Omelia per il centenario della nascita di don Carlo Gnocchi, pronunciata durante la Santa messa solenne di commemorazione nel Duomo di Milano
Card. Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano 

Carissimi,
abbiamo da poco ascoltato la parola dell'apostolo Paolo, che nella lettera ai cristiani di Corinto confida un particolare della sua vita, un particolare strano e di difficile interpretazione, ma di grande significato e richiamo per noi. Ci parla di una "spina" che è stata messa nella sua carne: un qualcosa, dunque, che sottopone Paolo a dura prova, che lo fa soffrire. Quasi un simbolo delle diverse prove e sofferenze che hanno attraversato la sua vita e il suo ministero apostolico. Paolo chiede di essere liberato. Ma ecco la voce del Signore che gli risponde: "Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza" (2 Corinzi 12, 9).

A sua volta il brano di Vangelo ci presenta Gesù nel momento della sua agonia nell'orto degli Ulivi e ci fa riascoltare la sua accorata implorazione rivolta a Dio: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà" (Luca 22, 42). Ma alla sofferenza liberamente accolta segue il dispiegarsi del conforto che viene dall'alto: "Gli apparve allora - scrive Luca - un angelo dal cielo a confortarlo" (Luca 22, 43).

Ecco, siamo così messi di fronte all'esperienza dolorosa di Paolo e del Signore Gesù: un'esperienza paradigmatica, che si riflette nella vita di tutti gli uomini, e che dunque si ritrova anche nella nostra vita. E' l'esperienza del dolore, da cui vogliamo ad ogni costo liberarci. E nello stesso tempo è l'esperienza che un significato nuovo può raggiungere ed arricchire il dolore dell'uomo allorquando in esso vi entrano il soffrire stesso di Gesù, il disegno misterioso ma sempre amoroso del Padre, la potenza della grazia di Dio, il dono della consolazione divina.

Ora un interessante commento a questi testi biblici ci può venire dalla vita e dalla spiritualità di don Carlo Gnocchi, che oggi vogliamo ricordare nel centenario della sua nascita (San Colombano al Lambro, 25 ottobre 1902). Infatti, rivisitando alcuni momenti della sua vita e alcuni tratti della sua spiritualità ci è dato di conoscere meglio e di vivere con più serenità e coraggio l'esperienza universale del dolore umano. 

Un prete che credeva nell'uomo

In realtà, l'infanzia del piccolo Carlo fu subito segnata dall'esperienza del dolore: il padre Enrico morì quando egli aveva poco più di due anni; a cinque perse il fratello appena maggiore di lui, Mario, e a dodici anni l'altro fratello, il primogenito Andrea, entrambi vinti dalla tubercolosi. Rimase solo con la mamma Clementina, una donna di grande fede, che lo crebbe in quella povertà dignitosa, ma sempre autentica, che solo i cuori nobili sanno affrontare e sopportare. 

Nel 1915, mentre la prima guerra mondiale travolgeva anche l'Italia, Carlo fece il suo ingresso nel Seminario di San Pietro in Seveso, per frequentare la terza classe ginnasiale. Qui la sua formazione coincise con un'attenta educazione al sociale, che fece crescere in lui una spiccata sensibilità ai bisogni del prossimo e una grande disponibilità all'accoglienza degli ultimi e dei più sofferenti, preparandolo così a diventare un padre autentico, dal cuore grande, immenso e colmo d'amore. Si sviluppava in quegli anni, dopo quelli difficili della fanciullezza vissuti sulle ginocchia della madre, l'avventura straordinaria dell'uomo e del prete, che oggi ricordiamo con affetto e venerazione, coltivando la speranza di poterlo presto invocare come santo, come un nuovo santo ambrosiano, inserito in quel sentiero di santità tracciato nel secolo scorso dalle grandi figure di due arcivescovi milanesi: il beato cardinale Andrea Carlo Ferrari e il beato cardinale Alfredo Ildefonso Schuster.

