e delle loro famiglie
di Flavio Cimorelli*
Sono tornato in Tibet lo scorso ottobre, per la verifica del progetto avviato
nell’agosto del 2002 dall’Unità Operativa ONG della Fondazione Don Gnocchi. Due
i sentimenti che mi hanno accompagnato durante il viaggio: il desiderio di
rivedere quella terra e la curiosità per la verifica del lavoro fin qui svolto.
Una volta sul posto, è stato bello constatare come i colori, l’aria, la
limpidezza del cielo, che già si erano impressi nei miei occhi e nella mente un
anno fa, siano stati immediatamente riaccesi e il ricordo si sia riempito di
immagini e di volti già incontrati. Ho potuto verificare dal vivo il modo con
cui la bellezza rimane impressa nell’animo di una persona, risultando facilmente
rievocabile se sollecitata adeguatamente. Ciò non è successo solo per la
bellezza della natura, ma è stato altrettanto piacevole verificarlo per la
spontaneità e la cordialità che immediatamente si sono riaccese verso le persone
che avevo incontrato nel 2002: sembrava davvero che non fosse passato tutto
questo tempo e la ripresa del lavoro è avvenuta come se fosse stato appena
concluso.
A Shigatze ho incontrato i colleghi Laura e Renzo (che mi avevano preceduto in
Tibet da circa un mese) e con loro ho organizzato le visite di controllo dei
bambini che avevano frequentato la piccola palestra di fisiochinesiterapia
allestita all’interno del monastero di Tashi Lumpo. Mi ha sorpreso molto
constatare come anche l’incontro con i bambini e le loro famiglie non sia stato
banale e dovuto, ma carico di attesa e di desiderio di continuare un rapporto
che aveva portato nella loro vita un filo di speranza e di possibilità di cura
secondo criteri per loro innovativi.
Alcuni dei bambini visitati hanno mostrato buoni progressi e miglioramenti nelle
autonomie, nelle posture, nella possibilità di un recupero funzionale; per altri
invece non è stato possibile verificare alcun progresso, ma ugualmente ci siamo
potuti confrontare con i loro genitori sul perché della malattia e delle
difficoltà che i loro figli sopportano quotidianamente.
In questo secondo viaggio è stato evidente come una delle possibilità di aiuto
concreto ai bisogni della popolazione tibetana sia stata l’opportunità di
sostenere e aiutare i genitori dei bambini disabili, anche coinvolgendoli
direttamente nel lavoro di riabilitazione. Soprattutto le mamme si sono rese
subito disponibili a imparare piccole manovre di rilassamento, unitamente a
varie modalità di spostamento e di postura adeguate e più consone per i loro
figli. Al ritorno, ho meditato sui perché più profondi di questo impegno
all’estero, trovando una sola risposta: il Tibet è stato per me l’occasione per
approfondire la conoscenza di nuove realtà e culture, ma mi ha dato soprattutto
la possibilità di attualizzare il carisma di don Carlo Gnocchi, portando in
quell’angolo di mondo aiuto e attenzione ai più deboli, sotto forma di
condivisione della sofferenza e del dolore.
* neuropsichiatra infantile, consulente del Centro “S. Maria al Castello” di
Pessano con Bornago
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