Dal volume “L’Ardimento. Racconto della vita di don Carlo Gnocchi” (Stefano Zurlo, Rizzoli 2006)

Il “miracolo” di don Carlo

E’ il 17 agosto 1979. Sperandio Aldeni, artigiano ed elettricista, è al lavoro come tutte le mattine. Quel giorno si trova ad Orsenigo, in provincia di Como (oggi Lecco), a pochi passi dallo stabilimento della Cartotecnica. Intorno alle ore 16, Aldeni entra nella cabina di trasformazione da 15 mila volt per collegare l’interruttore primario alla linea che arriva dall’Enel. Aldeni chiama Giuseppe Crotta, direttore della commessa, e gli chiede di togliere la corrente. L’altro armeggia, poi torna indietro e avvisa il tecnico: è tutto a posto. Aldeni può procedere: toglie la barriera che protegge la linea in tensione e prende un tordino di rame per collegarlo al gancio di sostegno.
Operazione di routine, effettuata chissà quante volte in precedenza. E’ in piedi, su un armadio di lamiera, che contiene l’interruttore da 15 mila volt, ad un paio di metri da terra: l’ambiente misura, ad occhio e croce, tre metri per quattro. Improvvisamente a una quindicina di centimetri dai suoi occhi vede un fulmine e sente un tuono. Il tuono che porta la morte, ma ormai è troppo tardi per tentare una qualunque fuga.. La scarica lo investe in pieno: penetra dalle braccia, passa attraverso il corpo, scende giù giù fino ai piedi. Poi, finalmente, lo abbandona. Il poveretto cade, picchia la fronte con violenza sui codoli della cella. Trema come un grattacielo quando c’è il terremoto. E in effetti è quella la sensazione che squassa il suo corpo: il terremoto. Violentissimo. Devastante. Aldeni si accartoccia su se stesso e rimpicciolisce tanto quello schiaffo lo ha schiacciato. "Sentii una tremenda vibrazione in tutto il corpo – afferma nella relazione allegata agli atti del processo diocesano – con una forte attrazione verso il basso e un forte rumore come un terremoto, il mio corpo si è raggruppato in 40 centimetri, come una molla compressa, la fronte ha picchiato sui codoli che avevo fra i piedi…." .
Quindicimila volt nella carne. E tre visioni in rapidissima successione: il tuono, il fulmine, il terremoto. Il terremoto non vuole finire.: lo sfortunato elettricista continua a vibrare. Come una foglia. Piccola. Sempre più piccola. Come risucchiata da una forza interna invisibile. E’ rannicchiato su se stesso. Gli occhi chiusi, immersi nel buio più profondo. Eppure la mente continua a girare: "Rimasi lì credo qualche minuto, aspettando la morte, sempre con la mente lucida, mi ripetevo che avevo preso una scarica di 15 mila volt, ormai mi consideravo spacciato, la sedia elettrica per la pena capitale è 6 mila volt. Ripetevo dentro di me: Adesso muoio, adesso muoio”.
Passano i secondi. Scorrono i minuti. Un timidissimo istinto di sopravvivenza fa capolino nella mente dell’uomo: prova ad aprire gli occhi. Ci riesce. Vede sangue ovunque. Però capisce che gli occhi funzionano. E si accorge di sentire anche un nauseante odore di carne bruciata: la sua. Allora esegue il passo che ogni persona compie quando da morta torna alla vita:: “Cominciai a gridare! Chiamavo il Signore, la Madonna, supplicai don Gnocchi di aiutarmi perché non sentivo più le gambe, pensai che sarei rimasto in carrozzina per sempre come i suoi ragazzi che portavo in giro”.Sì, perché Aldeni nel tempo libero va ad Inverigo, alla Rotonda, il magniloquente edificio neoclassico firmato ai primi dell’Ottocento da Luigi Cagnola che ospita un centro della Fondazione don Gnocchi: saluta il personale, prende i bambini handicappati e li porta in gita, al ristorante, a giocare, o casa sua a Villa D’Adda, sulle rive del fiume immortalato nei Promessi sposi. No, lui non ha mai conosciuto don Carlo ma a frequentare Inverigo è diventato un suo devoto. “Erano scappati tutti convinti che fossi morto, cominciai a gridare:”toglietemi di qui”, loro non osavano entrare …io ripetevo ”il sezionatore primario, il sezionatore primario”, non si sono resi conto che era rimasto chiuso il sezionatore primario che porta la corrente dell’Enel. Sisto e Firmino sono stati i primi ad avere il coraggio di entrare in cabina, si sono avvicinati ma non sapevano come prendermi... perchè continuavo a gridare dal dolore, mi sembrava che la corrente non mi lasciasse più, il mio corpo continuava a vibrare”.
