“DON GNOCCHI, IL PRETE CHE CERCO’ DIO TRA
GLI UOMINI”, A CURA DI EMANUELE BRAMBILLA
(libro edito da Fondazione Don Gnocchi e Centro Ambrosiano, Milano 2009, pp.
174, euro 16)
Pubblichiamo la presentazione del libro “Don Gnocchi, il prete che cercò Dio
tra gli uomini”, di monsignor Angelo Bazzari, presidente della Fondazione Don
Gnocchi:
Il 2009 è un anno di grazia per la Fondazione e un dono per la Chiesa
ambrosiana. Il 25 ottobre prossimo, don Carlo Gnocchi verrà proclamato beato in
piazza Duomo a Milano. La stessa che ne celebrò il trionfo al suo funerale con
un’oceanica partecipazione di folla.
Lodigiano di nascita, ambrosiano di adozione, italiano per attività solidali e
cittadino del mondo per orizzonti valoriali e lungimiranti intuizioni, Don
Gnocchi era cresciuto alla scuola sociale del card. Ferrari e temprato da una
lunga esperienza educativa dei giovani nelle parrocchie milanesi, fino a
ricoprire il ruolo di direttore spirituale al prestigioso Istituto Gonzaga.
Passato attraverso le forche caudine del fascismo e il crogiuolo della guerra,
aveva esaltato le virtù della testimonianza cristiana ed esercitato una
paternità spirituale, come dono da spendere per tutti quelli che sono “percossi
e denudati dal dolore”: orfani di guerra, mutilatini, poliomielitici,
mediante la creazione della Fondazione che ora porta il suo nome e il suo
stigma.
Una paternità vissuta con l’operosa “irrequietezza” contemplativa di chi si
sente investito di un particolare compito per la Chiesa universale e sostanziata
da un’irrefrenabile urgenza di carità.
Lo attesta mirabilmente la presente lettera del 7 novembre 1946 al suo
arcivescovo card. Schuster: «Eminenza reverendissima, con filiale confidenza,
permetta che io le dica tutto il mio rammarico nel veder riaffiorare
continuamente in lei (ed anche nella recente sua conversazione con padre
Gemelli) la convinzione che io sia un irrequieto. Ma da che cosa può essere
venuto questo giudizio? Non certo dal mio… stato di servizio! Ventun anni di
sacerdozio: 11 come coadiutore a San Pietro in Sala e 10 come direttore
spirituale al Gonzaga. Per la varietà del mio lavoro? E che colpa ne ho se non
so e non posso dire di no alle generose offerte di bene che mi fa la divina
Provvidenza? Del resto, anche in questa cosiddetta varietà di apostolato, io,
dinnanzi a Dio, ho sempre conservato una precisa coerenza. Sono andato
cappellano militare non per spirito di avventura o per… patriottismo, ma perché
un sacerdote che in quegli anni si occupava di giovani non poteva esimersi dalla
loro sorte. Dopo la guerra mi sono occupato della "Resistenza" per una logica
inerente alla guerra vissuta atrocemente al fronte russo e per una necessaria
"compagnia" con i miei ufficiali e soldati. Mi sono dato e mi do tuttora alla
carità verso i reduci di guerra, i mutilati, gli orfani ed ora i bambini
mutilati della guerra sempre per un superiore ed obbligante vincolo contratto
con quelli che hanno fatto la guerra e ne portano duramente le conseguenze.
Perché, eminenza, era molto facile e qualche volta brillante dire ai soldati:
"Fate il vostro dovere, in nome di Dio e la divina Provvidenza non vi
abbandonerà". Ma ora quelle promesse mi impegnano, come una cambiale firmata
dinanzi a Dio. Ed io cerco di pagarla come posso ad Arosio: con i miei invalidi,
con gli orfani dei miei soldati e con i mutilatini di guerra. Sono, per ora 146
persone che, abbandonate dalla società, trovano comprensione ed aiuto dalla
carità di Nostro Signore. Certo vostra eminenza, quando sembra rimproverarmi o
rammaricarsi di questo mio lavoro, non ricorda una mia lettera che
confidenzialmente mi permisi di scriverle dopo la campagna di Russia. In essa io
le confidavo che, in momenti di grave pericolo della mia vita, ho fatto voto di
dedicarla ad un'opera di carità. E in quella stessa lettera chiedevo a vostra
eminenza che mi volesse indicare qualche opera di carità diretta e di natura
ecclesiastica alla quale io potessi dare la mia attività.Vostra eminenza non
credette allora e poi di indicarmene alcuna ed io mi appigliai a quella che la
divina Provvidenza sembrò offrirmi nell'opera di Arosio. Ecco tutta la genesi
della mia… irrequietezza, e la sua logica interiore.
