PUBBLICATA DA MURSIA LA NUOVA EDIZIONE DI
“CRISTO CON GLI ALPINI” DI DON CARLO GNOCCHI
Per Natale 2008 è tornato in libreria, edito da Mursia, il dolente e
commovente “Cristo con gli alpini” (collana “Testimonianze fra cronaca e
storia. 1939-1945: seconda guerra mondiale”, Ugo Mursia editore, Milano 2008,
pp. 130, euro 14), diario spirituale di don Carlo Gnocchi (1902-1956),
cappellano della Julia sul fronte greco-albanese e poi della Tridentina nella
tragica campagna di Russia. Il libro esce con la prefazione di Armando Torno
(Milano, 1953), scrittore ed editorialista del Corriere della Sera e ricordi di
Mario Rigoni Stern e Peppino Prisco.
Pubblicato per la prima volta nel 1943, pochi mesi dopo il rientro in Italia dal
fronte, “Cristo con gli alpini” fu in assoluto il primo libro a raccontare
agli italiani le vicende degli alpini in Russia. Alla prima edizione del
1943, la cui diffusione fu resa difficile dall’ostracismo del regime fascista,
ne seguì un’altra nel 1946 che ebbe maggiore fortuna e che diventò presto un
testo fondamentale per coloro che avevano vissuto in prima persona la tragedia
della guerra.
«Lo riproponiamo oggi perché non solo è una testimonianza storica importante,
ma soprattutto è un atto di fede gettato nella follia della guerra, uno slancio
d’amore che replica ai colpi della violenza», scrive Armando Torno nella sua
prefazione.
Don Gnocchi inizia il suo racconto sulla tradotta militare che riporta in Italia
gli alpini italiani sopravvissuti a “undici combattimenti per aprire un varco
nell’accerchiamento nemico, ripiegando per settecento chilometri nella steppa
invernale”, in quella che il sacerdote chiama “la campagna del dolore”. La
narrazione di don Carlo, così lo chiamavano i suoi alpini tra i quali anche
Mario Rigoni Stern di cui nel libro è riportata in appendice una lettera al
cappellano, non segue un rigoroso percorso cronologico ma piuttosto ripercorre
una sorta di mappa del dolore: fatti, incontri, riflessioni ed emozioni degli
anni passati in guerra. La fede è l’infallibile bussola che consente al
cappellano di non perdere la speranza mentre attorno a lui i soldati vengono
straziati dalle pallottole, dalla fame e dal freddo, accomunati nella sofferenza
alle popolazioni civili su cui, altrettanto pietoso, si sofferma il suo sguardo.
Ci sono pagine di altissima forza letteraria come quelle in cui racconta la
straziante liturgia di guerra: in piedi su una slitta, in mezzo agli uomini
spaventati dall’improvviso attacco nemico, il prete alza il suo piccolo
crocifisso su cui si posano “cento sguardi fermi e intensi… e io non so come ne
reggesse il peso e l’audacia”, e momenti di riflessione sulla propria missione
di sacerdote impotente di fronte all’immensità della tragedia.
“Cristo con gli alpini” , riletto oggi, ha la forza di un manifesto
programmatico di quella che nel dopoguerra sarebbe diventata la missione di don
Carlo: assistere e aiutare i bambini mutilati dalla guerra. Ai piccoli mutilati
è infatti dedicato l’ultimo paragrafo di questo libro che si chiude con una
domanda rivolta al Bruno, un ragazzino che aveva perso entrambe le braccia per
lo scoppio di una bomba. «Come puoi fare senza manine?», si chiede don Gnocchi.
La risposta è in quello che ha costruito: la Fondazione che oggi porta il suo
nome in oltre cinquant’anni di attività ha assistito e assiste migliaia di
disabili. Ieri le piccole vittime della guerra, oggi pazienti di ogni età
affetti da patologie di tutti i tipi.
Riproporre “Cristo con gli alpini” significa conoscere un po’ più la guerra e la
Russia. Soprattutto queste pagine spiegano l’inizio di un miracolo.
Pubblichiamo la prefazione della nuova
edizione di “Cristo con gli alpini”
La Russia è immensa. Immensa significa, solo in questo caso, che non accetta
il nostro sguardo e la conoscenza che esso reca. La Russia si può guardare ma
non capire: non ha confini, non ha dimensioni a misura d’uomo, non conosce i
limiti. Si direbbe che la natura abbia voluto questa terra per mettere alla
prova i santi che cercavano di percorrerla o, più semplicemente, per mostrare ai
sensi un frammento di eternità. La Russia è madre perché in essa ti perdi
nell’abbraccio degli elementi. Ed è incomprensibile perché è impossibile
misurarla, catalogarla, ridurla in un catasto.
Gli eserciti non riescono a vincere la Russia. Entrano trionfanti, possono anche
illudersi come Napoleone di averla conquistata, ma poi si arrendono. I nostri
alpini se ne accorsero durante la Seconda guerra mondiale: erano gli elementi e
lo spazio l’armata imbattibile che li stava ostacolando. Uno di essi, un
cappellano dal cuore immenso ha scritto: «Chi non è mai stato in Russia, come
chi non è mai stato in alto mare, non sa cosa significhi la rotondità della
Terra e la pienezza completa di un emisfero celeste».
