Graziella Corsinovi – Don Carlo Gnocchi: linguaggio e profezia
Prefazione
Non curabat magnopere de verbis cum sensum haberet in tuto: così s.
Girolamo definiva lo stile dell’Apostolo Paolo, che “non si preoccupava più di
tanto delle parole, una volta messo al sicuro il significato”. Tuttavia, questa
che a prima vista può sembrare una legge del rapporto tra linguaggio e uomini
d’azione e di testimonianza patisce più di un’eccezione e paradossalmente
proprio Paolo ne è la conferma perché la sua è in realtà una lingua affascinante
e originale, modellata e modulata su un pensiero incandescente. Anche Graziella
Corsinovi in questo accurato e raffinato studio sul linguaggio di don Gnocchi
ricorre a una comparazione con l’Apostolo e scrive: “La parola di don Gnocchi è,
come quella di san Paolo, dotata di quel calore, di quel pathos, talvolta
enigmaticamente messianico, che punta diritto alla seduzione dell’amore di
Cristo e che da Cristo promana, pervadendo di sé tutta la realtà umana e
cosmica: poiché all’Amore non si può convincere (razionalmente) ma
soltanto sedurre (secum ducere, trascinare con sé)”.
L’intreccio tra stile e messaggio è, perciò, decisivo nello spettro testuale
molto ampio degli scritti di don Carlo che si distende in un arco cronologico
che parte dal manuale educativo Andate ed insegnate del 1934 e approda a
quel testamento estremo Pedagogia del dolore innocente apparso postumo
(1956). Il percorso esegetico che viene condotto dalla prof. Corsinovi in questo
piccolo mare di pagine ha, allora, come programma quello di “scoprire, anche
nella scrittura, il riflesso della sua grande anima”. E’ in questa prospettiva
che il vaglio non è di mera “semiotica”, ossia di indagine sulle strutture, le
funzioni, i vari livelli discorsivo-narrativi, bensì è anche e soprattutto di
“semantica”, cioè di offerta sistematica dei contenuti e del messaggio
specifico. Detto in termini immediati, l’indagine non si ferma solo alla forma,
pur significativa, ma procede sino alla sostanza tematica, nella ferma
convinzione che i due elementi, come si diceva, sono intimamente compatti e
coinvolti tra loro.
E’ per questo che non manca, da un lato, un’attenta investigazione degli stilemi
del linguaggio di don Gnocchi, delle anafore e delle associazioni binarie, delle
interrogazioni enfatiche, dei climax ascendenti, delle incidentali, delle
contrapposizioni, delle riprese, delle enumerazioni, delle frasi nominali ed
ellittiche e di tutte le altre risorse di una retorica che è piegata alla sua
funzione primaria di persuasione e di “seduzione”. Il suo dettato è molto spesso
la cristallizzazione di un annunzio tendenzialmente orale e vitale ed è per
questo che esso si muove sul crinale di un “intelligente equilibrio tra
semplicità colloquiale, brevità e amplificazione”. D’altro lato, però, questo
stile si anima e vive proprio perché è finalizzato al messaggio di cui è tramite
espressivo. Il saggio di Graziella Corsinovi si muove, così, incessantemente tra
verifica testuale e citazione, tra esame e ascolto, tra investigazione
letteraria e approfondimento tematico.
La sequenza analitica si sviluppa sulla successione storica dei testi. Si parte,
allora, dai manuali e dagli scritti brevi iniziali, meno sorvegliati dal punto
di vista stilistico, premuti come sono dalle urgenze delle questioni che
affrontano. E’ interessante, infatti, notare la gamma variegata dei soggetti
trattati. Tanto per esemplificare, accanto ad argomenti morali e pastorali più
naturali e persino scontati, sollecitati dal contesto storico-sociale, don
Gnocchi punta anche verso un tema di attualità come il cinema e, anticipando il
celebre Quarto potere di Orson Welles (1941), scrive che “il
cinematografo è il quinto potere”, definizione che curiosamente sarà il titolo
(ovviamente del tutto indipendente) di un altro film sulla televisione,
Quinto potere di Sidney Lumet (1976).