Ora è proprio nel contesto quotidiano delle difficoltà e delle prove che si è venuta forgiando la personalità umana, cristiana e sacerdotale di don Carlo Gnocchi, un prete che credeva nell'uomo e in particolare nei giovani del suo tempo così agitato; che tutti voleva richiamare al valore "santo" del dolore, soprattutto di quello innocente dei bambini; che si affidava al Signore Gesù come alla sua roccia incrollabile, al centro vivo e indiscusso di tutta la sua vita e di tutto il suo apostolato.

Penso che la particolare sensibilità di fronte alla sofferenza abbia aiutato don Carlo Gnocchi a nutrire una stima grande per l'uomo e per la sua incommensurabile dignità, e quindi a riporre nell'uomo un'immediata e convinta fiducia. Sì, don Carlo ha sempre creduto e avuto sempre fiducia nell'uomo, in questo "capolavoro di Dio" come lo definiva sant'Ambrogio esaltandolo come "il culmine dell'universo e la suprema bellezza di tutto il creato" (Esamerone). E questo valeva, in modo specifico, per i ragazzi e per i giovani, come dimostrato dal suo impegno come coadiutore negli oratori di Cernusco sul Naviglio e di San Pietro in Sala e come direttore spirituale dei giovani dell'Istituto Gonzaga di Milano.

Rileggiamo una pagina quanto mai significativa d'un suo libro, ancora oggi attuale, L'educazione del cuore, nella quale raccomandava ai genitori ed agli educatori di non avere paura dei ragazzi e dei giovani. Diceva loro e ripete pure oggi a noi:

"Com'è tetra l'aria di certi ambienti educativi! Non vi risuonano che allarmi, non brillano nel buio che occhi di semafori rossi. "Guardatevi, figlioli, il mondo è corrotto, non c'è più onestà, non c'è più purezza. Dove andremo a finire? Guai a noi!". Nulla è più deprimente sull'animo giovanile di queste apocalissi. anche perché nulla è più falso. Bisogna spalancare le finestre dell'anima al più solare ottimismo. [...] Bisogna far sentire ai giovani che i buoni non sono pochi, che la virtù esiste ancora, anche se nascosta ? anzi appunto perché nascosta ? bisogna dar loro il senso corroborante della solidarietà nel bene. [...] Fate che i giovani credano nel bene; [...] in quello vivente e operante nel mondo. Anche nel mondo moderno. Perché, dopo tutto, questa è la verità. Chi di noi può essere pessimista? Bisognerebbe non avere occhi e non conoscere la storia intima di mille anime giovanili, che è storia di eroismi non indegni della prima generazione cristiana. [...] La lotta aperta contro la verità e contro la Chiesa rende possibili splendori dimenticati di vita cristiana, il male organizzato sollecita l'organizzazione anche del bene e la persecuzione rende possibili i martiri".

Credo che dobbiamo fare tesoro di questo ottimismo luminoso come il sole, poiché è lo stesso che ci viene proposto e richiesto dal Papa, per essere pronti a testimoniare il Vangelo di Cristo in questo nuovo millennio. Le parole di don Carlo, infatti, ricordano quelle del Santo Padre nella sua lettera Novo millennio ineunte:

"Andiamo avanti con speranza! Un nuovo millennio si apre davanti alla Chiesa come oceano vasto in cui avventurarsi, contando sull'aiuto di Cristo. Il Figlio di Dio, che si è incarnato duemila anni or sono per amore dell'uomo, compie anche oggi la sua opera: dobbiamo avere occhi penetranti per vederla, e soprattutto un cuore grande per diventarne noi stessi strumenti" (n. 58).

E don Carlo un "cuore grande" l'aveva. Per questo, credendo nell'uomo, credeva in un modo particolare nei giovani, ai quali in realtà ha voluto dedicare tutto se stesso. Non era facile, anche allora, essere giovani convinti, gioiosi e coerenti nella testimonianza cristiana. Eppure don Carlo amava la celebre frase di Paul Claudel: "I giovani sono fatti per l'eroismo e non per il piacere". Era fermamente convinto che "la gioventù deve volare per non strisciare" e che "bisogna battere al cuore dei giovani con fermo coraggio... solo così si ottiene". 
Per questo motivo li sollecitava insistentemente, li incoraggiava a percorrere i sentieri della preghiera e dell'apostolato, ritenendoli come le due colonne di ogni impresa educativa che non volesse essere effimera. Forse dovremmo tornare ad imparare da lui: chi ama, non teme di essere esigente. E chi ama i giovani e il futuro del mondo, non teme di chiedere loro il coraggio e l'audacia di diventare degli eroi e dei santi. A don Carlo, che ripeteva ai suoi giovani che "nulla è più santificante e salvifico della santità", sembra far eco l'indimenticabile grido del Papa a Tor Vergata durante il Giubileo dei Giovani: "Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!".

