“DON CARLO GNOCCHI. NEL RICORDO DI
GIULIO ANDREOTTI”
(San Paolo, Milano 2009)
Grande amico di don Carlo Gnocchi, il senatore Giulio Andreotti ha continuato a
seguire da vicino e a sostenere, anche concretamente, negli anni, l’attività e
l’espandersi della Fondazione Don Gnocchi. Ha partecipato a parecchie
manifestazioni e iniziative nei vari Centri in tutta Italia: da ricordare, tra
le più recenti, le due solenni commemorazioni in occasione del centenario della
nascita (2002) a Milano e a Parma e, nel 2008, ancora a Milano, l’intervento di
chiusura al convegno sulle attività di solidarietà internazionale della “Don
Gnocchi” dal titolo “Accanto alla vita. Nel mondo”.
In occasione della beatificazione, la casa editrice San Paolo pubblica un testo
inedito, dal titolo “Don Carlo Gnocchi. Nel ricordo di Giulio Andreotti” (da cui
è tratto il testo di queste pagine), è stato distribuito insieme al doppio dvd
del film per la tv “Don Gnocchi. L’Angelo dei bimbi” andata in onda nel novembre
del 2004 in prima serata su Canale 5 con grande successo di pubblico. La
fiction, per la regia di Cinzia Th Torrini, vede Daniele Liotti nel ruolo di don
Carlo. Tra gli attori, Giulio Pampiglione, Francesco Martini, Pietro Taricone,
Alexandra Dinu, Ugo Pagliai, Ralph Palka, Mattia Sbragia, Giuseppe Sulfaro.
Libro e dvd sono stati proposti come supplementi del mensile Jesus (ottobre) e
del settimanale Famiglia Cristiana (numero in edicola il 22 ottobre 2009), in
vendita al prezzo complessivo di 12,90 euro.
Pubblichiamo di seguito uno stralcio del
libro su don Gnocchi del senatore Giulio Andreotti:
Molto è stato scritto sulla vita e sulla morte di don Gnocchi. Posso solo
aggiungere, da parte mia, qualche ricordo personale. Ero rimasto impressionato,
partecipando a un raduno nazionale degli alpini, nel vedere la popolarità di cui
godeva un cappellano reduce dal fronte russo. Era veramente al centro
dell’attenzione di tutti i convenuti, sovvertendo ogni riguardo gerarchico o
politico (generali o ministri presenti). Fui ben lieto, pertanto, di riceverlo
al Viminale su suggerimento dell’amico fucino don Andrea Ghetti, autorevolmente
integrato da una telefonata di monsignor Montini. Mi colpì l’esordio: «Sia
chiaro che non vengo a chiedere, ma ad offrire la mia disponibilità». E venne
subito al dunque.
La tremenda novità della seconda guerra mondiale – i bombardamenti sulle città –
aveva colpito migliaia di bambini; e lo Stato, nelle sue strutture, non era
minimamente attrezzato per venire incontro alle famiglie. L’Opera Invalidi aveva
tanti meriti storici, ma non si era accorta per tempo di questa nuova leva di
mutilati. Personalmente don Carlo aveva dato vita alla Federazione Pro Infanzia
Mutilata, ma le dimensioni del tragico e impellente fenomeno richiedevano ben
altre dimensioni di assistenza.
Senza malizia, ma con fermezza, disse che, tutti presi dalla ricostruzione, non
avevamo portato l’attenzione dovuta alla costruzione di nuove strutture per i
nuovi problemi sui quali – qui sorrise e calcò la voce – mancando i precedenti
noi eravamo impreparati e pigri. Parlò della terrificante novità di questa
ignorata legione dovuta non solo ai bombardamenti delle città e delle campagne,
ma alle mine sotterrate un po’ dovunque che continuavano ad esplodere seminando
morti e feriti. Come sacerdote e come italiano era lieto che si stesse dando
tanto rilievo alla ricostruzione di Montecassino, ma uno solo dei suoi ragazzi
mutilati valeva quanto dieci abbazie.
Parlava, spero di rendere bene il concetto, con severa dolcezza. Come mai non ce
ne eravamo fatti un carico prioritario? Doveva essere proprio un “povero prete
milanese” a svegliarci? Ci lasciammo con l’intesa di rivederci presto: lui con
proposte precise e io con il proposito di non essere ingabbiato dal
burocratismo…
Avevo assicurato comunque di riferire subito al presidente De Gasperi; e lo feci
all’indomani, accendendo in lui una comprensione decisa, che portò poco dopo
all’incarico a don Carlo di consulente della presidenza del Consiglio per questo
problema così angosciante. Una decisione unica, per quel che ricordo.