Si chiamava don Carlo Gnocchi. La frase è in questo libro che viene riproposto.
Cristo con gli alpini non è un’opera qualunque. Non è, insomma, un diario, un
resoconto, una cronaca, una confessione, ma è un atto di fede gettato nella
follia della guerra, un gesto di speranza dedicato a coloro che ormai non
ripetevano più questa parola, uno slancio d’amore che replica ai colpi della
violenza. Per questo don Carlo porta Cristo al fronte, o meglio lo conduce nella
disperazione degli accerchiamenti dove si consumavano le ultime forze. Prosa
semplice, piccoli esempi e un cuore immenso fanno di questo libro un documento
prezioso.
Le pagine dedicate a Giorgio, il bambino che ha perso tutto e poi muore, sono
più eloquenti di tutte le analisi degli storici. Leggendole si capisce perché
«tocca alla morte rivelare profonde e arcane somiglianze»; perché nei loro
corpicini senza vita era racchiusa la vera condanna della guerra, il prezzo «per
le colpe di tutti». Con un incedere commovente, don Carlo Gnocchi vedendo il
piccolo corpo di Giorgio lascia sulle pagine queste frasi piene di verità che
mancano ai trattati: «Quante volte l’avevo già incontrato nella mia vita di
guerra! Nella ferale teoria dei fanciulli in attesa degli avanzi del rancio o
randagi a cercarlo fra le immondizie; nei bambini febbricitanti e morenti sui
miserabili giacigli delle isbe russe o dei tuguri albanesi; nei cadaveri
stecchiti dei bimbi morti di fame o di pestilenza, sulle strade della Russia,
della Croazia o della Grecia». Giorgio era diventato uguale a tutte quelle
vittime innocenti travolte dalla guerra, che continuarono la loro agonia quando
le armi tacquero e gli eserciti si allontanarono.
Lo sguardo di don Carlo è dedicato ai suoi alpini, alla popolazione incontrata,
ma si carica di commozione con questi bambini. I soldati cercano di rompere
l’accerchiamento, le loro canzoni alleviano le immense solitudini di una
disperazione, ma i bambini mutilati non gli concedono pace. Il suo spirito e il
suo cuore ritornano in quella infelicità concreta dei loro corpicini mutilati.
Mezzo secolo prima, nella medesima terra che a un certo punto don Carlo chiama
per disperazione «lurida», uno scrittore tra i più grandi, Fedor Dostoevskij,
chiese direttamente a Dio: «Signore, perché i bambini muoiono?». Non ebbe
risposta. Rifece la domanda, più volte. Don Carlo ritraduce il quesito con il
piccolo Bruno. Si chiede, gli chiede: «Ora, piccolo Bruno, come farai?». E due
righe più avanti: «Come potrai fare senza manine?».
Il libro si chiude con questa domanda che, anche in tal caso, non è seguita da
una risposta. Tuttavia noi la conosciamo: è il resto della vita di don Carlo a
fornircela. Insomma, tornato dalla Russia, accomiatatosi dai suoi alpini, diede
vita a quell’opera che continua ancora oggi sorretta dal miracolo del suo amore.
Dedicò se stesso ai mutilatini e ai piccoli invalidi di guerra, fondando per
essi una vastissima rete di collegi. All’infanzia derelitta e minorata rispose
agendo, facendo, cercando di alleviarne i problemi. Per molti aspetti la sua
vita spiega quelle domande che si pose al tempo di guerra. Come dire: partì con
gli alpini, riuscì a fare il sacerdote in Russia, conobbe gli orrori dei
massacri, si pose domande alle quali non c’erano risposte e poi mise tutto nelle
mani di Cristo.
Noi crediamo che le soluzioni ai grandi quesiti debbano osservare le leggi della
logica. Ma questo vale nei manuali o per gli esercizi; in realtà le risposte non
seguono - quando riguardano le massime questioni - nessuna regola. Nelle
scienze, di solito, occorrono delle scoperte per soddisfarle; nella sofferenza e
nel dolore esse sono, quasi sempre, recate dalla fede. Don Carlo portò Cristo
con gli alpini e tornò aiutando i bambini colpiti. Dostoevskij si era chiesto
perché coloro che non hanno peccati debbano sentire il dolore e il male, e un
cappellano militare mezzo secolo e qualche anno dopo rispose costruendo qualcosa
per aiutare chi soffriva. C’è da smarrirsi, ma non esiste un’altra spiegazione
possibile.
Riproporre Cristo con gli alpini significa conoscere un po’ di più la guerra e
la Russia, soprattutto queste pagine spiegano l’inizio di un miracolo. Ha
scritto don Carlo, tra l’altro: «Ogni opera dell’uomo naufraga silenziosamente
in questa uguaglianza monotona e sterminata». Di chi stava parlando? Certo,
della Russia, ma forse anche di lui stesso. Nella ritirata, dove i soldati erano
«mucchi di stracci che si trascinavano», «larve inebetite dal freddo e dalla
fame», quegli spazi infiniti hanno acceso in un cappellano un’idea d’amore. Non
è il caso di spiegare ulteriormente perché, come sempre, essa si vede ma non si
dimostra, si tocca ma non si afferra.
Armando Torno
Clicca sulla stampante se vuoi stampare questo documento