Ci doni il Signore di crederlo e di ripeterlo ai giovani di oggi e di domani.

Un prete che credeva nel valore "santo" del dolore 

L'amore per l'uomo e in particolare per i giovani ha spinto don Carlo ad accompagnare questi giovani sulle montagne fangose dell'Albania e della Grecia e nelle lande gelide della steppa russa, per custodirne le speranze, per raccoglierne le lacrime, per consolarne le ferite e per benedirne la morte. Egli ha saputo vedere il volto di Gesù proprio nel volto duro e sofferente, e spesso morente, dei suoi giovani alpini. E così nella stessa tragedia della guerra ha saputo ritrovare le vestigia del Dio che è con noi.

Oggi, più che in passato, la cultura dominante la nostra società considera il dolore come qualcosa di assolutamente insensato e fa di tutto per censurarlo, per negarlo. Non è forse questo il senso iniquo dell'eutanasia? Tentare di cancellare la presenza del dolore, eliminandone la misteriosa provocazione a riflettere sul senso e sul destino dell'uomo.
Don Carlo, cresciuto nel dolore della morte dei suoi cari, non ha mai fatto pace con la sofferenza degli innocenti. In Cristo con gli alpini scrisse, ripensando ad un bimbo morente: 

"Che ne sapeva lui, povero piccino dolce e sognante, delle nostre ambizioni di grandi, dei nostri stupidi sogni di potenza, degli interessi e delle cose politiche che ci mettono gli uni contro gli altri così accanitamente? Eppure per tutto questo egli ha sofferto ed è morto... Perché continuiamo ancora a dilaniarci, a contenderci avidamente i pochi metri di questa lurida terra? Pazienza pagassimo soltanto noi, ma invece sono questi piccini, questi innocenti che pagano per le colpe di tutti..."

La domanda terribile ritorna anche a noi oggi, che permettiamo la morte di troppi innocenti in tante regioni del mondo. Eppure don Carlo ci invita a sperare. Ci ricorda che vi è un valore salvifico e santificante nel dolore; che ciò che appare inutile e insensato poteva e può diventare assai utile, pieno di senso, veramente prezioso, perché alimenta la carità, cuore stesso di Dio. È quanto ci insegna in quel suo testamento spirituale che è il volumetto intitolato Pedagogia del dolore innocente, ove scrive:

"Nell'economia della redenzione cristiana, il dolore dell'uomo è complemento volutamente necessario del dolore e della morte redentrice di Cristo". E ancora: "Sanare il dolore non è soltanto un'opera di filantropia ma è un'opera che appartiene strettamente alla redenzione di Cristo. [...] La cura degli ammalati, le arti della medicina, la carità verso i sofferenti, la lotta contro tutte le cause dell'umana sofferenza sono una vera e continua redenzione materiale che fa parte della redenzione "totale" di Cristo e di essa ha tutto l'impegno e la dignità".

Il sogno di un'opera di Carità: la Fondazione

Davanti a quegli alpini morenti, accanto a quei ragazzi che a lui affidavano mogli e figli in quella tragica ritirata di Russia, don Carlo fece un voto, firmò una "cambiale". È l'origine della sua straordinaria "vocazione alla carità". Scrive infatti dal fronte: 

"Sogno dopo la guerra di potermi dedicare per sempre ad un'opera di Carità, quale che sia, o meglio quale Dio me la vorrà indicare. Desidero e prego dal Signore una sola cosa: servire per tutta la vita i suoi poveri. Ecco la mia 'carriera'. Purtroppo non so se di questa grande grazia sono degno; perché si tratta di un privilegio. Cerco di rendermene sempre meno indegno e prego ogni giorno Dio che mi scelga a questo ufficio. Allora avrei trovato la mia via definitiva".