A caldeggiare la causa di don Gnocchi presso il presidente era stato anche
l’onorevole Luigi Meda, figlio del deputato Filippo Meda, che come avvocato
aveva difeso De Gasperi in Corte d’Appello negli anni della persecuzione,
facendogli ridurre la pena. Gigi Meda parlava con commosso entusiasmo
dell’iniziativa per i mutilatini; e sua figlia fu dall’inizio una valida
collaboratrice di don Carlo.
E per di più era un sacerdote!
L’incarico a don Gnocchi, però, non fu accettato pacificamente dalle strutture
pubbliche, in particolare dall’Opera Nazionale Invalidi di Guerra, che pur si
trovava a dover fronteggiare un carico assistenziale molto forte e avrebbe
dovuto essere lieta di un supporto disinteressato e prestigioso. Per di più don
Gnocchi non solo aveva titoli combattentistici più che rilevanti, ma già il
prefetto di Como gli aveva assegnato la direzione dell’Istituto Grandi Invalidi
di Arosio. Una specie di sovrintendenza generale che disturbava gli addetti ai
lavori. E per di più era un prete!
Mai del tutto superato, l’anticlericalismo risorgimentale uscì allo scoperto e
cercò di bloccarne l’azione. Sono pagine molto deludenti di un’Italia che
avrebbe dovuto augurarsi che altri don Gnocchi emergessero per fronteggiare
situazioni tanto drammatiche. Strana contraddizione. Molti di coloro che
invocavano privatizzazioni ad oltranza, polemizzando con l’invadenza statale del
ventennio fascista, in questo caso rivendicavano la… privativa pubblica!
Che don Carlo, per la realizzazione del suo disegno di assistenza e di
riadattamento dei piccoli mutilati si appoggiasse o almeno si coordinasse con
una congregazione religiosa era naturale e necessario: scelse quella degli
orionini, che aveva già dimostrato sensibilità in proposito. Non c’è da
meravigliarsi se l’integrazione fu difficile e non durò a lungo. Anche perché il
referente, don Piccinini, era personaggio esuberantemente difficile. Io stesso
dovetti constatarlo. Non potendo dar corso immediato a una sua richiesta per il
Foro Italico, mi trovai invaso il cortile di casa da una banda musicale dei suoi
ragazzi, con un chiasso assordante che da quel momento rese complicati i miei
rapporti con i coinquilini.
Operativa fu invece la collaborazione di don Carlo con i Fratelli delle Scuole
Cristiane, vecchia conoscenza del Gonzaga.
La convinzione di don Carlo che una sottolineatura pubblica del problema
specifico su cui ci aveva “svegliato” avrebbe suscitato anche nuovi consensi
privati oltre quelli già operanti si dimostrò esatta. Nell’Albo d’oro – in
verità mai scritto formalmente – emergono casate lombarde di peso, per censo,
come Falck e Borletti, o per notorietà internazionale, come Wally, la figlia del
grande Arturo Toscanini.
L’Angelo dei… bigami
Per propagandare il bene occorre anche fantasia. E don Carlo andò oltre
l’immaginabile con un’idea fantastica. Quando mi parlò del volo transoceanico
affidato a un piccolo aereo a biposto, mi parve una stravaganza, poco
realizzabile. Ma non conoscevo abbastanza don Gnocchi. Il volo in Argentina di
Leonardo Bonzi e di Maner Lualdi, con scalo a Dakar, Rio de Janeiro e Porto
Natal, richiamò davvero l’auspicata attenzione. I risultati finanziari non
furono gran cosa, ma il messaggio arrivò dovunque; anche come elemento di
riflessione sull’orrore per la guerra senza fronti di combattimento.
L’Angelo dei bimbi, così fu chiamato il volo, divenne ironicamente l’Angelo dei
bigami. Ma anche l’ironia giova, se dilata gli ambiti di pubblicità di
un’iniziativa giusta.
Attorno alle iniziative per i mutilatini si era presto creata un’affettuosa
attenzione e don Carlo si prodigava per farla ampliare e concretizzare. I punti
di riferimento più sensibili erano gli alpini, specie i reduci che l’avevano
conosciuto sul campo.
Il ministero dei cappellani militari non è stato mai facile. Si tratta di
portare la Parola di Dio e di attrarre persone le più diverse: sia per
classificazione gerarchica, sia per temperamenti umani e disposizioni religiose.
Qualche volta, per stimolare la confidenza, alcuni cappellani si mimetizzavano;
e non di rado suscitavano l’effetto opposto.
