L’ANNO DEI DISABILI, UN INVITO ALLA SPERANZA
di Angelo Bazzari

«Pinocchio era un burattino di legno pieno di vizi, ma aveva un papà falegname che di notte lo riaggiustava sempre, a misura del mondo. La mia mamma, invece, di notte prova a riaggiustare il mondo, per adattarlo alla mia misura…».

«Quella sera, dopo cena, quando hai mosso la tua rigida ed esitante manina verso la ruota della carrozzina, e con un tocco deciso hai afferrato il corrimano compiendo il tuo primo passo verso l’autodeterminazione… Tesoro mio, come sono stata orgogliosa di te! Ma a raccontarlo, chi capirebbe? Sono solo facezie di una vita qualsiasi».


Sono due brani degli straordinari racconti di Eleonora e Chiara (pubblicati in questo numero della rivista), premiati al concorso “Scrivere d’altro”, promosso dal Centro di Inverigo della Fondazione Don Gnocchi, in occasione dell’Anno Europeo della persona disabile. Nella dolce e struggente intimità di quelle parole - specchio e volano di emozioni e affetti, delusioni e speranze, amarezze e gioie di un’esistenza terribilmente quotidiana dentro e accanto al mondo della disabilità - è racchiuso il senso autentico dell’appuntamento di civiltà di un 2003 che non può essere archiviato esaurendosi amaramente con rullo di tamburi, proclami retorici o passerelle istituzionali. È tempo che le ricorrenze cessino di essere occasioni per celebrazioni e convegni (dove spesso si trascura l’apporto esistenziale delle reti informali, associative, amicali…) e diventino occasioni di monitoraggio sistematico di quanto si è fatto e rimane da fare per e con i diversamente abili. Nel nostro Paese ci sono storie, nomi, volti e bisogni del mondo disabile che interpellano le nostre coscienze e continueranno a farlo: ogni anno dev’essere “Anno della persona disabile”, nella convinzione che le attenzioni riservate alle persone con handicap segnano il grado di civiltà di una società.

Il 2003 non sarà stata un’occasione perduta se, rivelandosi momento importante di riflessione e crescita, consoliderà saperi e prassi, cultura e strategie operative sull’handicap. Il 2003 non sarà stato inutile se promuoverà la circolazione delle idee e delle esperienze positive: le cosiddette “buone prassi”, vale a dire le “cose” che funzionano, ovunque e da chiunque promosse e attuate. Il 2003 non sarà stata una parentesi se rimarcherà che il disabile non è solo invocazione d’aiuto e provocazione agli stili di vita diffusi nella nostra società, ma anche portatore di doni da spalmare nel cuore della convivenza umana. Di qui l’urgente necessità della tutela e della promozione di ogni disabile nei differenti modi che la convivenza civile chiede: dalla ricerca biomedica per la prevenzione alla diagnosi-cura-riabilitazione-integrazione sociale e presa in carico di quelle forme che esigono maggior impegno, dove il curare non può garantire il guarire e dove, anziché liberarsi dall’handicap, occorre liberare le potenzialità che nessun handicap potrà mai cancellare.

La Fondazione Don Gnocchi non può fare a meno di questo humus, cuore autentico e ragion d’essere della sua esistenza e attività. Cogliendo gli spunti proposti dalla cascata di iniziative promosse a tutti i livelli quest’anno, diventa allora fondamentale e vitale scovare nei giacimenti ideali e operativi della vita della Fondazione il ruolo e le dimensioni che il mondo della disabilità conserva nei nostri Centri e cogliere le opportunità e le nuove sfide organizzative. Tutto questo significa sviluppare e intensificare i contatti con le famiglie, con le loro attese e con i loro bisogni, per essere in grado di rispondervi, traducendo in azioni e comportamenti quell’enorme bagaglio di valori maturati in oltre mezzo secolo di impegno. Senza dimenticare il ruolo della scuola, l’inserimento lavorativo, la gestione del tempo libero, l’organizzazione delle comunità di accoglienza, l’opportunità della pratica sportiva. E ancora, il gravoso problema del “dopo di noi”, con la necessità di garantire integrazione ai disabili già nel “durante noi”, come diritto di cittadinanza e non tanto come esito di sola beneficenza discrezionale e spesso assistenzialistica.
«Non si tratta solo di soddisfare determinati bisogni, ma più ancora di vedere riconosciuto il proprio desiderio di accoglienza e di autonomia. È necessario che l’integrazione diventi mentalità e cultura – affermava il Santo Padre durante il Giubileo dei disabili – e al tempo stesso che i legislatori e governanti non facciano mancare a questa causa il loro coerente sostegno».
Vanno lette in questo contesto di valori e interpretate in questo orizzonte ideale alcune delle importanti realizzazioni e alleanze che la “Don Gnocchi” ha proposto nel 2003: dal portale SIVA sugli ausili con il ministero del Welfare, all’acquisizione del Centro Madre Nasi di Roma, ora battezzato Centro “S. Maria della Provvidenza”, stringendo un’alleanza con la Piccola Casa di Torino; dalla rivisitazione di tutte le espressioni dell’handicap, dei minori e degli adulti, per una migliore riorganizzazione e valorizzazione dei servizi, all’impegno oltre frontiera, a favore dei disabili di Bosnia, Tibet, Kosovo, Zimbabwe e altrove…

Cari amici disabili, la Fondazione non vuol sentirsi rimproverare che non ha saputo né proteggervi, né vendicarsi con la ribellione dell’amore. Lavorerà per voi e con voi nell’ottica dei diritti di cittadinanza costituzionalmente riconosciuti e osservati nella loro tutela ed esigibilità; opererà nell’ottica della valorizzazione della persona, nel patto di solidarietà con la famiglia e con le formazioni sociali, secondo il principio di sussidiarietà. Declinerà a vostro servizio l’ispirazione sapienziale, la ricerca scientifica, l’innovazione tecnologica, la cultura manageriale e organizzativa, le risorse economiche necessarie e lo sforzo etico di cui è capace, liberando le inesauribili riserve di gratuità e di solidarietà che abitano l’animo umano e popolano la nostra storia, così carica di straripante vitalità e di passione per la vita.
C’è da augurarsi che la celebrazione dell’Anno Europeo della persona disabile si intrecci in un inscindibile e fecondo abbraccio etico, antropologico, culturale, ideale e fattivo con l’evento della vita dei disabili, nel recupero di un percorso di maturazione comunitaria e di sfida reale che vada dalla sacralizzazione alla convivenza, dall’assistenza alla condivisione, dall’accoglienza alla preferenzialità, dalla riabilitazione alla resurrezione.
L’handicap non è parola ultima dell’assistenza. La parola ultima è consegnata al diritto soggettivo e alla tutela, alla solidarietà e alla fraternità. Don Gnocchi diceva che la sofferenza è il giusto prezzo per ogni brandello di gioia. Lenire la sofferenza e dare spazio al cuore costituiscono gli ingredienti della civiltà dell’amore.

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