Certo, io avrei preferito lavorare più direttamente per la santa Chiesa e per
una delle sue opere, e quando vedo il successo che in quest'anno ha coronato il
mio piccolo lavoro, non posso intimamente dolermi di doverlo dare ad
un'istituzione che - per ora - non è ancora "nostra". Vostra eminenza mi ha
parlato più volte della parrocchia e di un mio accesso al concorso. Potrà
sembrare molto romantico e forse fantastico quanto le dico, eminenza, ma io non
posso per il momento lasciare quest'opera di carità verso le vittime della
guerra. Bisogna aver sofferto con loro quello che io ho sofferto in Russia ed
altrove per comprendermi e giustificarmi. Non appena avrò pagato il mio debito
di carità e di giustizia verso di loro, entrerò nella via comune. Dalla quale
se, per ora, mi rifiuto non è per amore di avventura o di eccezione, né tanto
meno di facilità di vita e di successo (perché non ho mai avuti tanti grattacapi
come in quest'anno e quasi con ritrosia obbedisco allo stimolo interiore), ma
esclusivamente per un dovere che la coscienza mi impone. Anche la recente
accettazione del posto alla Cattolica (di cui mi permetterò venire presto a
parlarle) è unicamente in funzione di questo lavoro: in quanto che il Gonzaga -
almeno a parere dei suoi dirigenti - non mi permetteva di dedicarvisi, mentre
credo possa più agevolmente consentirmelo il nuovo posto.
Voglia perdonarmi eminenza questo sfogo confidenziale. È la sicurezza di essere
compreso che me l'ha suggerito».
Profondo conoscitore dell’animo di don Carlo, l’arcivescovo seppe attenderlo e
sostenerlo, per non ostacolare l’azione dello Spirito, che traspariva evidente
in quel procedere “fuori dall’ordinario”. Del resto, don Gnocchi amava
intensamente la Chiesa e desiderava fermamente che la sognata attività
caritativa fosse un’“opera di Chiesa”. Lo scriveva espressamente in
diverse lettere: “Ella mi conosce e sa che io non voglio nulla per me stesso:
desidero soltanto servire la Chiesa”. Lo confidava ai suoi amici sacerdoti.
Gli stava stretto il ruolo di mero esecutore di direttive ecclesiastiche,
preferiva essere un ribelle per amore. Egli motivava sempre le sue scelte ai
superiori, a partire dall’imperativo supremo della carità e dal primato della
coscienza, illuminata dal Vangelo. Per questa autenticità umana-pastorale e per
la sua devozione filiale, un benedettino come il cardinale Schuster, figlio
dell’“ora et labora”, non poteva che comprenderlo.
L’arcivescovo di Milano sapeva, infatti, che l’irrequietezza di don Carlo era in
realtà il dono dello spirito di profezia che anima la Chiesa e la guida nella
complessa avventura umana, perciò aspettava prudentemente e accompagnava con
paterna sollecitudine le sue scelte di coscienza e di impegno sacerdotale,
convinto che la “cambiale firmata davanti a Dio”, da cappellano
volontario alpino, contratta nelle lande russe - vere università del dolore -
andasse “onorata”.
In don Gnocchi non si riscontrava mai nessun servilismo, né rispetto alle
autorità civili né a quelle ecclesiali. C’era invece una grande e coraggiosa
passione per tutto ciò che è umano e cristiano insieme. Per don Carlo, negli
scritti e nelle opere, non c’è nulla, infatti, di umano che non sia perciò
stesso cristiano; né nulla di cristiano che non sia intrinsecamente umano. I
termini sono analoghi in forza delle “legge dell’Incarnazione” che ci ha
mostrato, una volta per tutte, il divino nell’umano e l’umano nel divino, in un
binomio inscindibile che fa della vicenda umana una storia di salvezza.
Questa straordinaria e caleidoscopica figura di prete ambrosiano, impregnato di
spiritualità vestita di concretezza, è ben evidenziata da ciò che autorevoli
personalità della Chiesa, in diverse occasioni, hanno scritto di lui. Ora, da
beato, torna a casa sua, nella sua amata diocesi ambrosiana, tra i suoi
confratelli nel sacerdozio, non solo per essere uno di loro, ma “per” loro. Don
Gnocchi è soprattutto per il clero ambrosiano esempio di quell’operosa
irrequietezza contemplativa a servizio del bene in un mondo profondamente
inquieto, eppur desideroso di scoprire il volto di Dio, attraverso la dolcezza
rassicurante di un abbraccio di carità e una carezza di pietà.
La sua beatificazione è un credibile biglietto da visita per testimoniare nella
pastorale odierna una Chiesa che nasce dalla carità, che si nutre della carità e
vive per la carità.
Mons. Angelo Bazzari
Presidente Fondazione Don Carlo Gnocchi
[Milano, 30 giugno 2009]
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