Firmino è Fermino Brembilla e fa parte della squadra in azione a Orsenigo. Quando parte la scarica è in un cunicolo sotto la cabina: “Ero sotto con la mia solita pila, quando ad un certo punto ho sentito dei colpi strani: normalmente uno ormai riconosce anche i rumori dei lavori, che si stanno eseguendo anche dagli altri. Non erano i soliti rumori” No, è il drago che sta per sputare la sua lingua di fuoco: “Il tempo di sentire questi rumori strani e nello stesso istante vidi un bagliore accecante – come un lampo – che illuminò tutta la cabina. Fu questione di frazioni di secondo. Subito sentii Aldeni che gridava e che saltava e sotto nel cunicolo tutto rimbombava in modo impressionante. Poi capii che era lo stesso Aldeni che si agitava tutto e gridava. Un po’ Aldeni gridava, un po’ pregava, un po’ non capivo. Non ricordo bene data l’emozione: certamente però ricordo bene che gridava per il dolore, ma anche pregava… Ricordo che Aldeni era sempre cosciente, si lamentava pregava. Diceva che stava morendo e ci scongiurava di aiutare la sua famiglia. Pregava la Madonna e le affidava la sua famiglia… ”
Finalmente Brembilla si avvicina a Aldeni. Anzi no, non subito, lo choc è troppo grande pure per lui: “Mi ci volle circa un minuto per uscire dal cunicolo in cui mi trovavo. Sentivo Aldeni gridare e non vidi nessuno, allora preso da paura corsi all’aperto. Fuori c’erano gli altri. Allora rientrammo. Sentimmo che Aldeni gridava:.”Il sezionatore. Staccate l’interruttore”. Allora capimmo che, probabilmente., si erano sbagliati ad aprire gli interruttori. Corsero a staccarli, mentre io rimasi lì con Sisto Locatelli e, forse, con Ferdinando Mazzoleni prendemmo Aldeni e lo portammo fuori. Ricordo che aveva un buco in fronte perché, saltando per il dolore aveva picchiato la testa in uno dei codoli, che erano predisposti. Colava sangue dalla fronte. Si vedevano delle bruciature sul petto, sullo stomaco”. Ma questo è ancora niente: “Ma mi colpivano di più i piedi, anche perchè io tenevo le gambe e mentre lo portavamo fuori, Aldeni era tutto raggrinzito e gridava.” Non sento più le gambe, non ho le gambe”. E si lamentava.. Allora, gli dissi, per confortarlo: “No guarda che le gambe le hai ancora “,e dicendo così presi la scarpa per toglierla e mi venne via insieme la scarpa e la carne cui essa si era attaccata, mentre si sentiva un forte odore di carne bruciata,. mentre non usciva neppure una goccia di sangue. Ricordo bene ancora quell’odore di carne bruciata, senza che si vedesse sgorgare sangue e quella carne che si era attaccata alle scarpe e la sensazione terribile mentre cercavo di staccare con le mie dita la carne del piede dalla scarpa. Poi desistetti un poco inorridito”
Sono tutti inorriditi quella mattina. Anche Sisto Locatelli, operaio specializzato in installazioni elettriche, che ha visto la scarica e poi non ha il coraggio di guardare i piedi di Aldeni. .“E’ partita una scarica…apparve una fiammata biancastra azzurrognola, seguita da un’esplosione dopo un attimo, nel quale nessuno si rende conto di quello che sta succedendo, ho visto il signor Aldeni piegarsi su stesso, rannicchiarsi e cominciare ad urlare per il dolore…Quando ritornai presso Aldeni vedevo le mani bruciate, la pelle nera, mentre invece non vidi la pancia e i piedi. Anche in lettiga non guardai i piedi, preoccupato com’ero di tenerli sollevati. Ricordo anche l’odore di carne bruciata che si sentiva”.
Nell’equipe che quella mattina è a Orsenigo c’è anche Marzio Aldeni, figlio di Sperandio: “Mi affacciai alla cabina e vidi in alto sulla cabina mio padre che gridava per il dolore. Fu un istante e mi bastò: preso dal panico scappai, dietro una pigna di cartoni e mi misi a piangere…” Marzio scappa, il padre lo invoca, ma lui resta lì, inebetito, dietro quegli imballaggi: “Ricordo ancora mio padre che si lamentava per il dolore e in bergamasco diceva: “O Signur guarda giò! Madonna! Don Gnocchi! ”Ricordo bene queste tre persone che mio padre invocava nel lamento: il Signore, la Madonna, don Carlo Gnocchi. Non erano frasi complete. Erano lamenti, erano invocazioni al Signore, alla Madonna e a don Carlo Gnocchi. Era comprensibile: mio padre era molto vicino alle opere di don Carlo Gnocchi”. Finalmente, Marzio decide di raggiungere il padre che continua a chiedere del figlio: “Lo vidi già avvolto nella coperta sulla barella. Mio padre mi disse che andava all’ospedale, di aiutare la mamma, di prendermi cura dei miei fratelli. Non ricordo le parole precise, ovviamente. Diceva: Aiuta la mamma, che i tuoi fratelli sono piccolini”.
Certo, perchè in quel momento c’è anche quel problema. Sperandio, classe 1934, ha 45 anni e una famiglia: la moglie Amelia, i tre figli Marzio, Loretta, Alessio. Marzio è il più grande anche se non ha ancora compiuto nemmeno 18 anni: “Ricordo che sembrava un saluto, un testamento, una raccomandazione da parte di chi non avrei più visto vivo. Non mi disse mai :”Ci rivediamo””.