Sarà la Provvidenza, nel dopoguerra, ad indicargli in quale specifica "vigna" avrebbe dovuto impegnare il resto della sua vita. Dopo il doloroso "pellegrinaggio" tra le valli alpine alla ricerca dei familiari dei suoi compagni caduti, e dopo l'attività clandestina per salvare vite umane dagli strascichi della guerra civile, ecco l'incontro, straziante, con il primo mutilatino, a lui affidato da una madre disperata perché impossibilitata a garantirgli un futuro. Si chiamava Paolo, e fu il primo di una "grande famiglia". 

Gli orfani, i mutilatini di guerra, i mulattini e poi i poliomielitici: in pochi anni l'Opera di don Carlo crebbe prodigiosamente. Diceva don Gnocchi: 

"Io vorrei recuperare e intensificare, attraverso il recupero, la vita che non c'è, ma che ci potrebbe essere. Vorrei che i nostri centri di accoglienza, da una parte fossero laboratori di ricerca e di applicazione scientifica dei metodi più validi per recuperare ed elevare la vita, da un'altra vorrei che diventassero scuole protese ad alimentare le potenzialità del mistero d'amore che c'è nel piano di Dio".

Fede e scienza, dunque, inscindibilmente alleate per alleviare il dolore umano e per dire che la vita è più forte delle diverse forme di morte che ci sono date o che ci procuriamo da noi stessi, che l'amore solo crea e sa tener aperto il futuro della storia umana. Ora quel sogno fatto al fronte è diventato una splendida realtà. La Fondazione che oggi porta il suo nome e che festeggia i cinquant'anni di attività è ormai un'opera di grandi dimensioni: nei suoi 21 Centri, dislocati in nove regioni italiane e in undici diocesi, essa affronta la sofferenza nelle tappe fondamentali della vita umana, le tappe della fragilità (l'infanzia, gli anziani, i moribondi,...), con programmi di riabilitazione e di cura che non si limitano ad intervenire sul corpo, ma si fanno strumenti per costruire la pace e testimoniare la resurrezione. 

Scienza, intraprendenza, intelligenza ed amore, al servizio dell'uomo, di tutto l'uomo e per tutta la vita dell'uomo, con gli occhi costantemente rivolti alla resurrezione, come per Gesù: questo era don Carlo e questa è la consegna lasciata agli amici, a tutti gli amici, con quel suo monito sussurrato in punto di morte: "Amis, ve racomandi la mia baracca...".

È la consegna che ci fa don Carlo e che voglio trasmettere a tutti voi qui presenti oggi da questo Duomo, dove si svolsero i funerali di don Gnocchi, privato persino delle sue cornee, perché il dono di sé continuasse profeticamente oltre la sua morte negli occhi di due ragazzi. Da qui potremo tornare alle nostre occupazioni quotidiane con nuovo entusiasmo, con quel "passo spedito nel ripercorrere le strade del mondo" che ci augura il Papa nella sua lettera Novo millennio ineunte (n. 58).

È un impegno che dobbiamo assumere tutti. 

Ed è allora ben giusto ringraziare qui l'Associazione Nazionale Alpini e l'Associazione Italiana Donatori Organi che presenteranno il prossimo mese le loro suppliche al Papa, per sollecitare la beatificazione di don Carlo. Esse testimoniano la devozione di centinaia di migliaia di persone per un prete, il quale per amore di Dio si consumò tutto nell'amore di fratelli, per essere - come lo ha definito il Papa - "seminatore di speranza".

Maria Santissima, la vergine alla quale don Carlo era particolarmente devoto avendole dedicato tutti i suoi Centri e avendole sempre affidato i suoi ragazzi, ci doni di essere anche noi "seminatori di speranza" con un rinnovato amore verso i fratelli bisognosi, soli e disagiati, malati e sofferenti.

Ci sia di stimolo nell'amore operoso verso questi fratelli quello che scrisse don Carlo, nel suo testamento: "Altri potrà servirli meglio ch'io non abbia saputo e potuto fare; nessun altro, forse, amarli più ch'io non abbia fatto".

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