25 gennaio 2011
Messaggio del Santo Padre, Benedetto XVI, per la XIX “Giornata Mondiale
del Malato” (11 febbraio 2011)
Papa Benedetto XVI
Le prossime ricorrenze della “Giornata Nazionale per la Vita” (6 febbraio 2011)
e della “Giornata Mondiale del Malato” (11 febbraio 2011) sono momenti
privilegiati di riflessione raccomandati dall’Ufficio CEI per la Pastorale della
Sanità, allo scopo di favorire un recupero di consapevolezza sul valore del
vivere umano, specialmente in condizioni di fragilità e di sofferenza. Tali
ricorrenze non possono pertanto passare inosservate nei luoghi di cura e di
assistenza della Fondazione Don Gnocchi, che viene considerata a tutti gli
effetti una componente ecclesiale. “Educare alla vita” come sfida e profezia per
la Pastorale della Salute è il tema scelto per il triennio 2010-2013 dal
predetto Ufficio, che ha messo a disposizione degli Uffici Diocesani per la
Pastorale della Sanità materiale divulgativo per guidare celebrazioni, momenti
di preghiera, incontri e riflessioni. A tale proposito, proprio per stimolare al
meglio le opportune riflessioni sull’argomento, pubblichiamo di seguito il testo
integrale del Messaggio del Santo Padre, Benedetto XVI per la XIX “Giornata
Mondiale del Malato”.
Monsignor Angelo Bazzari
Presidente della Fondazione Don Gnocchi
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
PER LA XIX GIORNATA MONDIALE DEL MALATO
“Dalle sue piaghe siete stati guariti” (1Pt 2,24)
Cari fratelli e sorelle!
Ogni anno, nella ricorrenza della memoria della Beata Vergine di Lourdes, che si
celebra l’11 febbraio, la Chiesa propone la Giornata Mondiale del Malato. Tale
circostanza, come ha voluto il venerabile Giovanni Paolo II, diventa occasione
propizia per riflettere sul mistero della sofferenza e, soprattutto, per rendere
più sensibili le nostre comunità e la società civile verso i fratelli e le
sorelle malati. Se ogni uomo è nostro fratello, tanto più il debole, il
sofferente e il bisognoso di cura devono essere al centro della nostra
attenzione, perché nessuno di loro si senta dimenticato o emarginato; infatti
“la misura dell'umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la
sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una
società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire
mediante la compassione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata
anche interiormente è una società crudele e disumana” (Lett. enc. Spe salvi,
38). Le iniziative che saranno promosse nelle singole Diocesi in occasione di
questa Giornata, siano di stimolo a rendere sempre più efficace la cura verso i
sofferenti, nella prospettiva anche della celebrazione in modo solenne, che avrà
luogo, nel 2013, al Santuario mariano di Altötting, in Germania.
- Ho ancora nel cuore il momento in
cui, nel corso della visita pastorale a Torino, ho potuto sostare in
riflessione e preghiera davanti alla Sacra Sindone, davanti a quel volto
sofferente, che ci invita a meditare su Colui che ha portato su di sé la
passione dell'uomo di ogni tempo e di ogni luogo, anche le nostre
sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati. Quanti fedeli, nel corso
della storia, sono passati davanti a quel telo sepolcrale, che ha avvolto il
corpo di un uomo crocifisso, che in tutto corrisponde a ciò che i Vangeli ci
trasmettono sulla passione e morte di Gesù! Contemplarlo è un invito a
riflettere su quanto scrive san Pietro: “dalle sue piaghe siete stati
guariti” (1Pt 2,24). Il Figlio di Dio ha sofferto, è morto, ma è risorto, e
proprio per questo quelle piaghe diventano il segno della nostra redenzione,
del perdono e della riconciliazione con il Padre; diventano, però, anche un
banco di prova per la fede dei discepoli e per la nostra fede: ogni volta
che il Signore parla della sua passione e morte, essi non comprendono,
rifiutano, si oppongono. Per loro, come per noi, la sofferenza rimane sempre
carica di mistero, difficile da accettare e da portare. I due discepoli di
Emmaus camminano tristi per gli avvenimenti accaduti in quei giorni a
Gerusalemme, e solo quando il Risorto percorre la strada con loro, si aprono
ad una visione nuova (cfr Lc 24,13-31). Anche l’apostolo Tommaso mostra la
fatica di credere alla via della passione redentrice: “Se non vedo nelle sue
mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non
metto la mia mano nel suo fianco, io non credo” (Gv 20,25). Ma di fronte a
Cristo che mostra le sue piaghe, la sua risposta si trasforma in una
commovente professione di fede: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20,28). Ciò che
prima era un ostacolo insormontabile, perché segno dell'apparente fallimento
di Gesù, diventa, nell'incontro con il Risorto, la prova di un amore
vittorioso: “Solo un Dio che ci ama fino a prendere su di sé le nostre
ferite e il nostro dolore, soprattutto quello innocente, è degno di fede”
(Messaggio Urbi et Orbi, Pasqua 2007).
- Cari ammalati e sofferenti, è
proprio attraverso le piaghe del Cristo che noi possiamo vedere, con occhi
di speranza, tutti i mali che affliggono l'umanità. Risorgendo, il Signore
non ha tolto la sofferenza e il male dal mondo, ma li ha vinti alla radice.