Il primo testo che rivela, invece, un progetto a più ampio respiro è
L’educazione del cuore del 1937, un’intensa riflessione sull’amore come filo
rosso che pervade e regge la formazione della persona, dall’infanzia fino alla
maturità. Scrive Corsinovi a proposito di questo saggio che nei suoi percorsi di
scrittura attinge ampiamente alla strumentazione retorica classica: “Dolce ed
energico, combattivo e polemico, concreto e spirituale, il linguaggio di don
Gnocchi, specchio della sua personalità, si serve dunque di tutti gli ambiti
linguistici espressivi (scientifico-medico-bellico-proverbiale-letterario-quotidiano-parlato)
piegando gli strumenti lessicali ai suoi scopi pedagogici e ai suoi intenti
comunicativi, con quella passione che vivifica ogni pagina”.
Il vertice è, però, raggiunto dai cinque capitoli del Cristo con gli alpini,
“la prova più riuscita sul piano della resa letteraria” . Su queste pagine
Corsinovi, pur non abbandonando il filtro oggettivo e asettico della disamina
linguistico-critica, rivela il suo personale coinvolgimento in un testo
fremente, vero e proprio prisma interpretativo dell’anima e della vocazione di
don Gnocchi. E’, quindi, suggestiva la verifica della “singolare qualità lirica”
di quest’opera, qualità “evidente soprattutto nelle clausole dove, nel rapporto
tra la successione sillabica e gli accenti tonici, si definisce un cullante
ritmo prosodico”. Ma è capitale l’accento posto su quella “straziante e
dolcissima” domanda finale destinata a suggellare il libro di don Carlo: il
piccolo Bruno non potrà mai giocare anche se la madrina gli ha donato un
giocattolo, perché “come puoi fare senza manine?…”.
E in questo interrogativo amaro e tenero al tempo stesso già si prefigura quella
Pedagogia del dolore innocente che costituisce non solo, come si diceva,
il testamento ma anche l’approdo di questo straordinario sacerdote e testimone
dell’amore cristiano. Prima, però, c’è un altro libro a cui l’autrice riserva un
ampio studio: è quella Restaurazione della persona umana (1946) che
costituisce il saggio più esteso, più articolato e complesso di don Gnocchi. E
anche il più colto: basterebbe solo raccogliere il “parterre” delle citazioni
per rimanere impressionati dal ventaglio multicolore delle letture che vi sono
sottese: da Shakespeare a Balzac, da Freud a Bergson, da Kierkegaard a Nietzsche,
da Pirandello a Gide, da Darwin a Dostoievskij, da Hegel a Marx e così via. Ma è
l’idea centrale a conquistare perché essa ben rispecchia anche la scelta del suo
ministero: nel cuore del suo impegno c’è, infatti, la persona umana che è “carne
animata e anima incarnata”, sintesi quindi di spirito e corpo, di divino e
umano, sul modello della stessa incarnazione di Cristo.
Ecco, dunque, la radice cristiana e umana della “profezia” di don Carlo Gnocchi
che non ha testimoniato la sua fede solo con le opere straordinarie che tutti
conosciamo ma anche con le parole, forse meno studiate e che ora questo bel
saggio di Graziella Corsinovi svela nella loro capacità di essere linguaggio e
anima, testo e fuoco, scritto e carne, proprio come accadeva ai profeti biblici,
per i quali - come proclamava Ezechiele - il libro è cibo: “Figlio dell’uomo,
nutrisci il ventre e riempi le viscere con questo rotolo che ti porgo! Io lo
mangiai e fu per la mia bocca dolce come il miele” (3, 3).
monsignor Gianfranco Ravasi