DON CARLO GNOCCHI –
“RESTAURAZIONE DELLA PERSONA UMANA”
(Libreria Editrice Vaticana, 2009 – introduzione di monsignor Gianfranco Ravasi)
L’Editrice Vaticana ha rieditato nel 2009, anno della beatificazione, il
saggio più impegnativo di don Gnocchi, scritto nel 1946. Tra le pagine emerge il
volto di don Carlo, uomo giusto, sempre pronto ad effondere amore nel mondo.
Pubblichiamo l’introduzione del libro, scritta da monsignor Gianfranco Ravasi,
presidente del Pontificio Consiglio della Cultura.
A livello popolare la figura di Carlo Gnocchi come scrittore è affidata a quel
Cristo con gli alpini, apparso presso un modesto editore di provincia, Stefanoni
di Lecco, nel 1942 e riproposto ancora ai nostri giorni con un editore nazionale
(Mursia 2008). In quelle pagine striate di sangue si delineava già il percorso
che avrebbe segnato tutta l’esistenza del suo autore, quello aspro e irto di
inciampi tipico del dolore: non per nulla in quel libro la scena più emozionante
è quando don Carlo incontra un alpino in punto di morte e in quegli occhi
appannati egli vede Gesù stesso agonizzante («Ho veduto il Signore!»). Nasce in
quel giorno la scelta di cercare il volto di Cristo tra i sofferenti, scelta che
guiderà tutta la sua vita e l’opera successiva fino a condurlo alla meta della
beatificazione del 25 ottobre, in un simbolico rimando alla sua nascita storica,
il 25 ottobre 1902 in terra lombarda.
Proprio per questo don Gnocchi scrittore rimane per molti affidato
all’appassionato saggio dedicato alla Pedagogia del dolore innocente, edito
dalla Scuola di Brescia nel 1956, vero e proprio manifesto e testamento
teologico e spirituale del suo impegno per le piccole vittime della tempesta
bellica. La penna di don Carlo era instancabile come lo erano le sue mani e il
suo cuore: eppure, l’opera più impegnativa dal punto di vista teorico è
probabilmente quella meno conosciuta a livello popolare.
Si tratta proprio del saggio nato da una serie di articoli apparsi su un
giornale stampato a Lugano, L’Osservatore. L’Italia, un’opera che meriterà al
suo autore il Premio Viareggio del 1951. La data della pubblicazione è
emblematica: siamo nel 1946, quando la bufera immane della guerra era alle
spalle, si era finalmente spenta la retorica marziale e nazionalistica del
fascismo e sembrava aprirsi l’alba di una rinascita. Essa, però, aveva a prima
vista solo i connotati di una riedificazione edilizia sulle macerie dei
bombardamenti.
Don Carlo, invece, a un popolo che ormai era stato “disincantato” dalla guerra e
che era stato scosso dal letargo dell’intelligenza e della coscienza e liberato
dalla propaganda di regime, voleva proporre un’altra e ben più ardua
ricostruzione: così come nella lotta bellica ci si era adattati alla brutale
locuzione del «far fuori un uomo», ora si doveva «rifare l’uomo», impresa ben
più difficile dell’altra, eppure «prima e più fondamentale di tutte le
ricostruzioni».
Appello alla profondità contro la superficialità
Il ritratto da cui si parte è sconcertante e sconfortante ed è abbozzato nella
bellissima prefazione, una pagina che sembra scritta per oggi: è necessario
ritrovare il centro che renda unitaria la persona. Siamo nella prospettiva del
personalismo, come appare anche dalla ricca iridescenza di citazioni che le
pagine di don Gnocchi rivelano. Si manifesta, così, un vasto impegno di studio,
di vaglio, di ascolto che non teme di inoltrarsi su sentieri ancora poco
esplorati dalla pastorale di allora e persino dalla teologia. Si intrecciano, in
tal modo, le più diverse letture: tanto per fare qualche esempio, si va da
sant’Agostino o Pascal ai Demoni di Dostoevskij, da Montaigne alla novella Una
giornata di Pirandello; La Pira si incrocia con Gide, Hegel con Freud e così
via, in un tessuto di rimandi sorprendenti per chi ha di don Carlo un’immagine
solo “operativa”, legata al carisma assoluto della carità.