Alla prepotenza del Male ha opposto l'onnipotenza del suo Amore. Ci ha
indicato, allora, che la via della pace e della gioia è l'Amore: “Come io ho
amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv 13,34). Cristo,
vincitore della morte, è vivo in mezzo a noi. E mentre con san Tommaso
diciamo anche noi: “Mio Signore e mio Dio!”, seguiamo il nostro Maestro
nella disponibilità a spendere la vita per i nostri fratelli (cfr 1 Gv
3,16), diventando messaggeri di una gioia che non teme il dolore, la gioia
della Risurrezione.
San Bernardo afferma: “Dio non può patire, ma può compatire”. Dio, la Verità
e l'Amore in persona, ha voluto soffrire per noi e con noi; si è fatto uomo
per poter com-patire con l'uomo, in modo reale, in carne e sangue. In ogni
sofferenza umana, allora, è entrato Uno che condivide la sofferenza e la
sopportazione; in ogni sofferenza si diffonde la con-solatio, la
consolazione dell'amore partecipe di Dio per far sorgere la stella della
speranza (cfr Lett. enc. Spe salvi, 39).
A voi, cari fratelli e sorelle, ripeto questo messaggio, perché ne siate
testimoni attraverso la vostra sofferenza, la vostra vita e la vostra fede.
- Guardando all’appuntamento di
Madrid, nel prossimo agosto 2011, per la Giornata Mondiale della Gioventù,
vorrei rivolgere anche un particolare pensiero ai giovani, specialmente a
coloro che vivono l’esperienza della malattia. Spesso la Passione, la Croce
di Gesù fanno paura, perché sembrano essere la negazione della vita. In
realtà, è esattamente il contrario! La Croce è il “sì” di Dio all'uomo,
l’espressione più alta e più intensa del suo amore e la sorgente da cui
sgorga la vita eterna. Dal cuore trafitto di Gesù è sgorgata questa vita
divina. Solo Lui è capace di liberare il mondo dal male e di far crescere il
suo Regno di giustizia, di pace e di amore al quale tutti aspiriamo (cfr
Messaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù 2011, 3). Cari giovani,
imparate a “vedere” e a “incontrare” Gesù nell'Eucaristia, dove è presente
in modo reale per noi, fino a farsi cibo per il cammino, ma sappiatelo
riconoscere e servire anche nei poveri, nei malati, nei fratelli sofferenti
e in difficoltà, che hanno bisogno del vostro aiuto (cfr ibid., 4). A tutti
voi giovani, malati e sani, ripeto l'invito a creare ponti di amore e
solidarietà, perché nessuno si senta solo, ma vicino a Dio e parte della
grande famiglia dei suoi figli (cfr Udienza generale, 15 novembre 2006).
- Contemplando le piaghe di Gesù il
nostro sguardo si rivolge al suo Cuore sacratissimo, in cui si manifesta in
sommo grado l'amore di Dio. Il Sacro Cuore è Cristo crocifisso, con il
costato aperto dalla lancia dal quale scaturiscono sangue ed acqua (cfr Gv
19,34), “simbolo dei sacramenti della Chiesa, perché tutti gli uomini,
attirati al Cuore del Salvatore, attingano con gioia alla fonte perenne
della salvezza” (Messale Romano, Prefazio della Solennità del Sacratissimo
Cuore di Gesù). Specialmente voi, cari malati, sentite la vicinanza di
questo Cuore carico di amore e attingete con fede e con gioia a tale fonte,
pregando: “Acqua del costato di Cristo, lavami. Passione di Cristo,
fortificami. Oh buon Gesù, esaudiscimi. Nelle tue piaghe, nascondimi”
(Preghiera di S. Ignazio di Loyola).
- Al termine di questo mio Messaggio
per la prossima Giornata Mondiale del Malato, desidero esprimere il mio
affetto a tutti e a ciascuno, sentendomi partecipe delle sofferenze e delle
speranze che vivete quotidianamente in unione a Cristo crocifisso e risorto,
perché vi doni la pace e la guarigione del cuore. Insieme a Lui vegli
accanto a voi la Vergine Maria, che invochiamo con fiducia Salute degli
infermi e Consolatrice dei sofferenti. Ai piedi della Croce si realizza per
lei la profezia di Simeone: il suo cuore di Madre è trafitto (cfr Lc 2,35).
Dall'abisso del suo dolore, partecipazione a quello del Figlio, Maria è resa
capace di accogliere la nuova missione: diventare la Madre di Cristo nelle
sue membra. Nell’ora della Croce, Gesù le presenta ciascuno dei suoi
discepoli dicendole: “Ecco tuo figlio” (cfr Gv 19,26-27). La compassione
materna verso il Figlio, diventa compassione materna verso ciascuno di noi
nelle nostre quotidiane sofferenze (cfr Omelia a Lourdes, 15 settembre
2008).
Cari fratelli e sorelle, in questa
Giornata Mondiale del malato, invito anche le Autorità affinché investano sempre
più energie in strutture sanitarie che siano di aiuto e di sostegno ai
sofferenti, soprattutto i più poveri e bisognosi, e, rivolgendo il mio pensiero
a tutte le Diocesi, invio un affettuoso saluto ai Vescovi, ai sacerdoti, alle
persone consacrate, ai seminaristi, agli operatori sanitari, ai volontari e a
tutti coloro che si dedicano con amore a curare e alleviare le piaghe di ogni
fratello o sorella ammalati, negli ospedali o Case di Cura, nelle famiglie: nei
volti dei malati sappiate vedere sempre il Volto dei volti: quello di Cristo.
A tutti assicuro il mio ricordo nella preghiera, mentre imparto a ciascuno una
speciale Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 21 Novembre 2010, Festa di Cristo Re dell'Universo.
BENEDICTUS PP. XVI
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