Aldeni arriva finalmente al Pronto Soccorso di Erba. Il suo cuore batte regolarmente, è sempre cosciente, riesce a parlare e ricorda ancora oggi quei momenti: “La dottoressa diceva: “Non possiamo tenerlo qui. E’ troppo grave”. Allora, sentendo questa affermazione, mentre ella telefonava, le dissi: Se devo morire, toglietemi l’occhio sinistro”. Aldeni non parla a vanvera: fra le altre cose è anche membro dell’Aido, L’associazione Italiana Donatori Organi, e anzi ha fondato la sezione di Villa d’Adda. “Ricordo che la dottoressa al telefono, sentendomi, ripeteva ”Non capisce più niente”, mentre io le dicevo che sapevo bene cosa dicevo, perché ero cosciente e le ripetevo che ero membro dell’Aido”. Passano i minuti: Sperandio è sulla barella, Sisto gli tiene le gambe sollevate, la dottoressa è sempre attaccata al telefono per trovargli un letto da qualche parte. Queste sono le prime cure date ad un uomo che ha appena subito una scarica di 15 mila volt.
In realtà è ormai evidente che Aldeni ce l’ha fatta: è vivo e sta molto meglio di quel che i dolori gli fanno pensare. Più tardi lo portano alla Clinica San Pietro di Ponte San Pietro che, peraltro, non è un ospedale specializzato. Qui rimane fino al 29 quando viene trasferito agli Ospedali Riuniti di Bergamo nel Centro Ustioni gravi, diretto da Mauro Serra, chirurgo e dermatologo. Serra lo visita e lo trova in uno stato relativamente buono come confermerà venticinque anni più tardi nel corso del processo diocesano: “Il signor Aldeni si trovava in discrete condizioni generali, seppure con focolai di lesione estesi e profondi. Ugualmente – prosegue nella sua riflessione Serra – presso la Clinica San Pietro il paziente era stato portato verosimilmente in condizioni stabilizzate, altrimenti sarebbe stato trattenuto in unità di rianimazione, come di solito avviene in casi simili, anche per accertamenti cardiologici: normalmente il primo rischio e problema grave nelle esposizioni a correnti elettriche elevate è di tipo cardiologico” e infatti Serra sottolinea di “essere stato colpito dal fatto che il paziente al primo soccorso medico e trasporto in autoambulanza si trovasse in condizioni cardiologiche respiratorie discrete”. Inspiegabile. “Tutto – è la conclusione di Serra –si è giocato in quei primi momenti; se è successo qualcosa che il buon Dio abbia dato una mano al signor Aldeni, è stato nei primissimi momenti”.

Lui ne è sicuro. E già a Ponte San Pietro lo dice a chiare lettere a Marzio: “Sai che la corrente mi doveva uccidere? Sai che ho preso una corrente di 15 mila volt e che dovevo morire? Allora io sono un miracolato. Sono un miracolato del don Carlo. Il Signore si attende ancora qualcosa da me”.(7). Alla fine gli riscontrano “solo” ustioni di 3° grado all’ipogastrio (addome) e alle piante dei piedi, di secondo grado alle mani. Nessun organo vitale è stato messo fuori uso dal fulmine. Un caso più unico che raro?
Aldeni migliora rapidamente. Si sottopone ad un autotrapianto di pelle, dalla coscia destra ai piedi e all’addome. Il 20 ottobre 1979 viene dimesso. Si appoggia ancora alle stampelle, ma poi butta via pure quelle. Dopo qualche tempo ritorna alla vita normale di prima. Alla sua famiglia. Ai suoi impianti elettrici. Senza alcuna conseguenza. A parte quelle cicatrici sulle mani, sull’addome e sotto i piedi.
Il 23 dicembre 1979 è sulla tomba di don Carlo. Agli amici ha detto: “Io vado a ringraziare don Carlo”. Sulla strada del ritorno si ferma alla Rotonda di Inverigo. Nell’attimo in cui pensava di essere arrivato alla fine della sua esistenza, Aldeni aveva pensato proprio ai bambini di Inverigo e aveva invocato don Carlo: “Come farò a tornare dai tuoi ragazzi?”. Don Carlo l’ha accontentato. Rieccolo fra di loro. Il 7 aprile 1980 l’Inail lo dichiara clinicamente guarito. Lo stesso anno Aldeni prende la patente C, quella per la guida degli autocarri.