Questo appello alla profondità contro la superficialità, al pensiero contro
l’ovvietà diventa capitale se si vuole delineare il progetto che può salvare
l’uomo contemporaneo dalle sabbie mobili della crisi. È appunto la
«restaurazione della persona umana» che è molto di più del semplice recupero
dell’individualismo. In questa operazione, don Carlo è sostenuto da una figura
intellettuale la cui presenza brilla in molte pagine, al di là delle stesse
citazioni dirette. È attingendo al pensatore francese Jacques Maritain che don
Gnocchi può delineare la struttura del suo concetto di persona, aperta e
dialogica rispetto alla monade dell’individuo, propugnata da altre ideologie.
Si ha, così, un «nuovo umanesimo cristocentrico» di impronta maritainiana da
opporre all’escatologia secolarizzata marxista: qui si sente battere il cuore
del Beato, proteso verso una religione che abbia nell’Incarnazione il suo
motore, un’Incarnazione che non è mai «pienamente attuata dalla civiltà», perché
essa comporta «l’assunzione di tutti i valori umani – tranne il peccato – anzi
di tutta la realtà terrestre». Sulla scia di questa verità acquista valore
l’appassionata difesa della libertà come scelta personale per vivere la carità,
il cui primato è assoluto non solo per edificare la persona umana, ma anche una
società degna e giusta. Su questa strada si comprende il rilievo alto che il
sacerdote lombardo assegna al sacrificio, dono di sé, che ha nel sacrificio di
Cristo l’archetipo, il modello e il costante referente.
I cinque lineamenti del vero volto dell’uomo
Incarnazione, carità, sacrificio: questa trilogia ci permette di introdurre il
profilo della persona che don Gnocchi disegna, pagina dopo pagina. Ricorrendo
all’antropologia tradizionale, ma colorandola e assegnandole un “incarnato”
assunto dalla sua esperienza vissuta e dalla ricerca culturale contemporanea,
egli approfondisce i cinque lineamenti fondamentali del vero volto della figura
umana.
C’è innanzitutto la componente intellettiva che ha nella ricerca della verità il
suo compito primario, attraverso un itinerario più da pellegrini che da
possessori, «deflazionando e calmando la fantasia», evitando il riduttivismo
della tecnica e dell’azione, impedendo di impantanarsi nell’«acquitrino
intellettuale» fine a se stesso. L’intuizione, che fa parte della strumentazione
del conoscere, apre l’intelligenza a una conoscenza ulteriore che si salda con
la razionalità pur valicandola: è qui che si attesta la fede.
Ma c’è nella persona anche la volontà che si esprime nella libertà e nel
carattere. È questa la componente dinamica nella quale don Gnocchi versa tutta
la sua passione esaltando la persona libera: l’uomo captivus, prigioniero di un
abuso di autorità o di un’autocondanna al vizio, diventa “cattivo” in senso
etico. È qui che si celebra il contrappunto tra grazia e libertà, tra sacrificio
ed egoismo, tra scelta gioiosa e “cattività” sotto l’imperio delle cose, degli
istinti, delle abitudini, dei piaceri, dell’ambiente.
A questo punto la persona rivela una terza dimensione che è la più percepibile
nell’immediatezza; eppure essa è epifania dell’interiorità, e quindi
dell’intelligenza e della volontà. È la componente materiale, il corpo.
L’apostolo dei mutilatini non ha esitazioni: «Nell’uomo – quante volte dobbiamo
dirlo? – non esiste dicotomia, non c’è il corpo da una parte e l’anima
dall’altra; c’è la vita umana, che è un tutto organico, dove ogni separazione è
una vivisezione a danno del tutto e della integrità dei componenti. C’è un corpo
animato e un’anima incarnata. Non si va normalmente all’anima senza passare, in
qualche modo, attraverso il corpo, non si purifica lo spirito se non purificando
la materia che con lui si è insozzata, non si santifica l’anima, se non
santificando il corpo. E viceversa. Perché si tocca, si purifica, si santifica
l’uomo». Questa interazione ci invita a «fare del corpo un buon collaboratore
dello spirito», ma ci fa anche comprendere quanti rischi siano in agguato
attraverso le degenerazioni della costituzione individuale e di quella
ereditaria.
