MONS. MARIANO CROCIATA, SEGRETARIO GENERALE DELLA CEI, HA PRESIEDUTO IL 27 FEBBRAIO LA SOLENNE CELEBRAZIONE IN MEMORIA DEL BEATO DON GNOCCHI NEL 54° ANNIVERSARIO DELLA MORTE

  

Si è tenuta al Centro “S. Maria Nascente” di Milano, lo scorso 27 febbraio, vigilia del 54esimo anniversario della morte del beato don Carlo Gnocchi (avvenuta a Milano, il 28 febbraio 1956), una SANTA MESSA SOLENNE PRESIEDUTA DA SUA ECCELLENZA MONS. MARIANO CROCIATA, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana. La funzione è stata concelebrata, tra gli altri, da monsignor Angelo Bazzari, presidente della Fondazione Don Gnocchi, e da monsignor Ennio Apeciti, responsabile dell’Ufficio per le Cause dei Santi della Diocesi di Milano.

Insieme a numerosi fedeli, hanno partecipato alla cerimonia anche delegazioni di tutti i Centri italiani della Fondazione, a cui è stata consegnata una preziosa reliquia del beato don Gnocchi, da insediare all’interno degli stessi Centri.

Alla giornata hanno partecipato anche numerosi appartenenti all’Associazione degli Ex Allievi di don Carlo Gnocchi, insieme a rappresentanze degli alpini e dell’Aido.

L’urna che conserva il corpo del beato don Carlo Gnocchi si trova nella cripta della cappella del Centro “S. Maria Nascente” della Fondazione Don Gnocchi, a Milano, in via Capecelatro 66. È visitabile tutti i giorni, dalle ore 9 alle 18.

Ecco qui di seguito il testo integrale dell’omelia pronunciata il 27 febbraio da monsignor Mariano Crociata:

In questo sabato di Quaresima della liturgia ambrosiana, si rinnova in noi l’esperienza della sorpresa di fronte alla singolare corrispondenza che contempliamo tra la parola di Dio e la vita dei santi. E, del resto, che cosa è la santità se non la ripresentazione vissuta dell’annuncio di salvezza che il Signore ci rivolge? E quale può essere la destinazione della parola potente di Dio se non diventare carne nell’esistenza di autentici credenti, a somiglianza del suo Verbo eterno che è diventato carne nell’uomo Gesù di Nazaret? La parola di Dio ha bisogno dell’eloquenza dei gesti, dei fatti, della vita, della storia per sprigionare tutto il suo significato. Una tale parola incarnata di Dio è stata la testimonianza cristiana e sacerdotale del beato don Carlo Gnocchi, di cui oggi celebriamo il cinquantaquattresimo anniversario della morte. In atteggiamento di fiducia e di speranza – che ci viene dalla coscienza di essere stati convocati dal Signore – ci ritroviamo oggi a celebrare l’Eucaristia per dare rinnovata espressione alla gratitudine che sale dal nostro cuore per la figura esemplare di questo sacerdote che oggi la Chiesa addita come modello e invita a cercare come compagno e intercessore nella preghiera.

In questo contesto eucaristico risuonano le parole della Scrittura: «voglio l’amore e non il sacrificio» (cf. Os 6,4-6), o, ancora, con il Vangelo (cf. Mt 12,1-8): «Misericordia io voglio e non sacrifici»; parole che parrebbero volere contrastare con la stessa celebrazione che stiamo compiendo, perché di gesti come questo si dice che ad essi Dio preferisce l’amore e la misericordia. Dobbiamo certo osservare che la celebrazione eucaristica non è un sacrificio puramente umano, poiché in essa non siamo noi i protagonisti e il soggetto principale, ma Cristo Gesù, nostro capo e pastore supremo, che come vero e sommo sacerdote offre il sacrificio perfetto a Dio gradito. Ma il sacrificio di Gesù è perfetto e gradito a Dio perché egli offre se stesso, sacrifica la propria vita in un gesto supremo di amore e di dono. In Gesù è tolta la separazione e la distanza tra sacrificio e misericordia, tra sacrificio e amore, poiché egli compie – e ora rinnova nella S. Messa – in un unico atto il sacrificio di misericordia, il sacrificio per amore. Dio gradisce la nostra offerta perché è offerta di Cristo, ma essa ha bisogno di essere compiuta e resa perfetta nella nostra vita, nell’offerta quotidiana dei nostri sacrifici di amore e di misericordia. Infatti mentre per Cristo il sacrificio della croce sta al termine, e come al vertice, di una vita consumata nella dedizione d’amore a Dio e ai fratelli, per noi la celebrazione sacramentale del sacrificio di Cristo sta all’inizio, all’origine, poiché solo grazie alla redenzione diventiamo capaci di fare della nostra vita una offerta a Dio gradita in quanto condotta nella misericordia e nell’amore; solo perché innanzitutto fonte, l’Eucaristia diventa per noi vertice e culmine. San Paolo lo dice in modo diverso quando scrive che «pienezza della Legge è infatti la carità» (cf. Rm 13,9b-14), poiché a dare pienezza alla Legge non è lo sforzo umano, ma il dono della carità che scaturisce dal costato trafitto di Cristo sulla croce e che noi attingiamo nei sacramenti.