Ventiquattro anni più tardi, è il tribunale ecclesiastico ad interessarsi del fatto che la vox populi, almeno a Villa d’Adda, qualifica come miracolo. Viene ascoltato Sperandio, che gode di ottima salute, vengono sentiti i familiari, i colleghi presenti quel giorno a Orsenigo, i medici che l’hanno assistito. Poi viene data la parola a Aldo Pisani Ceretti, endocrinologo e perito del tribunale. Pisani Ceretti sottolinea l’assoluta “eccezionalità della sopravvivenza immediata all’evento folgorativo, che è rarissima in casi del genere”. Ma c’è un altro aspetto che Pisani Ceretti nota e che è particolarmente suggestivo, persino intrigante: “La totale assenza di danni tessutali, dovuti alla scarica elettrica. Ovverosia, anche in caso di non evento mortale, si sarebbero dovuti riscontrare dei segni di sofferenza di organi interni, attraversati dalla corrente. In modo particolare: muscoli con possibile miolisi e conseguente insufficienza renale, lesioni nervose centrali o periferiche (deficit neurologici centrali, deficit neurologici spinali, deficit neurologici dei nervi periferici) , lesioni ossee con possibili fratture conseguenti alla scarica elettrica e la cataratta, che è frequente conseguenza di una scarica elettrica”.
La folgore è passata dentro il corpo dell’uomo, lo ha scaraventato a terra, come nei racconti biblici, poi se n’è andata senza lasciare traccia. Com’è stato possibile? Forse le cose sono andate diversamente? No: “La scarica elettrica di 15.000 volt ha attraversato tutto il corpo del signor Aldeni, come dimostrano le cicatrici di entrata alle mani, all’addome, e le cicatrici di uscita ai piedi, senza lasciare tuttavia alcuna traccia d sé all’interno dell’organismo”. Pisani Ceretti aggiunge anche un dettaglio, piccolo piccolo ma allo stesso tempo straordinario: “Il fatto che il signor Aldeni si sostenne con le stampelle nei primi mesi dopo l’evento, non è dovuto a problemi neurologici, bensì al fatto del dolore provocato alle piante dei piedi a seguito del recente innesto. In altre parole: il dolore nella deambulazione era legato alla sensibilità della pianta del piede per il trapianto, non alle conseguenze della folgorazione”.
Quel fulmine terribile, alla lunga, ha fatto meno male di un graffio.
E Gianfranco Magni, perito industriale, aggiunge: “La potenza in gioco è stata sicuramente pari o superiore alla potenza di un motore di un autocarro o, se si vuole, il motore di mezza Ferrari di Formula 1. ..Questo è l’unico caso, a mia conoscenza, di una persona sopravvissuta a una folgorazione diretta”.

Questi i fatti esaminati dal tribunale ecclesiastico nel 2004 e ora oggetto di valutazione in Vaticano da parte della Congregazione per le cause dei santi. Ciascuno, naturalmente, è libero di interpretarli come meglio crede. Va detto che Aldeni è uomo concreto, pratico, semplice, dal 1998 in pensione ma tuttora immerso in tante attività di volontariato. Non ama farsi pubblicità e nemmeno speculare sull’avvenimento che gli è capitato. Anzi, il suo comportamento può in certo senso definirsi eroico: nel 1979, davanti all’ispettore dell’Inail preferì addossarsi la responsabilità di quel che era successo invece di “tradire” il compagno di lavoro che per una imperdonabile leggerezza l’aveva quasi spedito all’altro mondo. Ma anche di questo non si vanta e quasi gli pare normale aver glissato sulla catena delle colpe. All’autore del libro ha confessato, in un italiano dal forte accento bergamasco, di avere ancora due desideri: “Voglio aprire a Villa d’Adda una struttura polivalente, una casa del volontariato e degli alpini, che dedicheremo a don Gnocchi. E poi vorrei vedere don Carlo beato”.

 

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