Ed è interessante osservare come don Gnocchi riversi all’interno delle sue
considerazioni su questo tema tanto delicato i primi contributi della
psicanalisi e della psicologia che vengono accolti anche nel mondo cattolico: si
leggano i paragrafi riservati ai meccanismi evolutivi, al piacere, oppure alle
classificazioni del temperamento (bilioso, nervoso, sanguigno, linfatico) e al
loro rimescolamento nella complessità dell’unità psico-fisica della persona.
Essa, visibile e percepibile attraverso la sua corporeità, entra nell’orizzonte
del mondo e stabilisce una rete di relazioni. È questo il quarto tratto del
volto umano, la componente sociale del suo esistere. Essendo «essenzialmente
corale», la persona ha in sé due energie antitetiche: «la forza centripeta che
forma l’individualità e la forza centrifuga che la costringe a uscire da sé per
colmare la propria fondamentale insufficienza». L’interazione tra questi due
dinamismi crea la pienezza dell’uomo che ha una sua identità e soggettività, ma
che ha bisogno di amare e quindi di porsi in dialogo con l’altro. Ecco, allora,
la sessualità che è la prima spinta a uscire da sé, l’amore che è donazione di
sé, la fecondità vista come opera “teandrica” perché continua l’azione del
Creatore, la famiglia, l’amicizia, la società, la politica, il legame con la
materia attraverso il lavoro, l’unità del genere umano, la proprietà privata e
il bene comune. Una riflessione che conduce don Gnocchi a prospettare persino un
«personalismo internazionale […] in cui ciascuno trovi e mantenga il posto
assegnatogli dalla natura e, godendo della sua libertà e dignità personale,
entri a far parte della grande famiglia umana, per il raggiungimento del bene
comune».
Seminatore di speranza, simbolo di moralità e verità
L’aspetto teologico di questa dimensione “sociale” è celebrato attraverso
un’appassionata rievocazione del dramma interiore del poeta francese Charles
Péguy, espresso nel suo poema Il mistero della carità di Giovanna d’Arco (1910):
«Bisogna andare insieme verso il buon Dio. Bisogna presentarsi insieme. Non si
può arrivare al buon Dio gli uni senza gli altri. Bisognerà tornare tutti
insieme alla casa del padre. Che ci direbbe se noi arrivassimo, se noi
ritornassimo gli uni senza gli altri?». Ma per approdare a questo esito finale
che è poi la “comunione dei santi”, c’è un elemento che non si può travalicare.
La libertà della persona è così seriamente presa in carico dallo stesso Creatore
che egli non blocca la mano dell’assassino né arresta l’atto del peccatore. È
qui che entra in scena il quinto e ultimo tratto della fisionomia umana dipinta
da questo libro, la componente morale, ossia la coscienza.
Siamo tutti sulla frontiera tra bene e male, solitari sotto l’albero della
conoscenza del bene e del male, siamo collocati costantemente nel crocevia ove
si dipartono le strade opposte del vizio e della virtù, siamo sul crinale dal
quale si distende il versante in penombra del vizio e quello luminoso della
virtù, oscilliamo tra la regione del lecito e quella attraente dell’illecito, ci
immergiamo nel mare della verità, ma ci aggrappiamo all’isola della falsità
perché apparentemente più ombreggiata. È, questa, la storia intima e profonda di
ogni biografia.
Tuttavia, la solitudine della libertà non è assoluta perché, certo, c’è la
spinta satanica verso l’abisso, ma c’è anche la mano salda di Dio che ci
trattiene con la sua grazia, se noi l’afferriamo; c’è la guida del maestro e del
fratello e c’è il giudizio interiore della coscienza individuale.
Con questa ultima lezione don Carlo saluta il lettore, il quale, leggendo le sue
pagine, scopre alla fine in filigrana il volto stesso di questo giusto
intelligente e generoso, mosso da ferma volontà, attento ai corpi dolenti
dell’umanità sofferente, sempre pronto ad effondere amore nel mondo, divenendo
un simbolo di moralità e verità.
È per questo che dal 25 ottobre 2009 egli è “Beato”, perché – come affermava
Giovanni Paolo II – è stato un «seminatore di speranza», incarnazione viva e
cristallina delle beatitudini evangeliche.
monsignor Gianfranco Ravasi
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