In guerra i problemi sono i più complessi. Occorre che tutti sentano il
cappellano come uno di loro nelle ansie, nei pericoli, nelle speranze, nel
pensiero costante delle famiglie lontane. Quando poi la battaglia infuria, le
sorti sono negative, avvengono ripiegamenti confusi e avvilenti: il sacerdote è
prezioso, prima di tutto condividendo in prima linea rischi e fatica. Sotto
questo aspetto don Carlo fu spontaneamente perfetto. Lo era stato nei Balcani,
ma ancor più nella tragica spedizione in Russia.
Riassuntiva può essere questa testimonianza di uno dei reduci (Angelo Fava): «Durante
i bombardamenti lo vidi più volte accanto ai morenti, mentre infuriava il fuoco
delle batterie; poi si alzava da uno e subito passava a un altro, incurante del
pericolo e del freddo».
Se qualcuno dei collaboratori si lasciava sfuggire l’apprensione per il “dopo”,
cioè quando lui fosse morto, lo rassicurava sorridendo. La Provvidenza avrebbe
trovato di sicuro altri strumenti. Non immaginavano certamente che il “dopo”
sarebbe venuto così presto.
Si preoccupava anche di infondere fiducia nei bambini, specie di quelli per i
quali non vi era speranza di normalizzazione. Non voleva che ascoltassero parole
di commiserazione. L’aggettivo di poveri bambini era estraneo al suo
vocabolario, anzi rimproverava chi l’usava. Gli ospiti della sua baracca non
erano povere creature.
La denominazione “Pro Infanzia Mutilata” era emblematica e le bombe disseminate
in molte regioni, che costituivano un perfido agguato (non solo, ma specialmente
per i bambini) lasciavano prevedere purtroppo che per non poco tempo la legione
delle piccole vittime si sarebbe accresciuta. Vi erano comunque per spontanea
connessione altri problemi sanitari per la gioventù che stavano emergendo, come
il flagello della poliomielite. Di qui l’idea di ampliare lo spazio operativo
dell’Opera, che divenne Fondazione Pro Juventute. La personalità giuridica della
Fondazione stessa (che alla morte di don Carlo assumerà anche il suo nome)
avvenne a mezzo di decreto del presidente della Repubblica Einaudi su proposta
del presidente del Consiglio De Gasperi, previo parere del Consiglio di Stato,
sotto la data dell’11 febbraio 1952. Tutto in termini straordinariamente
solleciti.
Libera circolazione sui treni
Gli scopi della Fondazione erano così fissati: ricovero nei propri Collegi
specializzati di minori lesionati fisici in genere, con precedenza a quelli
lesionati per causa di guerra e poi per paralisi infantile, al fine di attendere
alla loro rieducazione fisica, morale e sociale.
Vi erano resistenze negli apparati al ruolo affidato a don Gnocchi. Purtoppo vi
erano anche se, una volta a contatto con il personaggio e con i suoi assistiti,
molti resistenti e dubbiosi si ricredevano. Per chi non conosce l’ambiente può
sembrare poco rilevante, ma fu sintomatico l’apprezzamento governativo per la
Fondazione Pro Juventute concretato nella concessione della tessera di libera
circolazione sulle Ferrovie dello Stato non solo a don Carlo, ma anche ad alcuni
suoi collaboratori.
Non sempre alle istituzioni ministeriali, volte a sostenere il compito di
promozione e coordinamento affidato a don Gnocchi, facevano seguito procedure
esecutive conseguenti. Ho rinvenuto con rammarico tracce di “solleciti ai
solleciti” che attestano la resistenza degli apparati. Persino all’interno del
Viminale le pratiche, da un piano all’altro, si inceppavano. Tanto da richiedere
la sollecitazione da parte della contessa Wally Toscanini, divenuta formalmente
presidente del Comitato di sostegno della Fondazione. Di una stessa giornata (15
maggio 1948) sono due lettere di don Carlo a Wally perché sollecitasse dai
ministri il pagamento delle rette («…un istituto come il nostro che non ha
un centesimo di patrimonio si vede costretto a elemosinare giorno per giorno i
mezzi per non chiudere»).
E, a differenza di altre istituzioni, non vi erano certo esuberi di dipendenti e
carichi di spese generali non strettamente indispensabili. Crescevano invece le
esigenze obiettive. Non solo, come aveva previsto, le esplosioni di mine
durarono a lungo, ma purtroppo eventi nefasti erano presenti nella vita
ordinaria dei cittadini, comprese ondate di malattie specifiche, non sempre
fronteggiate tempestivamente.
