MARONI: «CHIAMIAMOLI
SEMPLICEMENTE PERSONE»
Intervista al ministro del Welfare
di Emanuele Brambilla
Nei primi giorni di dicembre, l’Italia ha ospitato a Roma, in veste di
presidente dell’Unione, la conferenza conclusiva del 2003 “Anno europeo delle
persone con disabilità”. Abbiamo chiesto al ministro del Welfare, Roberto Maroni,
di tracciare un bilancio dei programmi sui cui si è lavorato e degli obiettivi
raggiunti a livello nazionale ed europeo.
La Conferenza di Roma - spiega il ministro - ha avuto tra i propri obiettivi
quello di tracciare un bilancio dei risultati conseguiti nel 2003. E il più
importante è stata senz’altro la straordinaria mobilitazione registrata a tutti
i livelli, grazie alla partecipazione attiva dell’associazionismo, del
volontariato, del privato sociale e anche del mondo produttivo. L’eccezionale
varietà di iniziative locali e centrali ha contribuito concretamente alla
diffusione di una nuova conoscenza del mondo della disabilità, favorendo lo
sviluppo di una coscienza che individua finalmente la persona con disabilità
come persona “normale”, come un cittadino al pari degli altri cittadini. Un
cittadino, al quale molte barriere architettoniche e culturali impediscono
ancora oggi il pieno godimento dei diritti di cittadinanza. Uno degli obiettivi
dell’Anno europeo è stato anche quello di stimolare i policy makers ad
adottare ulteriori provvedimenti tesi a favorire la reale integrazione delle
persone con disabilità nel tessuto sociale, a partire ad esempio
dall’inserimento nel mondo del lavoro.
Come da lei annunciato in primavera, nel corso di un convegno organizzato
congiuntamente dal ministero del Welfare e dalla Fondazione Don Gnocchi,
l’esecutivo italiano ha disposto un finanziamento di 15 milioni di Euro per
progetti sperimentali nel campo della disabilità. Con quali finalità?
Ho deciso di stanziare risorse del Fondo di pertinenza esclusiva del ministero
allo scopo di finanziare programmi innovativi e sperimentali concernenti la
realizzazione, il potenziamento e l’ampliamento di piani di azione a valenza
socio-assistenziale. Si tratta in particolare di strutture di accoglienza per
persone in situazione di handicap grave, prive di adeguata assistenza
familiare, anche al fine di favorirne condizioni di maggior autonomia e di vita
indipendente: il cosiddetto “dopo di noi”. Le migliorate condizioni di vita
delle persone con disabilità - traguardo di grande civiltà - sta comportando in
un numero crescente di casi, la sopravvivenza della persona con disabilità
rispetto ai propri familiari. È importante, allora, assicurare a questi soggetti
un contesto, prima di tutto affettivo e relazionale, che permetta loro di
sviluppare autentici percorsi di integrazione sociale. I comuni, le province, le
Asl e altri enti territoriali, anche in associazione tra loro, sono i soggetti
titolati a presentare la richiesta di finanziamento. I progetti devono servire
ad attivare network sul territorio e a far lavorare insieme le diverse entità. E
devono servire a stimolare le azioni locali, anche da un punto di vista
finanziario. Ecco perché si parla di finanziamento fino ad un massimo del 50 per
cento del costo complessivo. La direttiva, è stata pubblicata in Gazzetta
Ufficiale ed è consultabile online sul sito del ministero, all’indirizzo
www.welfare.gov.it
Uno dei temi più delicati riguarda i programmi di inserimento lavorativo dei
disabili, che in Italia sono oggi regolati dalla legge 68/99. Tenendo conto
anche della liberalizzazione del mercato del lavoro e delle novità introdotte
dalla riforma Biagi, è possibile tracciare oggi un bilancio dell’attuazione di
questa norma, immaginando passi avanti per un prossimo futuro?