Vedo, insieme a voi, nel beato don Carlo Gnocchi una realizzazione esemplare di ciò che abbiamo ascoltato e stiamo celebrando. Nella sua esistenza sacerdotale egli ha attuato una sintesi formidabile tra la celebrazione quotidiana della S. Messa e la dedizione a orfani e mutilati, tale che questa dedizione poteva essere vista come una naturale prosecuzione del gesto rituale da cui continuava a sgorgare in tutta naturalezza. In questo modo si riproponeva nell’esistenza di don Gnocchi quel superamento dello scarto compiuto perfettamente da Gesù, per cui amore e culto non sono più alternativi ma fusi in una vita che celebra ad ogni passo quel dono d’amore che si compie sacramentalmente nel rito in cui si ripresenta l’offerta santa di Cristo, con tutta la Chiesa, al Padre.

Ci sono due aspetti della vita di don Gnocchi che mi piace sottolineare perché rivelano il suo percorso e suggeriscono a noi una traccia da seguire e imitare nell’imparare a coniugare insieme culto e vita, sacrificio e misericordia.

Il primo emerge lentamente negli anni della sua prima esperienza pastorale e si manifesta con crescente chiarezza negli anni della guerra e in quelli immediatamente seguenti; mi riferisco alla ricerca, mossa da intenso fervore interiore, che lo spinge ad accogliere quella chiamata più specifica che egli avverte proprio dentro il già fedele svolgimento del ministero sacerdotale. C’è una molla interiore che lo spinge a scrutare attorno a sé a che cosa lo chiama il Signore; c’è una grazia attinta alla sorgente del sacramento che lo anima e acuisce il suo sguardo rendendolo idoneo a riconoscere coloro che hanno bisogno e attendono il suo impegno e la sua dedizione. Matura così la capacità – frutto non solo di umana compassione ma di sensibilità spirituale – di saper riconoscere la voce del dolore, e del dolore innocente in modo particolare, e di sentirsene intimamente toccato e interpellato fino a veder nascere dentro di sé il desiderio assorbente di adoperarsi per lenirlo e di farlo in modo totalizzante. L’esperienza limite della guerra e del dopoguerra ha avuto un carattere eccezionale; essa comunque ci insegna, come è stata vissuta da don Gnocchi, che anche la condizione più estrema e irta di difficoltà può risvegliare un senso di umanità più forte di ogni ostacolo e una chiamata a farne il luogo di una rinascita. La riprova inequivocabile della qualità dell’ascolto del Signore e dell’autenticità del nostro celebrarlo è lo sguardo vigile di chi sa vedere i segni di Dio e della sua chiamata anche nelle situazioni più disastrate e disperate, o ancora perfino nelle condizioni ordinarie della vita.

Questo vigoroso richiamo lo dobbiamo a don Gnocchi, come gli dobbiamo non meno un secondo motivo di riflessione e di imitazione. Mi riferisco al progetto maturato di porre al centro l’integrità della persona umana e, là dove essa è ferita, la sua più piena restaurazione possibile. Tale progetto esprime un modo di guardare al dolore e alla menomazione con sensibilità moderna e allo stesso tempo profondamente cristiana, come a qualcosa a cui dare un senso, affrontandolo e superandolo oltre che imparando ad accettarlo. Possiamo facilmente attingervi una visione positiva, aperta alla fiducia e carica di speranza nelle possibilità della persona umana, della creatura umana che Dio ha voluto per se stessa fino a diventare egli pure uomo nella persona del Verbo eterno al fine di restaurarne l’integrità e anzi giungendo a renderlo figlio nel Figlio. Colui che è stato chiamato a un così grande destino non può essere lasciato degradare in condizioni meno che umane, ma deve essere difeso e promosso instancabilmente, nella certezza della sua crescente e infine piena elevazione e realizzazione. Non a caso il Vangelo di oggi, al pari di altre pagine, difende il bene della persona umana, se necessario, anche rispetto all’istituzione sacra del sabato, poiché «il Figlio dell’uomo è signore del sabato».

Nel ringraziare il Signore per la testimonianza del beato don Carlo Gnocchi, gli chiediamo di renderci partecipi del suo fervore di bene, della sua capacità di ascolto della parola di Dio anche nelle vicende ordinarie o drammatiche della vita e della storia, partecipi della sua fiducia nelle potenzialità di riscatto di ogni persona umana e di superamento dei propri limiti. Allora anche per noi giungerà o si rinnoverà l’appello a fare della nostra vita un’offerta di amore.

Monsignor Mariano Crociata



[Milano, 27 febbraio 2010]
 

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