Don Carlo fu tra i primi a sostenere la vaccinazione obbligatoria contro la
poliomielite, accettata con riluttanza dall’opinione pubblica italiana. E vide
nei mutilati da polio uno dei nuovi campi d’azione tempore pacis.
Da quel giorno mi volle più bene…
Per alcuni anni le visite a Roma di don Carlo furono frequenti. Io fissavo
l’appuntamento con lui come ultimo della sera, in modo da dedicargli più tempo.
Mi rasserenava – dopo giornate spesso convulse e distraesti – parlando anche
della sua infanzia difficile (da quando seppe che anche mia madre era rimasta
vedova con tre figli a carico sembrò volermi più bene), del seminario, del
cardinale Schuster, che noi fucini avevamo ingiustamente criticato per la sua
visita alla Scuola di Mistica fascista.
Un tema estraneo alla sua attenzione era la politica. Eppure erano gli anni di
un forte impegno per così dire difensivo della Chiesa verso le persecuzioni dei
sovietici e dei loro alleati. Non so come avesse votato il 18 aprile 1948 (né
essendo io candidato a Roma chiesi a lui di votarmi). Padre Gemelli gli aveva
chiesto – credo per rispondere a un’iniziativa vaticana – quale fosse stato,
nell’occasione, l’atteggiamento degli studenti della Cattolica, dove era
assistente spirituale insieme a monsignor Olgiati e padre Turoldo. Ignoro la
risposta.
Lo stesso padre Gemelli, che aveva già visto male il suo impegno ad Arosio,
quando si espanse la sua attività per i mutilatini lo licenziò. Esigeva il tempo
pieno. Don Carlo avrebbe preferito la via del sollecito di dimissioni e reagì
(«il modo ancor m’offende»), ma continuò ad avere per il rettore grande e devota
ammirazione.
Le visite a Roma, sempre molto brevi e piene di impegni, divennero a un certo
momento rare. Con accenti preoccupanti, i suoi collaboratori accennavano a
disturbi seri e ad un nuovissimo rallentamento nel lavoro. A Natale del 1955
ebbi i suoi auguri da Inverigo. Don Carlo che si riposava era una novità
assoluta. Ed in effetti poco dopo dovette farsi ricoverare e ricevette per tre
volte la visita dell’Arcivescovo amico Montini.
Il 27 febbraio, morente, affidò al professor Galeazzi un compito extra-legem:
appena spirato, avrebbe dovuto trapiantare le sue cornee per dare la vista a due
ragazzi ciechi. Il giorno dopo morì e, eludendo una obbligata vigilanza ostile
della polizia, il clinico potè obbedire a don Carlo. Così i ciechi Silvio
Colagrande e Amabile Battistello videro.
Quella folla enorme ai funerali
Andai a Milano. Il funerale dentro e fuori il Duomo (dove il 6 giugno 1925 don
Gnocchi era stato ordinato sacerdote) fu autenticamente trionfale. Folla enorme,
con gli alpini convenuti da tutte le province; molti avevano episodi personali
da raccontare su questo sacerdote coraggioso, amico vero negli anni di guerra.
Anche i bambini mutilati erano tanti, dando un’immagine emozionante di quella
che era stata la missione-capolavoro di don Carlo.
L’Arcivescovo Montini cedette il microfono a un mutilatino che suscitò in tutti
una profonda emozione dicendo: «Finora ti abbiamo chiamato don Carlo, ora
sarai san Carlo». Ho ripensato a questa profezia del piccolo mutilato
quando al funerale di Giovanni Paolo II dalla folla si è levato il grido “santo
subito”.
Tre giorni dopo la morte di don Carlo, Pio XII all’Angelus lo ricordò,
accennando commosso al dono dei suoi occhi. Fu un’autorevole spinta a superare
gli ostacoli, fino allora invincibili, per dar vita a una legge sui trapianti.
Qualche ostacolo lo avevano posto anche i teologi, ma fu superato da un lucido
intervento dell’attuale cardinale Fiorenzo Angelini, promotore della Commissione
Pontificia per la Pastorale Sanitaria.
Le spoglie di don Carlo riposano ora nel Centro “S. Maria Nascente” di Milano,
il centro pilota costruito secondo il suo disegno di anticipazione post-bellica.
È però tuttora disatteso un suo auspicio. Giuristi e organismi internazionali
non sono stati capaci di promuovere una schema umanitario così come avvenne dopo
la prima guerra con la Convenzione di Ginevra. Forse è aspirazione idealistica,
ma si dovrà un giorno raccoglierla.
Giulio Andreotti
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