Il diritto al lavoro è una delle condizioni di pari opportunità nel processo di
integrazione delle persone disabili che ancora devono essere pienamente
raggiunte. I risultati conseguiti finora richiedono ulteriori sforzi e strategie
innovative di intervento. L’inserimento lavorativo dei disabili spesso è stato
considerato un mero intervento assistenziale, vissuto senza motivazione dagli
interessati e subìto come obbligo dai datori di lavoro. Non è scomparso il
pregiudizio secondo cui la persona disabile – a causa della sua condizione - non
sia in grado di produrre come altri e quindi costituisca un costo economico
possibilmente da evitare. Per molti, la presenza di un disabile in azienda viene
vista come un peso da sopportare, perché imposto da una legge. Si è invece
ampiamente dimostrato che la persona disabile non deve essere considerata una
“perdita” per l’impresa, ma, al contrario, può e deve diventare una risorsa, al
pari di altri lavoratori. Se la persona disabile è messa nelle condizioni di
valorizzare tutte le proprie potenzialità residue, anche attraverso un’adeguata
formazione professionale, può infatti produrre come altri e comunque dare il
proprio importante contributo professionale. La prima grande innovazione della
legge 68/99 è proprio quella di aver introdotto nella legislazione del nostro
Paese un diverso approccio culturale che - sebbene a fatica - si era già diffuso
nella società civile. Quanto alle novità introdotte dalla riforma Biagi, mi sono
impegnato - dopo un incontro con i rappresentanti della Fand e della Fish - ad
avviare e condurre per i prossimi sei mesi un’azione di monitoraggio sugli esiti
dell’applicazione di alcune norme: in caso di effetti negativi per le persone
con disabilità, rivedremo il provvedimento.
Nel corso di quest’anno è stata data attuazione concreta al Portale SIVA
sugli ausili, frutto di un accordo siglato fra il ministero del Lavoro e la
Fondazione Don Gnocchi. Come giudica questa strada di collaborazione con una
realtà che da decenni “opera sul campo” e più in generale la sinergia fra
pubblico e privato sociale per affrontare le varie questioni legate al mondo
della disabilità?
Si tratta di una collaborazione molto positiva, visto che personalmente ho
voluto fare del portale SIVA uno strumento di lavoro per tutti, un luogo
virtuale e interattivo dove trovare informazioni e suggerimenti sugli ausili.
L’integrazione tra le politiche sociali e la tecnologia, soprattutto la
tecnologia assistita, rappresenta un punto strategico. Operare a favore
dell’integrazione delle persone con disabilità nella vita del Paese, nel tessuto
produttivo, consentendogli anche di godere pienamente del tempo libero o di
viaggiare, significa creare un ambiente accessibile, sul posto di lavoro, nelle
camere d’albergo, in metropolitana. La tecnologia assistita riduce notevolmente
le barriere e fa in modo che i percorsi di integrazione si moltiplichino. Sulla
sinergia tra pubblico e privato mi sembra quasi superfluo parlare. Il Libro
Bianco sul welfare chiarisce molto bene quali siano i nostri obiettivi in tema
di applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale: non una delega, o
peggio uno scaricare compiti dal pubblico al privato, ma uno sviluppo di
fruttuose sinergie tra i due ambiti. Il che significa favorire l’ampliamento dei
servizi e delle opportunità. Il privato sociale sta molto diversificando la
propria morfologia, arricchendosi di esperienze e realtà innovative. Ma
parallelamente si va sviluppando anche una nuova prospettiva nel privato “non
sociale”, quello delle aziende per intenderci, che guarda sempre più al sociale
e intende partecipare attivamente ai suoi processi di sviluppo. Da qui la
sensibile diffusione che il tema della responsabilità sociale delle imprese ha
fatto registrare a partire dal summit di Lisbona del 2000, che ha chiesto ai
governi dei Paesi dell’Unione di mettere in cantiere iniziative e strategie
mirate in questo campo. Da qui la decisione del Governo italiano di porre la
responsabilità sociale delle imprese tra le priorità di programma del semestre
europeo.
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